Miguel de Cervantes Saavedra.
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Novelle.
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Parte 2.
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1912. G. Laterza Editore, BARI.
Traduzione ed illustrazioni di: Alfredo Giannini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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5. L'ILLUSTRE SGUATTERA.
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6. LA CONVERSAZIONE DEI CANI.
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AGGIUNTE E CORREZIONI.
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Note al testo.
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FINE Indice.
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5. L'ILLUSTRE SGUATTERA.
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Una fanciulla di nobili natali, Costanza,  stata cresciuta e serve in una locanda di Toledo. Vi capitano, attratti dalla fama della sua bellezza, due giovani, anch'essi di nobile famiglia, che per capriccio, per disordinata passione della libert, son fuggiti di casa loro, desiderosi di vivere alla ventura. L'uno di essi, Tommaso Avendagno, s'innamora di Costanza; e come nella "Jitanilla" (La Zingarella) dello stesso Cervantes, Don Giovanni di Crcamo si fa zingaro sotto il nome di Andrea per conseguire l'amore di Preziosa, cos qui Tommaso si mette a servire nella stessa locanda dov' Costanza, in qualit di stalliere, deluso nelle sue speranze e geloso del figlio del Podest che sospira, al pari di tanti altri, per la bella scontrosa, custode tenace della sua onest. Diego Carriazo frattanto (il Rinconete di questa novella), compagno di Tommaso, per non separarsi da lui, corre diversa sorte, sotto il nome di Lope, nel mestiere che si  messo ad esercitare di acquaiolo, in cui gli accade di rissare con un acquaiolo vero e ferirlo s da essere arrestato. L'intreccio presto si scioglie e ogni mistero si svela, col capitare dei due padri di Diego e di Tommaso alla locanda e la novella si chiude lietamente con le triplici nozze di Tommaso con Costanza, di cui si viene a conoscere per via d'una delle solite agnizioni la nascita illustre, di Diego Carriazo con una figlia del Podest, e del figlio del Podest con una sorella di Tommaso.
"Se non  per intero una novella picaresca, scrive l'Apriz (op. cit.), racchiude non solo tratti ma veri schizzi buffoneschi; e in verit, sebbene il titolo e anche tutta la cornice dal principio dell'intreccio promettano una novella di carattere, tutta l'introduzione e anche il quadro corrispondono quasi interamente alla novella di costumi picareschi". Attraggono il lettore particolari bellezze artistiche: la vita d'interno nella locanda, le pretese amorose delle due serve, compagne di Costanza, la danza notturna dei mulattieri e delle sguattere della locanda, per la via, al suono della chitarra e al canto di Lope, la serenata-parodia, la compra che Lope fa d'un asino per mettersi al mestiere dell'acquaiolo e l'avventura della sua perdita al gioco; infine il vivo e sano umorismo che  diffuso per tutta la novella, mirabilmente fuso con l'abituale senso realistico. Don Ramn Len Mainez ci fa sapere che davvero esistette a Toledo la Locanda del Sivigliano e che tuttora esiste col nome di "Sangre de Cristo" nella Calle de Santa Fe, corrispondente alla parrocchia latina di S. Maria Maddalena, gi N. 11, oggi 31; e che nel 1872, per iniziativa di Don Antonio Martn Gamero, vi fu murata, sull'architrave della porta principale, una lapide di marmo per ricordare che l, secondo la tradizione e la critica, Michele Cervantes scrisse "L'Illustre Sguattera"(191). Sul teatro ne rappresentarono la piacevole e onesta avventura Lope de Vega, Vicente Esquerdo y Caizares in commedie d'egual titolo; come pure dalla novella cervantina procede "La hija del Mesonero" (La figlia dell'albergatore) di Diego de Figueroa y Crdova.
L'ILLUSTRE SGUATTERA
Non sono molti anni che a Brgos, citt illustre e celebre, vivevano due ricchi cavalieri e dei pi nobili, di cui l'uno aveva nome Don Diego de Carriazo e l'altro Don Giovanni de Avendagno.
Don Diego ebbe un figlio che chiam dello stesso nome suo, e un altro n'ebbe Don Juan che gli mise quello di Tommaso. Questi due giovani cavalieri, poich saranno i protagonisti di questo racconto, noi, per brevit, li chiameremo soltanto con i nomi di Carriazo e di Avendagno. Poteva avere Carriazo tredici anni o poco pi quando, trasportato da certa tendenza alla vita dello scapestrato, senza che alcun maltrattamento da parte dei suoi genitori ve lo costringesse, ma soltanto per piacere e capriccio suo, se la svign, come si dice, dalla casa paterna e se ne and per il mondo, talmente contento della vita libera che, pure in mezzo ai disagi e alle strettezze che essa reca con s, non sentiva la privazione dell'abbondanza ch'era in casa di suo padre; non l'andar a piedi lo stancava, non il freddo lo tormentava, non il caldo lo infastidiva. Tutte le stagioni dell'anno erano per lui dolce e mite primavera; dormiva altrettanto bene su covoni di grano come su materassi; con altrettanto piacere si ficcava in un pagliaio d'uno stallaggio come se si coricasse fra due lenzuola d'Olanda. Insomma, riusc cos bene nella vita scapestrata che avrebbe potuto farla da maestro al famoso de Alfarache(192). In tre anni che stette prima di tornare a farsi rivedere a casa impar a giuocare alla gobba in Madrid al trionfo nelle bettole di Toledo(193), alla bassetta sui muricciuoli di Siviglia. Tuttavia, pur accompagnandosi la miseria e l'avarizia a tal genere di vita, Carriazo si vedeva che era un signore nel fare. A mille indizi si scopriva subito essere di buona famiglia, poich mostrava liberalit e molto disinteresse con i suoi compagni; di rado visitava i santuari di Bacco, e sebbene bevesse vino, ne beveva cos poco che non si pot mai dire che fosse una volta del bel numero uno, come si dice; di quelli a cui, un po' pi che bevano, subito la faccia si fa come lustrata col cinabro. Insomma in Carriazo il mondo vide un briccone virtuoso, senza macchia, molto dabbene, e d'ingegno pi che mediocre. Pass per tutti i gradi di briccone finch si addottor nelle tonnare di Zahara(194) dov' l'alta scuola(195) della birbanteria. O sguatteri sudici, grassi e lustri; o finti mendicanti e falsi storpi, tagliaborse di Piazza Zocodover (a Toledo) e di Piazza Grande a Madrid; o santocchi appariscenti e portaceste di Siviglia: o servitorelli della malavita e tutta l'infinita caterva compresa in questo nome di "briccone" abbassate la cresta, cali la vostra boria, non vi chiamate bricconi se non avete fatto due anni all'accademia delle tonnare.  l,  l il centro dove si fatica e anche si poltrisce; l si  sudici perfetti e grassi rotondi; sempre in filo, sempre c' da cavarsene la voglia; il vizio l non si maschera, il giuoco continuo, i litigi a tutte l'ore, gli ammazzamenti a ogni minuto, i motteggi a ogni istante; e l balli come a nozze, e canzonette(196) come sui fogli stampati, storie con ritornelli, la poesia senza contenuto. Qui si canta, l si sacramenta, l si litiga, qua si gioca, dappertutto si ruba. L campeggia la libert e risalta il lavoro, l tanti e tanti genitori ragguardevoli vanno o mandano a cercare i loro figliuoli e ce li trovano; e tanto a questi poi dispiace l'essere strappati a quella vita quanto se li portassero a morte. Ma tutti questi diletti che ho rappresentato hanno un disgustoso alo che li amareggia, ed  il non poter dormire tranquilli una volta per il timore di essere da un momento all'altro trasportati da Zahara in Berberia. Perci la notte tutti si raccolgono in certe torri sul mare, appostano guardiani e sentinelle e, riposando sulla veglia di questi, chiudono i loro occhi al sonno; quantunque, talvolta  accaduto che e sentinelle e guardiani e bricconi coi loro caporioni, e barche e reti, con tutta la gran torma che l si accampa abbian visto calare la notte in Ispagna e spuntar l'alba a Tetuan.
Ma questa preoccupazione non valse perch il nostro Carriazo lasciasse di frequentare quel luogo tre estati a darvisi bel tempo. L'ultima estate cos bene gli disse la sorte che guadagn al gioco delle carte circa settecento reali, con i quali volle rivestirsi e tornare a Brgos e presentarsi a sua madre che aveva sparso per lui tante lacrime. Si conged dai suoi amici che erano molti e piacevoli molto, e promise loro che l'estate di poi sarebbe tornato se una infermit non gliel'avesse impedito o la morte. Lasci fra loro mezza l'anima sua e tutte le sue aspirazioni concentr su quelle aride arene che a lui parevano pi fresche e verdi dei campi Elisi. E poich era ormai abituato a camminare a piedi, si mise la strada fra le gambe, e su due scarponi di corda e cantando la canzone: "Tre anatre, madre(197)" giunse da Zahara a Valladolid. L stette quindici giorni per rifarsi il colorito del viso, da moro a bianco(198), per ripulirsi e, da abbozzo di briccone, riprendere figura signorile. E tutto ci fece poich gliene dettero il modo cinquecento reali con cui giunse a Valladolid, dei quali ne serb cento per noleggiare una mula ed un servitore con cui si present, riverito e allegro, ai suoi genitori. Lo accolsero questi con gran gioia, e tutti gli amici e parenti vennero a congratularsi del felice ritorno del loro figlio Don Diego de Carriazo. Bisogna notare che nella sua peregrinazione Don Diego aveva cambiato il nome di Carriazo in quello di Urdiales, col quale nome si era fatto chiamare da quelli che non sapevano il nome suo.
Fra coloro che vennero a vedere il nuovo arrivato ci furono Don Giovanni de Avendagno e il figlio suo Don Tommaso, col quale Carriazo, essendo tutti e due della stessa et e vicini di casa, leg e suggell un'amicizia strettissima. Carriazo narr ai suoi genitori, a tutti, tante magnifiche e lunghe favole intorno a quello che nei tre anni di assenza gli era successo; ma neppur per idea fece parola delle tonnare, sebbene vi pensasse sempre, specialmente quando vide avvicinarsi il tempo che agli amici aveva promesso di tornare. N lo divertiva la caccia in cui lo occupava il padre, n lo dilettavano i tanti onesti e piacevoli banchetti che s'usano in quella citt; ogni spasso lo annoiava, ed anche ai pi belli che gli si offrivano preferiva quello che aveva goduto alle tonnare. Vedendolo cos spesso malinconico e pensieroso l'amico suo Avendagno, fidente nella sua amicizia, prese animo a dimandargliene la causa e si impegn a ripararvi, se mai lo potesse e fosse necessario, con la sua vita stessa. Non volle tenergliela nascosta Carriazo per non fare offesa alla grande amist che Avendagno gli professava: cos gli raccont per filo e per segno la vita peschereccia e come tutta la sua malinconia, tutti i suoi affanni procedessero dal desiderio che aveva di tornare ad essa. E gliela dipinse in modo che Avendagno, quando l'ebbe ascoltato, anzich biasimare la sua inclinazione, l'approv. In fine, la conclusione del discorso fu che Carriazo dispose Avendagno siffattamente che questi decise di andarsene a godere con lui un'estate di quella vita tanto felice che gli aveva descritto. Del che rimase infinitamente contento Carriazo, sembrandogli di essersi procurato un testimone favorevole il quale avrebbe nobilitato la bassezza della sua determinazione. Stabilirono cos di mettere insieme tutto il denaro che potessero; e il modo migliore che trovarono fu che di l a due mesi Avendagno andasse a Salamanca dove per suo diletto era stato tre anni a studiare greco e latino e dove suo padre voleva che seguitasse a studiare nella Facolt che desiderasse. Ora, il denaro che il padre gli avrebbe dato, sarebbe servito ai loro desideri. Frattanto Carriazo espose a suo padre la volont di andare con Avendagno a studiare a Salamanca; e tanto il padre ne fu contento che, parlandone col padre di Avendagno, disposero di farli stare di casa insieme a Salamanca con tutto il decoro che richiedeva l'essere loro figli. Giunto il tempo di partire, li provvidero di denaro e mandarono con loro un aio che li dirigesse, il quale era pi dabben uomo che accorto.
Dettero i due padri ai loro figli avvertimenti circa a quel che dovevano fare, come si dovevano comportare per riuscire bene nella virt e nel sapere; il che  il frutto che ogni studente deve cercare di ricavare dalle sue fatiche, dalle sue veglie sui libri, specialmente quelli di buona famiglia. Si dimostrarono i due giovani sottomessi e docili, s'ebbero il pianto delle madri, la benedizione di tutti, e si misero in cammino con mule loro proprie e con due domestici, oltre all'aio che s'era lasciato crescer la barba per dare pi importanza al suo incarico. Al giungere a Valladolid, i due giovani dissero all'aio di volere fermarvisi due giorni per vederla, poich non l'avevano vista mai n mai c'erano stati; ma l'aio molto severamente e rudemente riprov quella sosta, dicendo loro che quelli i quali senza perder tempo andavano come loro, a studiare, non dovevano fermarsi neanche un'ora a guardare delle bazzecole, tanto peggio due giorni; che lui avrebbe avuto scrupolo a lasciarli sostare un solo momento; che perci partissero subito, se no, pan bigio per questo. Fin qui arrivava la capacit del signor aio o maggiordomo, come meglio verrebbe voglia di chiamarlo. I due giovanetti che avevano fatto gi la raccolta e la vendemmia, avendogli sottratto quattrocento scudi d'oro ch'egli portava, dissero che li lasciasse soli per quel giorno che volevano andare a vedere la fonte di Argales(199), l'acqua della quale allora si cominciava, per mezzo di lunghi e larghi acquedotti, a condurre in citt. Alla fine l'aio ne dette loro il permesso, quantunque con suo grande rincrescimento, perch avrebbe voluto evitare la spesa di quella notte col passarla a Valdeastillas(200) e col dividere le diciotto leghe che ci sono da Valdeastillas a Salamanca in due giorni, non gi le ventidue che ci sono a Valladolid. Ma siccome una ne pensa il ghiotto e un'altra il tavernaio, gli successe tutto il contrario di quel che avrebbe voluto. I due giovani, accompagnati da un solo domestico e montati sulle molto buone mule di casa loro, andarono a vedere la fonte di Argales, rinomata per la sua antichit e le sue acque, a dispetto della Polla d'oro e della Reverenda Priora, con buona pace, diciamo, di Leganitos(201) e della meravigliosa fonte Castellana in confronto della quale possono andarsi a riporre Corpa e la Pizarra della Mancia. Giunsero ad Argales, e mentre il domestico credette che Avendagno cavasse dalle borse del cuscino della sella qualche cosa per poter bere, vide che ne cav una lettera chiusa, che gli consegn, dicendo di far ritorno immediato alla citt, di darla all'aio e, nel dargliela, di aspettarli alla Porta del Campo.
Cos fece il servo, che prese la lettera e torn alla citt, essi invece voltarono per un'altra strada e quella notte dormirono a Mojados, di l a due giorni a Madrid, e dopo altri quattro vendettero le mule al mercato pubblico, dove ci fu chi ci mise fino a sei scudi d'aumento sul prezzo d'incanto, e anche chi dette loro il denaro in oro per il giusto prezzo. Si vestirono essi alla campagnola, con mantelletti a due lembi(202) brache corte foderate di pelle, dette "zaragelles" e calze di panno grigio. Un rigattiere, che la mattina aveva comprato i loro abiti, li aveva la sera ridotti in modo che non li avrebbe riconosciuti chi li aveva fatti. Cos dunque vestiti alla leggiera e come Avendagno volle e seppe, presero la strada verso Toledo ad pedem litterae, senza spade, che il rigattiere, sebbene non concernessero il suo traffico, pur se l'era comprate.
Noi lasciamoli andare frattanto, poich vanno allegri e contenti, e riprendiamo a raccontare quello che l'aio fece quando apr la lettera consegnatagli dal servo e trov che diceva cos: - "Signor Pietro Alonso: vossignoria far il piacere di aver pazienza e di ritornare a Brgos, dove ai nostri genitori dir che avendo noi altri loro figli, dopo matura riflessione, considerato quanto pi a cavalieri convengono le armi che le lettere, abbiamo deciso di cambiare Salamanca per Bruxelles, e la Spagna per le Fiandre. Abbiamo con noi i quattrocento scudi e pensiamo di vendere le mule. Il nostro nobile proposito e il lungo viaggio  discolpa bastevole della nostra mancanza, sebbene nessuno la giudicher tale, se non sia un dappoco. Partiamo ora; torneremo quando piacer a Dio, il quale protegga vossignoria, poich lo pu e lo desiderano questi vostri umili discepoli. Dalla fonte d'Argales ?posto il pi gi sulla staffa'(203) per andare nelle Fiandre. Carriazo e Avendagno".
Rimase Pietro Alonso sorpreso al leggere la lettera e subito corse alla sua valigia. Il trovarla vuota gli fin di confermare la verit della lettera. Senza indugio, sulla mula che gli era rimasta part alla volta di Brgos per avvisare in tutta fretta i suoi padroni, perch cos potessero riparare e trovassero modo di raggiungere i figlioli. Di questi provvedimenti per nulla dice l'autore di questa novella, giacch, lasciato Pietro Alonso a cavallo, riprende a raccontare quel che successe ad Avendagno e a Carriazo nell'entrare a Illescas(204). E racconta che, entrando dalla porta della citt, incontrarono due mulattieri, andalusi all'aspetto, dai larghi calzoni di tela, dai giubboni di panno greggio foracchiati, dalle sottovesti di pelle di tapiro, dai pugnali col manico ad uncino e dalle spade senza pendagli. A quel che pareva, l'uno veniva e l'altro andava a Siviglia: e quello che andava diceva all'altro: - "Se non fossero tanto avanti i miei padroni, io pur mi fermerei un altro poco per dimandarti tante cose che desidero sapere; perch mi hai impressionato col raccontarmi che il conte ha fatto impiccare Alonso Gines e Ribera senza voler loro concedere giudizio d'appello.
- Ahim! rispondeva il sivigliano; il conte li colse al laccio e li sorprese nella sua giurisdizione (ed eran soldati); si valse del fatto che si trattava di contrabando e il Tribunale non glieli pot levar di mano. Sappiate, amico, che ha in corpo un diavolo questo conte di Pugninviso e che non in viso ma nel cuore ci ficca le dita del pugno(205). Siviglia e dieci leghe all'intorno  ripulita dai furfanti: non sosta un ladro nei dintorni; tutti lo temono come il fuoco, quantunque gi si buccini che sia per lasciare presto la carica di governatore, perch non  al caso di dovere stare sempre a tu per tu con i signori del Tribunale.
- Evviva loro mille anni! disse quello che andava a Siviglia, che son dei padri per i miseri e difesa dei disgraziati. Quanti poverini sono a rincalzare i cavoli non altro che per le furie di un giudice impetuoso, di un podest male informato o partigiano. Vedono meglio pi occhi che due: la velenosa ingiustizia non domina gi tanti animi, come ne domina uno.
- Sei diventato un predicatore, disse il sivigliano, e da come hai preso l'aire non la finirai tanto presto, n io ti posso aspettare. Stasera non andare a smontare dove sei solito, ma all'Albergo del Sivigliano, che ci troverai la pi bella sguattera che si conosca. Marietta dell'osteria Tejada, a paragone, fa schifo; ti basti dire che corre voce che il figlio del podest spasima per lei. Uno di quei miei due padroni l'ha giurata che quando un'altra volta torna in Andalusa si fermer due mesi a Toledo e allo stesso albergo solo per saziarsi a guardarla. Io le ho lasciato un pizzicotto per caparra, ma lei mi ha risposto con un gran manrovescio.  di marmo, sdegnosa come una contadina di Sayago(206), pungente come l'ortica; ma ha un aspetto di cuor contento, un viso di felicit. Ha in una guancia il sole, nell'altra la luna: l'una  fatta di rose e l'altra di viole, e tutte e due sono di gigli e gelsomini. Altro non ti dico se non di vederla; e tu vedrai che non ti ho detto nulla di quello che avrei potuto dirti della sua bellezza. Io le farei volentieri la dote con le due mule learde, che tu sai sono mie, se me la dessero in moglie; ma so che non me la daranno;  un boccone da canonico o da conte. Torno a ripeterti: lo vedrai! Ora, addio, ch me ne vado".
Cos si separarono i due mulattieri, al discorso ed alla conversazione dei quali rimasero silenziosi i due amici che erano stati in ascolto, specialmente Avendagno, in cui il semplice racconto del mulattiere, riguardo alla bellezza della sguattera, risvegli un vivo desiderio di vederla. E lo risvegli anche in Carriazo; non s che per non desiderasse pi di giungere alle sue tonnare che di fermarsi a vedere le piramidi d'Egitto o un'altra o tutte insieme le sette maraviglie del mondo. Ripetendo le parole dei mulattieri, nell'imitare e contraffare il modo e i gesti con cui le accompagnavano, alleggerirono la noia della via fino a Toledo dove, facendo Carriazo da guida, per esserci stato altra volta, arrivarono, scendendo per la strada "Sangue di Cristo" alla locanda del Sivigliano; ma non si arrischiarono a demandarvi alloggio, vestiti com'erano. Era sull'annottare ormai, e per quanto Carriazo insistesse con Avendagno ad andare altrove a cercare alloggio, non pot rimuoverlo dalla porta della Locanda del Sivigliano, poich aspettava se mai comparisse la tanto celebrata sguattera. Carriazo si impazientiva, e se ne stava tranquillo Avendagno, il quale, per riuscire nel suo intento, col pretesto di domandare di certi signori di Brgos che andavano a Siviglia, si avanz fin nel cortile della locanda. Vi era appena entrato che da una sala del cortile vide uscire una giovane di quindici anni, poco pi poco meno, vestita alla contadina, con una candela accesa in un candeliere. Avendagno non fiss lo sguardo sul costume e sul vestito della giovane, ma nel viso, in cui gli pareva di vedere dipinto quello di un angelo. Rimase confuso e incantato della sua bellezza da non trovar la via di domandarle nulla; tanto era lo smarrimento e l'estasi. La giovane, vedendosi quell'uomo davanti, gli disse: - Che cercate, fratello? Sareste, per caso, servo di qualcuno degli ospiti di casa?
- Di nessuno son servo, se non vostro, rispose Avendagno, tutto turbato e smarrito. La giovane che lo sent rispondere in quel modo, disse:
- Fratello, andate con Dio, che noi serve non abbiamo bisogno di servi. - E chiamando il padrone, gli disse: "Vedete un po', signore, cosa vuole questo giovane".
Usc fuori il padrone e gli domand cosa voleva. Rispose che cercava di certi cavalieri di Brgos in cammino per Siviglia, uno dei quali suo padrone, il quale l'aveva mandato avanti ad Alcal de Henares per spicciare un affare per loro interessante; che in pari tempo gli aveva comandato di venire a Toledo e di aspettarlo all'Albergo del Sivigliano dove lui sarebbe venuto a smontare; e che pensava che sarebbe giunto quella notte o il giorno dopo al pi tardi. Avendagno color cos bene la sua menzogna che pass per verit agli occhi dell'oste, il quale gli disse: - Amico, rimanete pure nell'albergo che qui potrete aspettare il vostro padrone finch verr.
- Grazie, signor oste, rispose Avendagno. Ordini vossignoria che mi si dia una camera per me e per un compagno che  con me e che aspetta di fuori, ch denaro ne abbiamo per pagarla come ogni altro.
- Alla buonora! rispose l'oste. E rivolgendosi alla ragazza disse: - Costanzina, d alla Secca(207) che conduca questi due giovani nella camera ad angolo e che metta loro lenzuola pulite.
- Sar fatto, signore - rispose Costanza (che cos si chiamava la fanciulla) e facendo una riverenza al padrone, si tolse dal loro cospetto. E il suo sparire fu per Avendagno, quel che suole essere per il viandante il tramontare del sole e il sopraggiungere della notte triste ed oscura. Usc fuori tuttavia a riferire quel che aveva veduto e fatto a Carriazo, che da mille segni comprese come il suo amico fosse preso dal contagio d'amore; ma non gli volle dir nulla per allora, finch non avesse veduto se la causa che dava origine alle sperticate lodi, alle entusiastiche espressioni con cui levava al terzo cielo la bellezza di Costanza, lo meritasse. Entrarono infine nella locanda. La Secca, donna di circa quarantacinqu'anni, guardarobiera e prima cameriera, li condusse in una camera n da signori, n da servitori, ma per gente di mezzo tra questi due estremi. Chiesero da cena, e la Secca rispose loro che in quella locanda non si dava da mangiare a nessuno, sebbene per si preparava e cucinava quello che i forestieri portavan di fuori dal mercato: che, del resto, c'eran l d'intorno delle osterie e locali pubblici dove potevano andare liberamente a far cena con quel che volessero. I due seguirono il consiglio della Secca e si recarono in un'osteria dove Carriazo cen con quel che gli dettero ed Avendagno con quel che aveva seco, pensieri, cio, e fantasie. Il mangiare poco o nulla di Avendagno maravigliava Carriazo; il quale, a fine di bene scandagliare il pensiero dell'amico suo, mentre tornavano alla locanda gli disse: - Domattina bisogna che ci leviamo presto per essere ad Orgaz prima che faccia caldo.
- Non son d'accordo, rispose Avendagno, perch, avanti di partire da questa citt, ho in mente di vedere quel che si dice che c' di rinomato, come la Sagrestia(208), la macchina mirabile di Giovannello(209) il belvedere di Sant'Agostino, il Giardino reale(210) e il Campo.
- Sia pure, rispose Carriazo; questo in due giorni potr vedersi.
- Ma debbo prendermela con comodo, perch non andiamo gi a Roma per correre dietro a qualche beneficio vacante.
- T, t! soggiunse Carriazo. Ci scommetterei la testa che voi avete pi desiderio di rimanervene a Toledo che di proseguire il pellegrinaggio che s' cominciato.
-  vero, rispose Avendagno; anzi sar altrettanto impossibile distogliermi dal vedere il viso di questa fanciulla, quanto andare in paradiso senza le buone opere.
- Sublime trasporto, disse Carriazo, e risoluzione degna di un nobile cuore come il vostro! Bellino davvero un Don Tommaso de Avendagno, figlio di Don Giovanni de Avendagno, signore quanto conviene, ricco quanto basta, giovane quanto fa piacere, intelligente quanto produce ammirazione, essere innamorato cotto di una sguattera al servizio nell'Albergo del Sivigliano!
- La stessa cosa, mi pare, rispose Avendagno, che immaginarsi un Don Diego de Carriazo, figlio del medesimo, cavaliere il padre dell'Ordine di Alcntara che fra poco l'erediter col maggiorasco il figlio, gentile non meno di corpo che di animo; e con tutte queste belle qualit vederlo innamorato, di chi pensereste mai? forse della regina Ginevra?(211). No davvero: di una della tonnare di Zahara che , a quanto mi pare, pi brutta di quei mostri che apparivano a Sant'Antonio.
- Siamo, amico, pari e patta; m'hai reso pan per cena; lasciamola l la questione e andiamo a dormire. Torner a spuntare il sole e sar la meglio.
- Vedi, Carriazo, finora tu non hai visto Costanza: quando tu la veda, dimmi pure le villanie, fammi pure tutti i rimproveri che vuoi.
- So gi dove va a parare cotesto; disse Carriazo.
- Dove? rispose Avendagno.
- Che io me ne vada alla mia tonnara, perch tu te ne starai con la tua sguattera, disse Carriazo.
- Non sar tanto fortunato, disse Avendagno.
- N io cos sciocco, soggiunse Carriazo, che per tener dietro al tuo cattivo gusto lasci di conseguire il mio che  buono.
Giunsero con questi ragionamenti all'albergo dove in altri simiglianti pass loro met della notte. Dormivano forse da poco pi di un'ora quando li svegli il suono di molti strumenti musicali suonati in strada. Sedutisi sul letto, stettero in ascolto. Disse Carriazo: - Scommetto che  giorno e che ci deve essere qualche festa nel monastero della Madonna del Carmine qui vicino: perci suonano questi strumenti.
- No, rispose Avendagno, perch non  tanto che si dorme da potere essere giorno.
In quel mentre sentirono chiamare alla porta della camera. Domandato chi era, fu risposto di fuori: - Giovanotti, se volete ascoltare una buona musica, levatevi e fatevi all'inferriata della finestra che d sulla strada, in quella sala di fronte, che non c' nessuno.
Si levarono i due: aperto l'uscio, non trovarono nessuno, n seppero chi li aveva avvisati. Ma udito il suono d'un'arpa, credettero alla verit della musica; e in camicia, cos come si trovavano, andarono nella sala dov'erano gi altri tre o quattro forestieri affacciati all'inferriata. Trovarono posto e, di l a poco, con l'accompagnamento dell'arpa e della chitarra, udirono cantare in modo meraviglioso questo sonetto che si scolp ad Avendagno in mente:
Umile e rara gioia che t'ammanti
di tanto eccelsa splendida bellezza
che s natura vinse, ed all'altezza
la sollevi dei cieli folgoranti;
se tu parli, o se ridi o se tu canti,
se cortesia tu mostri o ruvidezza
- effetto solo di tua gentilezza -
le potenze dell'anima ci incanti.
Perch sappiano tutti e sia gradita
la belt singolare onde sei piena
e l'onest regale onde ti glori,
non servir pi; dev'essere servita
chi ha s belle mani; e s serena
fronte di gemme sfolgori e di fiori.
Non ci fu bisogno che alcuno dicesse ai due che quella serenata era per Costanza, ch ben chiaramente era apparso dal sonetto. Il quale agli orecchi di Avendagno suon di maniera che per non averlo udito avrebbe dato d'esser sordo dalla nascita e tale rimanere per tutto il resto della vita che da quel momento prese a fastidio grandemente, come quegli che s'ebbe trafitto il cuore dalla fredda lancia della gelosia; con questo di peggio, che non sapeva di chi dovesse o potesse esser geloso. Ma presto lo tolse da questo dubbio uno di quelli che stavano all'inferriata, con dirgli: - "Che sciocco questo figlio del Podest che va dando serenate a una sguattera!  vero:  fra le pi belle ragazze che io abbia visto (e ne ho visto tante) ma non per questo era da corteggiarla cos pubblicamente". - E aggiunse un altro di quelli all'inferriata: - "Ho sentito dire per come cosa certissima che lei fa conto di lui come se non esistesse. Scommetto che ora dorme la grossa nel letto della padrona; si dice che dorma senza darsi per intesa n di suoni n di canti". - "Cos , replic l'altro, giacch  la pi onesta fanciulla che si conosca, e fa meraviglia che, stando in questa casa di trambusto, dove c' sempre gente nuova, e andando per tutte le camere, non si mormori di lei la pi piccola colpa".
Ci sentendo Avendagno riprese vita e coraggio per potere ascoltare pi altre cose che al suono di diversi strumenti i suonatori cantavano tutte all'indirizzo di Costanza la quale, come aveva detto il forestiere, se ne stava dormendo tranquillamente. Poich si faceva giorno, smisero di suonare i sonatori e se n'andarono. Avendagno e Carriazo tornarono in camera dove questi, che poteva dormire, dorm sino alla mattina. Venuta la quale si levarono tutti e due, tutti e due con desiderio di vedere Costanza; desiderio per di curiosit nell'uno, d'innamorato nell'altro. E li appag Costanza in tutti e due, uscendo cos bella dalla sala del padrone che a tutti e due parve che quante lodi erano state di lei fatte dal mulattiere fossero poche e non punto esagerate. Vestiva una zimarra e un busto di panno verde con certi piccoli risvolti dello stesso panno: basso il busto, ma su alta la camicia, con collare a crespe lavorato in seta nera, un vezzo di lustrini di mica torno torno a un pezzo di colonna alabastrina, poich bianco d'alabastro era la sua gola; alla vita un cordone di S. Francesco e da un nastro pendente sul fianco destro un grosso mazzo di chiavi. Non portava pianelle, ma scarpe a doppia suola, di colore, e le calze che non le si vedevano, ma che solo si delineavano, di colore anch'esse. Aveva raccolti a treccia i capelli legati da bianchi nastri di filaticcio, e cos lunga la treccia che per le spalle le scendeva pi gi della vita. Pi che castagni, davano in un biondo cos terso a vedersi, cos uguale e ravviato che non avrebbe alcun altro retto al paragone, fosse pur stato di fila d'oro. Aveva agli orecchi due pendenti di vetro, che parevano perle, e i capelli stessi le facevano da acconciatura e velo per la testa. All'uscire dalla sala si fece il segno della Croce, e con molta devozione e compostezza fece una profonda riverenza davanti ad un'immagine della Madonna, che era attaccata ad una delle pareti del cortile. Levando gli occhi vide i due che stavano a guardarla; ma, come li ebbe visti, torn a entrare nella sala, dalla quale di una voce alla Secca che si levasse.
Rimane a dire ora dell'impressione che a Carriazo fece la bellezza di Costanza, perch di quella di Avendagno, se n' gi detto, quando la vide la prima volta. Altro non dico se non che a Carriazo parve, come al suo compagno, bella, ma ne fu molto meno preso; tanto meno che non avrebbe voluto attendere la notte all'albergo, ma partire subito per le tonnare.
Alla chiamata frattanto di Costanza usc nei corridoi la Secca, insieme con altre due giovanette, anch'esse galiziane a quel che si diceva, serve della casa, in cui l'essercene tante lo esigeva l'affluenza dei forestieri, che arrivano all'Albergo del Sivigliano, uno dei migliori e dei pi frequentati che ci siano in Toledo.
Vi vennero pure i mulattieri dei forestieri a chiedere la biada, e usc a darla loro l'oste, imprecando alle fantesche, per causa delle quali se n'era andato un servo che soleva nel distribuirla essere cos esatto e preciso che mai a suo credere gliene aveva fatto mancare un chicco. Al sentir questo, Avendagno disse: - Non si dia pena, signor albergatore; mi dia il registro dei conti, e i giorni che io dovr rimanere qui glieli terr in regola nel dispensar la biada e la paglia che mi avessero a chiedere, in modo che non abbia a sentire la mancanza del garzone che dice essersene andato.
- Davvero ve ne son grato, giovanotto, rispose l'albergatore, perch io non posso attenderci, con tanti altri affari da sbrigare fuori di casa. Scendete che vi consegner il libro; badate per che questi mulattieri sono il diavolo in persona e fanno sparir di sotto agli occhi una misura di biada, con meno scrupolo che se fosse paglia.
Scese nel cortile Avendagno, si mise al registro dei conti e cominci a distribuire misure come nulla, ad annotarle cos ordinatamente che l'albergatore, il quale lo stava a guardare, rimase contento, tanto che disse: - Piacesse a Dio che il vostro padrone non venisse e a voi vi facesse venir voglia di restar in casa mia! E v'assicuro, per voi sarebbe un'altra cosa. Il garzone che m'ha lasciato, venne un'otto mesi fa alla mia locanda tutto stracciato e rifinito: ora ha due bei vestiti ed  grasso come una lontra, perch voglio che sappiate, figliuolo, che in questa casa ci sono molti utili oltre al salario.
- Se io rimanessi, replic Avendagno, non guarderei gran cosa al guadagno; mi contenterei di tutto, pur di stare in questa citt che mi dicono sia la migliore della Spagna.
- Per lo meno, rispose l'albergatore, fra le migliori e le pi ricche che siano in Ispagna. Ma un'altra cosa ci manca ora; trovare chi vada per l'acqua al fiume, perch anche un altro garzone m' andato via, il quale con un asino che ci ho, eccellente, mi teneva ricolmi i mastelli e la casa un lago; che una delle ragioni per la quale ai mulattieri piace di condurre i loro padroni al mio albergo  che ci trovano sempre acqua in abbondanza, per cui non menano le bestie al fiume, ma dentro casa le cavalcature bevono in grandi conche.
Stava tutto questo ad ascoltare Carriazo, il quale vedendo che Avendagno s'era aggiustato ed impiegato nella locanda, neanche lui volle rimanere con le mani alla cintola, riflettendo per di pi al gran piacere che ne avrebbe avuto Avendagno se l'avesse secondato; perci disse all'oste:
- Venga l'asino, signor oste, che io sapr altrettanto bene cinghiarlo e caricarlo quanto il mio compagno sa tenere i conti del suo commercio.
- Sicuro, disse Avendagno; il mio compagno Lope l'asturiano, far l'acquaiolo magnificamente, e io faccio garanzia per lui.
La Secca, che dal corridoio stava attenta a tutti questi discorsi, sentendo dire da Avendagno che egli si faceva garante per il suo compagno, disse:
- Ditemi, galantuomo, e di voi chi si fa garante? Perch, in verit, mi pare che abbiate pi bisogno di essere garantito che di garantire.
- Chetati, Secca, disse l'oste; non t'intromettere dove non sei chiamata: io garantisco per tutti e due, e badate bene di non gattigliare con i garzoni che per causa vostra mi piantano tutti.
- Come? disse un'altra serva; rimarranno nell'albergo questi giovinotti? In fede mia, s'io dovessi far viaggio con loro, non gli fiderei la sacca.
- Smettiamola con le scempiaggini, signora galiziana, rispose l'oste, e fate quel che avete da fare, senza curarvi dei garzoni, ch vi pesto a legnate.
- Ma proprio! replic la galiziana: guardate che bei cosini da innamorare! Del resto il mio signor padrone non ha mai trovato che io mi divertissi coi garzoni di casa n di fuori per avere di me la cattiva opinione che ha. Sono dei bricconi e se ne vanno, quando gli salta in testa, senza che noi gli se ne dia punto occasione. Gente ammodo davvero, da aver bisogno di essere messa su per battersela quando i padroni meno se l'aspettano.
- Discorri troppo, galiziana mia, rispose il padrone: zitta e bada ai fatti tuoi.
Frattanto Carriazo aveva imbastato il somaro. Montatovi d'un salto si avvi al fiume, lasciando Avendagno tutto contento per aver veduto la sua pronta risoluzione.
Ed ecco che ora abbiamo (e sia in buon ora) Avendagno divenuto garzone di locanda col nome di Tommaso Pietro, poich disse chiamarsi cos, e Carriazo con quello di Lope l'asturiano, divenuto acquaiolo: metamorfosi degne di essere anteposte a quelle del Nasuto poeta. Aveva appena sentito la Secca che i due rimanevano nell'albergo che fece disegno sopra l'asturiano e lo accaparr per s, proponendosi di trattarlo bene, in modo tale che, foss'egli pure di carattere sdegnoso e scontroso, lo riducesse pi cedevole d'un guanto. Il medesimo ragionamento fece la galiziana schizzinosa sopra Avendagno, e siccome erano strette amiche le due per la comunanza del vivere, del conversare e del dormire, subito l'una manifest all'altra il suo proposito amoroso e stabilirono da quella notte di accingersi alla conquista dei loro due indifferenti amanti. La prima cosa per che considerarono fu di doverli pregare di non ingelosirsi di cosa alcuna che loro vedessero fare, giacch mal possono le serve trattar bene gli amici di dentro casa se non si rendono tributarie di quelli di fuori. "Tacete, cari - dicevano come se li avessero l presenti e fossero gi davvero i loro dami o i loro drudi - tacete e chiudete gli occhi; lasciate che suoni il tamburello chi sa e guidi il ballo chi se ne intende, che non ci saranno due canonici meglio trattati di quello che sarete voi altri da queste vostre devotissime serve".
Queste e altre simiglianti cose si dissero la galiziana e la Secca, mentre il nostro buon Lope l'asturiano camminava alla volta del fiume per la costa del Carmine, col pensiero alle sue tonnare e all'improvviso mutamento della condizione sua. Fosse per questo o perch cos volle la sorte, in una stretta, nello scender la costa s'incontr con l'asino, che saliva carico d'un acquaiolo: e com'egli scendeva e l'asino suo era svelto, vigoroso e poco strapazzato, dette un tale urtone a quello che saliva, stanco e magro, che lo butt a terra, e anche, essendosi rotte le mezzine, si rovesci tutta l'acqua. La disgrazia indispett il provetto acquaiolo che, arrabbiato, s'avvent contro il novizio, al quale, mentre era ancora sull'asino, appiccic e misur, prima che si fosse disimpacciato e fosse smontato, una dozzina di legnate non punto accette all'asturiano. Smont costui finalmente e cos arrovellato che si scagli sull'avversario e, afferrandolo con le due mani per la gola, lo gett a terra; di che quegli batt un tal colpo sopra una pietra che gli si spacc in due e tanto sangue ne usc che l'asturiano credette d'averlo ucciso. Un gruppo di altri acquaioli l capitati, veduto il compagno cos mal ridotto, furono addosso a Lope e lo tennero preso fortemente gridando: - "Guardie, guardie! quest'acquaiolo ha ammazzato un uomo!". - E frattanto lo macinavano a furia di pugni e di bastonate. Alcuni si fecero a soccorrere il caduto e videro che aveva la testa spaccata e che era quasi per spirare. Scesero le grida di bocca in bocca dall'alto della costa e furono udite nella piazza del Carmine da un gendarme, il quale con due birri, pi veloce che se volasse, giunse sul luogo della contesa quando il ferito era gi stato posto a traverso sull'asino suo, l'asino di Lope preso, e Lope attorniato da pi di venti acquaioli che non gli permettevano di dare un crollo; anzi, gli ripassavano le costole siffattamente che c'era da temere pi per la vita di lui che per quella del ferito, tanto fitti i pugni e le bastonate quei vendicatori dell'offesa fatta a un altro gli rovesciavano addosso. Giunse il gendarme, fece scostare la folla, consegn ai suoi dipendenti l'asturiano, e cacciandone avanti l'asino, col ferito sul suo, li accompagn alla prigione, seguito da tanta gente e da tanti ragazzi che poteva appena passare per le vie. Allo schiamazzo, Tommaso Pietro usc col suo padrone sulla porta a vedere da cosa proveniva tanta gazzarra, e scorsero Lope fra le due guardie, tutto insanguinato nel viso e nella bocca. Cerc subito del suo asino l'oste e vide che l'aveva un'altra guardia che gi s'era con le altre accompagnata. Dimand la ragione di quell'arresto e gli fu in risposta detta la verit del fatto. Gli rincrebbe del suo asino temendo di doverlo perdere o per lo meno di dovere, per riaverlo, sborsar pi di quel che valesse. Tommaso Pedro tenne dietro al compagno senza che gli si potesse avvicinare per dirgli una parola, tanta era la calca che l'impediva e l'attenzione delle guardie e del gendarme che lo conducevano. Non lo lasci tuttavia fino a che vide lui messo in carcere, in una segreta con i ceppi ai piedi, e il ferito all'ospedale; dove si trov a vederlo soccorrere e dove vide che la ferita era pericolosa e molto, come disse anche il chirurgo. Il gendarme port con s i due asini e pi cinque reali di otto che le guardie avevano tolto a Lope. Tornato alla locanda tutto turbato e rattristato, trov colui che ormai aveva in conto di padrone non meno in pensieri di lui. Gli disse in quale condizione si trovasse il suo compagno, come fosse in pericolo di morte il ferito e cosa n'era stato dell'asino; per di pi, che a quella disgrazia se n'era aggiunta un'altra non meno incresciosa; aveva, cio, incontrato per via un amico del suo signore e gli aveva detto che questi per fare pi presto e risparmiare due leghe di strada, da Madrid aveva traghettato ad Aceca e quella notte avrebbe dormito a Orgaz e che gli aveva dato dodici scudi da consegnargli con l'ordine di recarsi a Siviglia dove l'attendeva. Ma ci non  possibile - aggiunse Tommaso: non sarebbe giusto che io abbandonassi il mio amico e camerata in carcere, e in cos grave pericolo. Il mio padrone mi vorr perdonare questa volta; tanto pi ch'egli  cos buono e dabbene che trover giustificato, purch io non venga meno al mio compagno, ch'io venga meno, comunque, a lui. Vossignoria pertanto, signor padrone, mi faccia il favore di prender questo danaro e prestarsi in questa faccenda; mentre poi si spende questo danaro, io scriver al mio signore quel che succede, e so bene ch'egli mi mander quattrini bastevoli a trarci da ogni frangente.
Spalanc tanto d'occhi l'oste, contento di vedere che andava, in parte, rimediando alla perdita dell'asino. Cos prese il denaro e confort Tommaso dicendogli che a Toledo egli aveva persone tali che potevano molto con quei della giustizia; specialmente una signora, monaca, parente del Podest, la quale lo comandava a bacchetta; e che una lavandaia del monastero dov'era quella monaca aveva una figlia amicissima di una sorella di un frate, intimo conoscente del confessore della monaca su detta. La quale lavandaia era anche la lavandaia di casa: che se questa, diceva, pregher la figliola (e la pregher di certo) di parlare alla sorella del frate perch parli al fratello, il quale parli al confessore, e il confessore alla monaca e la monaca voglia scrivere un biglietto - cosa facile - per il Podest, in cui lo preghi vivamente a interessarsi della faccenda di Tommaso, senza alcun dubbio si potr sperare buon esito; purch per non muoia l'acquaiolo e ci sia da ungere le ruote dei ministri della giustizia, perch se non si ungono, cigolano pi dei carri de' bovi.
Gradite tornavano a Tommaso le profferte di protezione fattegli dal padrone e gli infiniti intrigati rigiri che aveva tracciato; e quantunque sapesse che aveva parlato pi astutamente che ingenuamente, tuttavia gli seppe grado della buona intenzione e gli consegn il denaro, promettendogli che non sarebbe per mancarne molto di pi, sicuro com'era del suo signore, secondo che gi gli aveva detto.
La Secca al vedere il suo nuovo amante legato, corse alla carcere a portargli da mangiare; ma non glielo lasciarono vedere; per la qual cosa se ne torn tutta risentita e afflitta a casa, senza per questo desistere dal suo buon proponimento. In fine, in termine di quindici giorni il ferito fu fuori di pericolo e dopo altri cinque il medico dichiar che era pienamente ristabilito. In questo tempo frattanto Tommaso aveva trovato modo di farsi venire da Siviglia cinquanta scudi, e cavandoseli dal seno li consegn all'oste con finta lettera e polizza del suo padrone. E poich all'oste poco importava chiarire il vero di quella corrispondenza, prese il denaro che, essendo in scudi d'oro, gli fece gran piacere. Per sei ducati il ferito rinunzi alla querela, e l'asturiano fu condannato a una multa di sei, alla perdita dell'asino e alle spese. Uscito di carcere non volle per tornare a star col suo compagno, adducendogli per sua ragione che in quei giorni ch'era stato dentro era andata a trovarlo la Secca, la quale gli aveva domandato di amarla: cosa per lui tanto repugnante e disgustosa che piuttosto si sarebbe lasciato impiccare che consentire alla voglia di cos mala femmina; che quel che pensava di fare, risoluto ormai a continuare e andare avanti in quel che s'era proposto, era di comprare un asino e far l'acquaiolo finch stessero a Toledo, giacch con quella scusa non sarebbe stato ritenuto e arrestato per vagabondo; e oltre a ci era occupazione a cui poteva attendere molto tranquillamente e comodamente, in quanto che con una sola soma d'acqua poteva girare a suo piacere per la citt adocchiando le sempliciotte.
- Tu ne vedrai di gran belle, anzich di sempliciotte, in questa citt che ha fama di avere le donne pi intelligenti di Spagna, l'intelligenza delle quali va di pari passo con la loro bellezza. Vedilo in Costanzina se non  cos, che di quel che avanza dalla sua bellezza pu arricchire le belle non di questa citt ma di tutto il mondo.
- Adagio, caro Tommaso, replic Lope: andiamo pianino pianino con queste lodi della signora sguattera, se non vuoi che, come ti ritengo per matto, t'abbia a ritenere eretico.
- Sguattera Costanza, hai detto, fratel mio Lope? rispose Tommaso. Dio ti perdoni e ti faccia ricredere del tuo errore.
- Come non  sguattera? replic l'asturiano.
- Ho ancora a vederle lavare il primo piatto.
- Non importa, disse Lope, non averle visto lavare il primo piatto, dal momento che le hai visto lavare il secondo e magari il centesimo.
- Ti dico, fratello, riprese Tommaso, che non  lavapiatti, ma attende soltanto all'ufficio suo, il quale  di soprintendere all'argenteria di casa, che  tanta.
- E com' che la chiamano per tutta Toledo, disse Lope, la sguattera illustre se non  lavapiatti? Dev'essere sicuramente perch lava piatti d'argento e non di maiolica che la chiamano illustre. Ma lasciando da parte questo; dimmi un po', Tommaso, a che punto sono le tue speranze?
- Al punto di dannarmi l'anima, rispose Tommaso, perch in tutti questi giorni che tu sei stato in carcere, non le ho mai potuto dire una parola, e alle molte che gli avventori le dicono, lei non risponde altrimenti che con abbassar gli occhi e non aprir le labbra; tanto  onesta e guardinga da innamorare non meno per la compostezza che per la sua bellezza. Quel che mi fa venir meno la pazienza  il sapere che il figlio del Podest, giovanotto vivace e audace piuttosto, spasima per lei e la stimola con serenate, che quasi non passa sera che non gliene porti una e cos palesemente che nei versi del canto  nominata, lodata, celebrata. Lei per non li ascolta, n da quando annotta fino al mattino esce dalla stanza della sua padrona: guarentigia questa che non impedisce mi trafigga il cuore il fiero dardo della gelosia.
- E allora cosa pensi di fare con l'impossibilit che ti si presenta di conquistare questa Porzia, questa Minerva, questa nuova Penelope, che sotto forma di fanciulla e di sguattera ti innamora, t'abbatte, ti consuma?
- Canzonami pure quanto vuoi, amico Lope; io so d'essere innamorato del pi bel viso che mai pot formare natura, e della pi incomparabile onest che oggi possa praticarsi nel mondo. Costanza ha nome, non Porzia n Minerva n Penelope. Serve in una locanda, non dico di no; ma che posso io farci se mi pare che il destino mi pieghi con una forza segreta e la preferenza per lei mi muova con ragione evidente a che io l'adori? Vedi, amico, in qual modo (non so come dirti) l'amore mi rialza il basso stato di questa che tu chiami sguattera e me lo esalta tanto da non vederlo, pur avendolo dinanzi, e da non riconoscerlo pur conoscendolo. Non riesco, per quanto faccia, a fissare un momento la riflessione, se cos pu dirsi, sulla bassezza della sua condizione, perch subito concorrono a cancellare questo pensiero la sua bellezza, la sua grazia, la sua serenit, la sua onest e compostezza che mi fanno capire che sotto quella ruvida scorza dev'essere racchiuso e nascosto un tesoro di gran valore e di gran pregio. Insomma, sia quel che vuol essere, io l'amo e non gi di quell'amore comune di cui ho amato altre, ma di un amore cos puro che ad altro non tende se non a servirla e a procurare ch'ella mi ami, ricambiando onestamente quello che alla mia onest si deve.
A questo punto grid l'asturiano dando in una esclamazione: - Oh, amor platonico! Oh, sguattera illustre! Oh, tempi beatissimi questi nostri, in cui vediamo che la bellezza innamora senza secondi fini, l'onest infiamma senza che bruci, la grazia fa piacere senza stimolare, e la bassezza della condizione umile obbliga e forza a collocarla sulla ruota di colei che chiamano Fortuna! O poveri miei tonni! quest'anno voi lo passate senza che questo vostro fedele innamorato vi venga a trovare; ma l'anno venturo far tale ammenda che non s'abbiano a lamentare di me i capimastri delle mie care tonnare! - Disse a questo Tommaso: - Vedo bene, o asturiano, come ti burli di me apertamente. Il meglio  che tu te ne vada alla tua pesca; e tanti auguri! Io me ne rimarr nella mia locanda, e qui tu mi ritroverai al ritorno. Se mai volessi portarti la tua parte del denaro, te lo dar subito. Vai in pace e ciascuno segua la strada per la quale il destino voglia guidarlo. - Ti facevo pi intelligente, rispose Lope: e non vedi che dico per ischerzo? Ma giacch so che tu dici da vero, da vero io ti compiacer in tutto quello che sar di tua soddisfazione. Una cosa solamente ti chiedo, in compenso delle tante che penso di fare per te, ed  di non mi far trovare in condizione che la Secca m'abbia a dire paroline melate e mi inciti, perch piuttosto romperei l'amicizia con te che mettermi al rischio di avere la sua. Perbacco! Ti so dire, caro amico, che parla come un avvocato(212) e che le puzza il fiato di mucido lontano un miglio. Ha tutti i denti di sopra posticci, e ritengo che ha i capelli finti e che, per rimediare e supplire a questi difetti, da quando mi dichiar la sua mala condizione d'animo, s' data a imbiaccarsi e a imbellettarsi cos che altro non sembra se non un mascherone proprio, di gesso. - Tutto vero, rispose Tommaso: non  cos trista la galiziana che fa martire me. Il meglio sar che per stanotte tu rimanga nell'albergo: domani comprerai l'asino che dici e ti cercherai un alloggio: cos eviterai gli assalti della Secca, mentre io rester esposto a quelli della galiziana e a quelli inevitabili della radiosa vista della mia Costanza.
Cos convennero di fare i due amici e se ne andarono quindi all'albergo, dove dalla Secca fu l'asturiano accolto con segni di grande affetto. Ci fu quella notte alla porta dell'albergo un ballo di molti mulattieri di quello e di altri alberghi circostanti. Chi suon di chitarra fu l'asturiano: le ballerine, oltre le due galiziane e la Secca, furono altre tre serve di un altro albergo, e molti vi si radunarono mascherati pi per il desiderio di vedere Costanza che il ballo; ma ella non comparve n usc fuori a vederlo, lasciando cos deluso il desiderio di molti. Lope suonava siffattamente la chitarra che dicevano che la faceva parlare. Le serve, e con pi insistenza la Secca, gli chiesero di cantare qualche canzone; al che egli disse che se loro l'avessero ballata secondo si cantano e ballano nelle rappresentazioni, l'avrebbe cantata, e perch non sbagliassero, facessero tutto quello che egli dicesse nel cantare e non altrimenti. C'erano ballerini fra i vetturali allo stesso modo che fra le serve. Lope si spurg sputando due volte, e pensava frattanto quel che avesse a dire; e poich era di pronto, agile e bell'ingegno, con felicissima vena, cominci, d'improvviso, a cantare cos:
Vieni avanti, Secca bella,
vieni avanti un passo in qua;
poi, facendo riverenza,
di due passi indietro va.
Per la mano se l'afferri
quei che chiaman Barrabas,
andaluso e mulattiere,
noto a tutti nei Compas(213)
Delle due belle galleghe
dell'albergo qui vicin,
venga fuor la pi paffuta,
svelta, senza il grembialin.
Su, Torate se l'abbranchi;
tutti e quattro poi di par
rigirando, dondolando,
dian principio a polcheggiar(214).
Quanto andava indicando l'asturiano col canto eseguirono alla lettera e gli uomini e le donne: ma quando venne a dire che dessero principio a una polka, Barrabas (era chiamato con questo nomaccio il ballerino mulattiere) scatt a dire: - Caro musico, guarda cosa canti e non insultare nessuno perch qui nessuno porcheggia. - L'oste che cap l'ignoranza del garzone, gli disse: - Ragazzo mio, polka  un ballo forestiero, e non una parola offensiva.
- Quand' cos, rispose il mulattiere, non c' ragione di metterci a ricopiare modelli: suonino le loro sarabande, chaconas, folias(215), di moda; si scodelli un po' quel che si vuole, ch qui c' chi sapr ben far cavare ogni voglia fino alla saziet(216). L'asturiano senza replicar parole, seguit a cantare dicendo:
Entrin poi tutte le ninfe
ed i ninfi ch'han da entrar:
perch un ballo  la Chacona
d'ampio cerchio pi del mar.
Prenda su ciascun le nacchere
e si chini a strofinar
le sue mani per la terra,
nel pattume a stropicciar.
Molto bene tutti quanti!
non c' alcuno da sgridar:
via, segnatevi, ed al diavolo
vo' veder le fiche far.
Su sputategli al maligno
ch ci lasci sollazzar,
bench mai dalla Chacona
non si soglia allontanar.
Cambio il suon, Secca divina,
cara pi d'un ospedal:
tu che or sei mia nuova musa,
tuoi favor non mi negar.
La Chacona: che allegrezza!
della vita  la bellezza.
Esercizio ell' eccellente
che ci serba il bel vigore,
rimovendo dalle membra
la pigrizia, la fiacchezza.
Gaio scoppia il riso in petto
di chi balla e di chi suona,
di chi guarda e di chi ascolta
risuonar musica e danza.
Hanno i pi l'argento vivo,
dal piacere ognun si strugge,
svelte ammirano i padroni
al suon volger le mulette.
L'allegria degli anni belli
si rinfocola nei vecchi,
ed i giovani festosi
cantan pieni di gaiezza:
la Chacona: che allegrezza!
della vita  la bellezza.
La Chacona, gran signora
con l'allegra Sarabanda
quante volte ha sbaragliato
Me n'affliggo e Cagna-mora(217),
e tentato aprirsi un varco
nei devoti monasteri
a turbar la santit
che l dentro ha sua dimora!
Quante volte biasimata
pur da quei che ne son vaghi!
Pensa a male il dissoluto
e lo sciocco a suo capriccio.
La Chacona: che allegrezza!
della vita  la bellezza.
Dalla fama celebrata
d'India vien questa moretta,
piena pi di peccatacci
che non n'ebbe il grande Aroba.
E costei cui fanno omaggio
delle sguattere la turba
e dei paggi la caterva
e le frotte dei lacch,
dice, giura e non ha dubbio
che malgrado la superbia
del regale Zambapalo,
la Chacona  il pi bel fiore,
che lei sola  l'allegrezza
della vita la bellezza.
Mentre Lope cantava, si ammazzavano a ballare la turba numerosa dei mulattieri e delle sguattere che arrivavano ad una dozzina; e mentre Lope si preparava a proseguire, altro cantando di pi valore, contenuto ed importanza di quello che aveva cantato, uno degli immascherati che stavano a veder ballare, senza togliersi la maschera disse: "Chetati, briaco, chetati, sbornione; chetati, otre da vino, poeta all'antica, suonatore di princisbecco!". E dopo di questo, altri si fecero avanti a dirgli tante insolenze e a fargli tanti sberleffi che Lope pens bene tacersi; ma i mulattieri se la presero tanto a male, che se non fosse stato per l'oste che con belle parole li acquet, l sarebbero sorte di gran questioni, e neanche avrebbero lasciato di menar le mani se in quel frattempo non fossero sopraggiunti quelli della giustizia e non li avessero fatti ritirare a casa tutti.
Si erano appena ritirati, che agli orecchi di quanti nella contrada erano svegli giunse una voce di uno, il quale seduto sopra una pietra di fronte all'Albergo del Sivigliano, cantava con tanta maravigliosa dolcezza che li fece rimanere estasiati e li costrinse ad ascoltarlo fino alla fine. E chi stette pi attento di tutti fu Tommaso Pietro, come colui che pi era interessato non solo ad ascoltare il canto, ma a capir le parole. E per lui non fu ascoltare un canto ma una sentenza di scomunica che gli teneva in ambascia l'animo, giacch quello che il cantore cant fu questa canzone:
Dove sei, spera di sole,
sovrumana creatura,
che abbellisci nostra vita
che del cielo sei fattura?(218)
Tu l'Empireo cielo sei
dove ha amor stanza sicura,
primo Mobile che d
tutti i ben della ventura:
cristallina fonte, dove
le traslucide acque pure
refrigerio son d'amore
e l'accrescono e l'affinan.
Tu sei nuovo firmamento
dove due stelle congiunte,
senz'aiuto d'altra luce,
alla terra e al ciel fan lume.
Tu sei gioia che contrasta
con la torbida tristezza
di Saturno, che d ai figli
nel suo ventre sepoltura;
umilt che pur sta a fronte
dell'altezza s superba
del gran Giove, cui inspira
la sua gran benignit.
Rete sei tanto sottile
che rinserra in prigion dura
Marte adultero guerriero
trionfante nelle pugne;
altra Venere, altro Sole
che il primiero tutto oscura
quando pur lasci vederti;
e il vederti  gran ventura.
Sei solenne ambasciatore
di parola, saggia e pura,
ma che ottieni, pur tacendo,
pi di quello ch' in tua cura.
Tu del cielo di Mercurio
sol rispecchi la bellezza
e del primo, della Luna,
solo  in te la splendidezza.
Luna sei, Costanza bella,
che in indegno luogo pose
la volubile Fortuna,
ma cui abbaglia la tua luce.
Or ti forma la tua sorte,
consentendo che si cambi
il rigor in gentil tratto
e lo sdegno in cortesia.
Voi vedrete, mia signora,
invidiar vostra fortuna
le superbe di lor sangue,
le magnifiche belt.
Se volete far pi presto
v'offro in me l'amor pi grande,
v'offro in me l'amor pi puro
che alcuna alma domin.
Il finire questi ultimi versi e l'arrivare per aria due pezzi di mattone fu tutt'uno: i quali come vennero a cadere ai piedi del cantore, cos avrebbero potuto coglierlo in fronte, e facilmente avrebbero levato il ruzzo della musica e della poesia. Ne fu spaventato il poveretto che si diede a correre su per quella salita, cos di furia che non lo avrebbe raggiunto un cane levriero. Triste condizione dei suonatori, dei nottoloni e degli esattori, sempre esposti a simile pioggia di disgrazie! Quanti erano stati ad ascoltare la voce del lapidato, la trovarono bella; ma anche pi bella fu per Tommaso che ammir la voce e la canzone. Avrebbe voluto per che occasione a tante serenate fosse stata un'altra, piuttosto che Costanza; sebbene, agli orecchi di lei non ne giunse nessuna. Fu di contrario avviso Barrabas il mulattiere, il quale, pur essendo stato attento alla serenata, quando vide fuggire il cantore, grid: Vattene, matto d'un trovatore di Giuda; che le pulci ti possano mangiare gli occhi! Qual diavolo ti ha insegnato a cantare, a una sguattera, di sfere di cieli, chiamandola luned e marted e ruota di fortuna? Se tu le avessi detta - maledizione a te e a chi possa essere piaciuta la tua canzone - che  rigida come un asparagio, altera come un gallo, bianca come il latte, virtuosa come un novizio, schizzinosa e caparbia come una mula da nolo, pi dura d'un pezzo di smalto; se tu le avessi detto cos, t'avrebbe capito e n'avrebbe avuto piacere, ma chiamarla ambasciatore e rete e mobile e altezza e bassezza, vallo a dire a un bambino della dottrina, non a una sguattera. Davvero che nel mondo c' dei poeti che scrivono canzoni che non le intenderebbe il diavolo! Io almeno, per quanto mi chiami Barrabas, queste cantate da questo cantore non le capisco punto, immaginiamo Costanzina! Lei per fa molto bene: se ne sta a letto e se ne ride perfino del prete Giovanni delle Indie(219). Per lo meno per questo cantore non  della brigata del figliolo del Podest, che son molti, e una volta o l'altra accade di capirli; questo invece, maledetto! m'ha fatto stizza. - Quanti sentirono dir questo a Barrabas n'ebbero gran piacere e ritennero la sua critica e il suo giudizio molto bene appropriati. Tutti quindi se ne andarono a dormire. Ed era appena cessato ogni rumore nell'albergo che Lope sent battere piano piano alla porta della sua camera. Domandato chi era, gli fu risposto sotto voce: - Siamo la Secca e la galiziana; apriteci che moriamo di freddo.
- S davvero! rispose Lope: se siamo proprio nel solleone!
- Lascia andare, Lope - replic la galiziana. - levati e apri; siamo diventate arciduchesse.
- Arciduchesse, a quest'ora? rispose Lope. Non ci credo all'arciduchesse. Piuttosto, che siate streghe o birbanti simili. Andatevene via subito, se no, giuro che non son chi sono che se mi levo, con le fibbie della mia cinghia vi riduco le chiappe rosse come rosolacci.
Sentendosi le due donne rispondere in modo tanto aspro e diverso da quello che s'erano immaginato, temettero la furia dell'asturiano e, defraudate le speranze loro e guasti i loro piani, se ne tornarono melanconicamente e sconsolate a letto; ma prima di allontanarsi dall'uscio, disse la Secca mettendo il grugno al buco della serratura: - Il fieno di poggio non  per gli asini di piano! - E come se avesse detto con questo una gran sentenza e presa giusta vendetta, se n'and, come si  detto, al suo letto miserello. Lope, sentito che se n'era andata, disse a Tommaso Pietro che era sveglio: - Senti, Tommaso; mettimi pure a dover lottare con due giganti o al punto che io sia costretto di sganasciare una mezza dozzina o anche una dozzina intera di leoni, se cos piace, ed io lo far con pi facilit che bere un gotto; ma che io sia costretto a fare alle braccia con la Secca, neanche se mi saettano! Vedete un po' che pulcelle di Danimarca(220) ci aveva presentato il caso per questa notte! Ma presto far giorno e provvederemo.
- T'ho gi detto, amico, rispose Tommaso, che puoi fare a piacer tuo: o andartene al tuo pellegrinaggio, o comprar l'asino e farti acquaiolo come hai stabilito.
- Persisto a voler fare l'acquaiolo, rispose Lope. Dormiamo il poco di tempo che rimane fino a giorno, che mi sento la testa pi grossa di un cestone e ora non sono disposto a conversare con te -.
Dormirono. Fattosi giorno, si levarono e Tommaso riprese a distribuire orzo e Lope si rec al mercato del bestiame, l presso, a comprare un asino che facesse per lui. Avvenne frattanto che Tommaso, indottovi dai suoi pensieri e dal comodo che gli procurava l'essere solo i giorni di festa, aveva composto, in alcuni di questi, certi versi d'amore e li aveva scritti nel registro stesso dei conti dell'orzo, con l'intenzione di ricopiarli a parte in pulito per poi strappare o scancellare quelle pagine. Prima per che avesse potuto far questo, un giorno ch'egli era fuori di casa, avendo lasciato il libro sul cassone dell'orzo, il padrone lo prese e, aprendolo per vedere come stavano i conti, gli vennero veduti i versi. Li lesse e ne fu turbato e sorpreso. Li port alla moglie, ma prima di leggerglieli chiam Costanza e con parole di vivo interessamento e di minaccia insieme, le ingiunse di dirgli se Tommaso, il garzone della biada, le avesse fatto qualche dichiarazione d'amore o le avesse detto qualche parola sconveniente o che desse indizio che l'amasse. Costanza giur che in quella o in altra materia le si aveva a dire ancora la prima parola, e che mai, neppure con gli sguardi, le aveva dato a vedere alcun cattivo pensiero. Le credettero i padroni, avvezzi com'erano a sentire sempre dire la verit in ogni cosa di cui le domandassero. Le dissero di ritirarsi. E l'oste disse allora alla moglie: - Io non so qui che mi dire. Avete a sapere, moglie, che Tommaso ha scritto in questo libro della biada certe strofe che mi fan sospettare ch'egli sia innamorato di Costanza.
- Vediamo le strofe, rispose, la moglie, ed io vi sapr dire cosa ci dev'essere sotto.
- E sar cos senza dubbio, rispose il marito; poeta come siete, capirete subito.
- Poeta no, rispose la moglie: ma sapete bene che ho buon cervello e che so recitare le quattro orazioni in latino.
- Fareste meglio a recitarle in volgare; e ve lo disse gi il vostro zio prete che quando pregavate in latino dicevate mille scerpelloni, e che non era pregare quello.
- Questa frecciata mi viene dalla faretra di sua nepote, gelosa di vedermi prendere in mano le "Ore Diurne" in latino e scorrerle senza inciampi.
- Sia come volete, rispose l'albergatore: state attenta, che questi sono i versi:
Ad Amor chi  caro e piace?
Quei che tace.
Chi ha vittoria di sua asprezza?
La fermezza.
Chi le gioie ne conquista?
Chi persista.
Spero io dunque la conquista,
spero io dunque aver la palma
nel cimento, se quest'alma
tace,  ferma e sempre insista.
Di che mai vive l'amore?
Del favore.
E chi fiacca la sua furia?
Chi fa ingiuria.
Con lo sdegno forse cresce?
No, decresce.
Chiaro or dunque mi riesce
che il mio amor sar immortal,
ch la causa del mio mal
n fa ingiuria o favorisce.
Chi dispera, che mai spera?
Morte intera.
Ma qual morte il mal risana?
La mediana(221).
Bene allor sar morir?
No, soffrir.
E si suole infatti dir
(ed  pur sentenza vera)
dopo orribile bufera
il sereno suol venir.
Sveler la mia passione?
L'occasione
se si dia. Se non si d?
Si dar.
Giunger la morte intanto.
Salga a tanto
la tua fede e la speranza,
ch, sapendolo Costanza,
in bel riso volga il pianto.
- C' altro? domand l'ostessa.
- No, rispose il marito; ma che ne dite di questi versi?
- Primieramente, ella disse, bisogna esser sicuri che sono di Tommaso.
- Su questo non ci pu esser dubbio, rispose il marito, dacch la scrittura dei conti dell'orzo e quella delle strofe  tutt'una, n si pu negare.
- Ecco, marito mio, cosa ne penso: sebbene nella poesia si nomini Costanzina, e si possa quindi credere che sia stata composta per lei, noi non possiamo per questo affermarlo di sicuro come se gliel'avessimo vista comporre; tanto pi che di Costanze ce n' altre nel mondo che la nostra. Ma dato pure che sia per la nostra, non le dice nulla qui di disonorevole, n le chiede cosa che a lei possa importare. Stiamo bene attenti e mettiamo sull'avviso Costanza: se egli n' innamorato, di certo far altri versi e cercher di darglieli.
- Non sarebbe meglio, disse il marito, levarci questi pensieri e mandarlo via?
- Questo, rispose l'ostessa,  affar vostro: in realt per, come voi dite, il giovinotto fa il suo servizio in maniera tale che non ci sarebbe coscienza a licenziarlo per un motivo cos futile.
- Va bene, disse il marito, staremo in guardia, come dite, e il tempo ci dir quel che si dovr fare".
Cos rimasero, e l'oste and a rimettere il libro al posto dove l'aveva trovato. Tommaso ritorn a cercare ansiosamente il libro e, trovatolo, perch non gli desse nuova cagione di angustie, copi i versi, lacer quelle pagine e si propose di arrischiarsi a svelare a Costanza il suo desiderio alla prima occasione che gli si fosse presentata. Ma poich ella camminava sempre per la via della sua onest e riserbatezza, non dava motivo ad alcuno di fissare su lei l'attenzione nonch di mettercisi a discorrere; e poich di solito c'era tanta gente nell'albergo e tanti occhi, tanto pi era difficile parlarle, s che ormai disperava il povero innamorato. Quel giorno per, essendosi Costanza mostrata con una fascia attorno alle guance e avendo detto, a chi le domandava la ragione dell'essersela messa, che aveva un gran dolor di denti, Tommaso, a cui il desiderio aguzzava il cervello, pens in un tratto quel che convenisse fare e disse: - Signora Costanza, vi dar io una certa orazione per iscritto, la quale, recitata un paio di volte, vi toglier via il dolore come se con la mano fosse levato via. - Bene, rispose Costanza; e io la reciter, giacch so leggere.
- Questo per, disse Tommaso, a condizione di non farla vedere a nessuno, perch io ne faccio gran conto e non mi piacerebbe che, sapendola in tanti, perdesse di pregio.
- Vi prometto, Tommaso, disse Costanza, che non la dar a nessuno: datemela subito, che il dolore mi tormenta.
- Vado a copiarla a mente, rispose Tommaso, e ve la porto subito -.
Fu questa la prima volta che si scambiarono parole Tommaso e Costanza dal tempo ch'egli stava nell'albergo, che erano ormai pi di ventiquattro giorni. Tommaso and, scrisse l'orazione ed ebbe modo di consegnarla a Costanza senz'esser visto da nessuno. Lei tutta contenta, e compunta anche pi, entr sola sola in una camera e, spiegata la carta, vide che diceva cos: "Signora dell'anima mia: io sono un cavaliere nativo di Brgos. Sopravvivendo a mio padre, sono erede di un maggiorasco di seimila ducati di rendita. Attratto dalla fama della vostra bellezza, sparsa attorno per miglia e miglia, ho lasciato la mia patria, ho mutato vestimento e nei panni che mi vedete son venuto a servire il vostro padrone. Che se voleste esser voi la mia padrona nel modo che pi convenga alla vostra onest, dite quali prove volete ch'io vi dia per sincerarvi che questa  la verit; e sincerata che ve ne siate, qualora vi piaccia, io sar vostro sposo e l'uomo pi felice del mondo. Sol vi chiedo per ora di non voler far getto di cos appassionate e pure intenzioni quali sono le mie, ch se lo viene a sapere il vostro padrone e non ci crede, mi scaccer dalla vostra presenza: il che sarebbe lo stesso che condannarmi a morire. Lasciate, signora, ch'io vi veda finch voi mi abbiate a credere, pensando che non merita l'aspro castigo di non dovervi vedere chi non ha commesso altra colpa se non adorarvi. Voi potrete, di soppiatto ai tanti che sempre sono ad ammirarvi, rispondermi con gli occhi, occhi che hanno il potere, se adirati, di uccidere, se compassionevoli, di ridare la vita".
Come Tommaso cap che Costanza se n'era andata a leggere il suo scritto, stette con gran batticuore, fra il timore e la speranza o d'una sentenza della sua morte o del sollievo della sua vita. Torn frattanto Costanza, cos bella, quantunque tutta imbacuccata, che se la sua bellezza avesse caso mai potuto accrescersi, si sarebbe potuto pensare che l'aveva accresciuta la sorpresa di aver letto nella lettera di Tommaso una cosa diversa e tanto lontana da quel che s'immaginava. Se ne venne ella con nelle mani la lettera fatta tutta a pezzettini, e a Tommaso, che a mala pena si reggeva sulle gambe, disse:
- Fratello Tommaso, questa tua orazione mi sembra pi una stregoneria e una fandonia che orazione santa; perci io non ci ho fede n voglio farne uso, e l'ho appunto strappata perch non la veda nessun'altra pi disposta a credere di me. Impara altre orazioni pi facili, ch questa  difficilissima e impossibile che ti rechi giovamento -. E cos dicendo entr dalla sua padrona e Tommaso rimase l confuso, ma alquanto confortato al vedere che il segreto dei suoi voti era riposto soltanto nel cuore di Costanza, sembrandogli che poich ella non aveva parlato al padrone, almeno non correva pericolo che questi gli desse lo sfratto. Gli parve che l'aver dato quel primo passo nelle sue aspirazioni avesse valicato un monte di difficolt e che nelle cose grandi e dubbie tutto stia a cominciare.
Mentre questo accadeva nell'albergo, l'asturiano era occupato nella compera dell'asino al mercato; e sebbene molti ve ne trovasse, di nessuno era rimasto contento, per quanto uno zingaro avesse fatto di tutto per appioppargliene uno che andava di passo lesto, pi per l'argento vivo che gli aveva versato negli orecchi che per la sua sveltezza; ma, contento del trotto, n'era scontento per la corporatura ch'era molto bassa e non aveva la misura e la statura da Lope desiderata, giacch ne cercava uno abbastanza robusto da poter portare anche lui per giunta, vuote o piene che fossero le mezzine. Gli si avvicin in questo mentre un garzone e gli disse all'orecchio: - Bel giovane, se cercate una bestia buona per acquaiolo, io ci ho un asino qui vicino in un prato che non c' n' in tutta Toledo uno migliore n pi grande. Vi consiglio di non comprar bestie da zingari, perch quantunque paiano forti e belle, ingannano e nascondono mille magagne. Se volete comprare quella che fa per voi, venite con me e acqua in bocca -. Gli credette l'asturiano e gli disse che lo conducesse l dov'era l'asino di cui faceva tante lodi. I due andarono di conserva, come si dice, finch giunsero al Giardino del Re, dove, all'ombra di una gran ruota ad acqua, trovarono molti acquaioli, gli asini dei quali pascolavano in un prato ch'era per l. Il venditore fece vedere il suo asino ch'era tale che l'occhio dell'asturiano ne fu tutto appagato. Quanti poi eran l, tutti lodarono l'asino per gagliardo, trottatore e gran mangione. Si contratt e senza tante malleverie e informazioni, facendo da sensali e da mediatori gli altri acquaioli, Lope dette dell'asino sedici ducati con tutti gli annessi del mestiere e fece il pagamento per contanti in scudi d'oro. Complimenti gli furono fatti per la compra e per l'assunzione dell'asino in servizio, assicurandolo che aveva comprato un asino quanto mai porta-fortuna, tanto vero che il padrone che lo rilasciava, senza stroppiarlo a bastonate e ammazzarlo dalla fatica, aveva con esso, in men d'un anno, guadagnato, oltre il mantenimento decoroso per s e per l'asino, due paia di vestiti e, per di pi, quei sedici ducati con cui faceva conto di tornare al paese dove gli era stato combinato un matrimonio con una sua mezza parente. Oltre i mediatori dell'asino c'erano l altri quattro acquaioli a giocare a primiera, sdraiati per terra, questa facendo loro da tavola e i loro mantelli da tappeti. Si mise a guardarli giocare l'asturiano e vide che non giocavano da poveri acquaioli ma da arcidiaconi, avendo ciascuno puntato pi di cento reali in rame e argento.
Una giocata arriv a prendere tutte le poste, e se i giocatori non si fossero aiutati l'un l'altro era piazza pulita. Finalmente i due non ebbero pi denaro da puntare e si levarono in piedi. Il che vedendo colui che aveva venduto l'asino, disse che se ci fosse stato un quarto, avrebbe giocato, perch era nemico del gioco in tre. L'asturiano il quale era come lo zucchero che, come dicono gl'italiani(222), non guast mai vivanda, disse che avrebbe fatto il quarto. Subito si sedettero: la cosa andava bene e, volendo piuttosto perdere il denaro che il tempo, in breve Lope perd sei scudi che aveva. Vedendosi allora senza un quattrino, disse che, se volevano, avrebbe giocato l'asino. La proposta fu accettata ed egli mise per posta un quarto dell'asino, dicendo che a quarti a quarti l'avrebbe giocato tutto. Le carte gli dissero tanto male che in quattro puntate, una dietro l'altra, perd i quattro quarti dell'asino, guadagnatigli da quello stesso che gliel'aveva venduto. E alzatosi costui per tornar a riprenderselo, disse l'asturiano che si badasse ch'egli aveva giocato soltanto i quattro quarti dell'asino, che fossero pur presi, ma che la coda la si desse a lui. Mosse tutti a riso la richiesta della coda, e ci furono dei saputi i quali furono di parere che non aveva ragione di richiederla, affermando che quando si vende un castrato o altro capo di bestiame non si detrae n si toglie via la coda, che di necessit deve andare con l'uno dei quarti di dietro. Al che rispose Lope che i castrati di Berberia hanno ordinariamente cinque quarti, che il quinto  appunto la coda, e che quando tali castrati si squartano, tanto vale la coda quanto uno qualunque dei quarti; che riguardo al dovere la coda andare insieme con l'animale era d'accordo, se venduto vivo e non squartato; che il suo asino invece non era stato venduto, ma soltanto giocato e che mai aveva inteso di giocare la coda; perci, senz'altro, gliela restituissero subito con tutti i suoi annessi e connessi, cio dalla base del cranio con tutta l'ossatura del filo della schiena, da dove la coda principia e ne discende, fino all'ultimo pelo sulla punta.
- Ma, disse uno, mettiamo che sia come dite voi e che vi si dia la coda, cos come la domandate: e cavalcate un po' quel che rimanga allora dell'asino!
- Sia comunque, replic Lope, qua la mia coda! altrimenti, giuro a Dio che l'asino non mi si porta via neanche se venissero a prenderlo quanti acquaioli c' nel mondo. N si credano che per essere in tanti quelli qui presenti mi abbiano a fare soperchieria, perch io son un uomo che so stare di fronte a un altro uomo e ficcargli due palmi di daga nella trippa senza ch'egli sappia da chi, di dove e come gli  arrivata; e per di pi non voglio che mi si paghi la parte mia, la coda, quanto pu valere nella sua lunghezza, ma voglio che la mi si dia tale e quale , e che sia tagliata via dell'asino, come ho detto.
A colui che aveva vinto al gioco e agli altri non parve prudente portar via l'asino per forza, giudicando dover essere l'asturiano di tale ardire da non lasciarsela fare. Avvezzo alla vita delle tonnare, dove si fanno spampanate e bravate d'ogni genere e giuramenti e imprecazioni tremende, egli butt per aria a volo il cappello, brand un pugnale che portava sotto il mantello e s'impost con tale cipiglio che intimor e tenne a dovere tutta quella brigata acquaiola. Finalmente, uno di loro, che sembrava essere pi sensato e ragionevole, li mise d'accordo: giocare la coda contro un quarto dell'asino, a primiera o "a due e passa"(223). Ne furono contenti; Lope vinse e l'altro, stizzito, gioc il secondo quarto, finch in altre tre mani di gioco rimase senz'asino. Volle giocare il denaro: Lope non avrebbe voluto, ma gli altri tanto insistettero ch'ebbe a fare a modo loro, e vinse intanto il danaro, ch'era viatico del promesso sposo, lasciandolo senza un quattrino. Del che fu cos grande l'afflizione del perditore che si butt a terra e cominci a dar capate. Lope, da quel giovane dabbene che era, generoso e compassionevole, lo rialz e tutto gli restitu, e il denaro guadagnatogli e i sedici ducati dell'asino; per di pi, il resto che aveva spart fra i presenti, tutti trasecolati della sua straordinaria generosit, tanto che se fossero stati i tempi e i casi del gran Tamerlano(224), lo avrebbero proclamato re degli acquaioli. Con gran seguito, torn Lope in citt, dove raccont a Tommaso l'avvenuto, come pure Tommaso rifer a lui dei suoi buoni successi. Non ci fu bettola, non taverna, non crocchio di bricconi dove non si sapesse della giocata dell'asino, il suo riscatto per motivo della coda, e anche l'arditezza e la generosit dell'asturiano. Ma poich la mala bestia del volgo  per la maggior parte cattiva, maledetta e maldicente, non fece presa il ricordo della generosit, della bravura, e delle buone qualit del gran Lope, ma soltanto quello della coda. Cos, era appena un paio di giorni che andava distribuendo acqua per la citt che si vide segnato a dito da molti i quali dicevano: -  l'acquaiolo della coda, quello! - Ci fecero attenzione i ragazzi, seppero del fatto, e non era ancora spuntato Lope all'angolo di una strada che per quanto questa era lunga, gli gridavano, chi di qui, chi di l: - Asturiano, qua la coda! qua la coda, asturiano! - Lope, al vedersi bersagliato da tante lingue e da tante voci, si apprese al partito di tacere, credendo che, non dandosene per intesa, riuscisse a soffocare tanto mala creanza; ma non valse, perch pi taceva e pi i ragazzi gridavano. Cos prov a cambiare la pazienza in collera e, smontando dall'asino, prese a tirar bastonate fra la ragazzaglia, che fu un soffregare la polvere e darle fuoco, e ben altro che mozzare le teste all'Idra, perch per una che ne tagliava, legnando qualche ragazzo, ne nascevano all'istante medesimo non altre sette, ma settecento, a chiedergli con pi accanimento e insistenza la coda. Alla fine pens bene ritirarsi in un albergo che aveva preso, separato da quello del suo compagno, per evitare la Secca e starvi finch fosse passato l'influsso di quella maligna stella e si cancellasse dalla memoria dei ragazzi quell'atroce domandare, che gli facevano, la coda. Sei giorni trascorse senza uscire di casa, se non di notte, che andava a veder Tommaso e a domandargli come gli andasse. Il quale gli raccont che da quando aveva dato il foglio a Costanza non aveva potuto mai rivolgerle neanche una parola, e che gli pareva che andasse pi riguardata del solito. Aveva avuto, s, una volta occasione di parlarle, ma lei gli aveva detto prima che le si avvicinasse: - Tommaso, non mi duole nulla; perci non ho bisogno delle tue parole, n delle tue orazioni. Ti basti che non t'accuso all'Inquisizione: non ti dar pena -. Questo tuttavia gli diceva senza dimostrare risentimento negli sguardi n altra durezza che potesse indicare qualche rancore. Lope gli raccont dell'assalto che gli davano i ragazzi chiedendogli la coda per avere egli chiesto quella dell'asino suo, col qual mezzo aveva fatto il famoso riscatto. Tommaso lo consigli a non uscire di casa, per lo meno sull'asino; in caso, se ne andasse per le strade solitarie e fuor di mano; che se non bastasse questo, sarebbe bastato lasciare il mestiere, ultimo rimedio per metter fine alla vergognosa domanda. Lope gli domand se la galiziana fosse pi venuta: disse che no, ma che non tralasciava di tentarlo col regalargli di quel che rubava in cucina ai forestieri. Con questo, Lope si ritir al suo albergo, deciso a non uscirne per altri sei giorni, almeno con l'asino.
Potevano essere le undici di notte quando, d'improvviso e all'inpensata, si videro entrare dal Sivigliano molti della giustizia con a capo il Podest. Fu uno scompiglio per l'oste e per gli ospitati; giacch, allo stesso modo che quando appaiono le comete, producono sempre paure, disgrazie, sventure, cos per l'appunto la giustizia, quando d'un tratto ed in drappello entra in una casa, mette sottosopra e spaventa anche chi  innocente. Entr il Podest in una sala, chiam l'albergatore che, tremando, venne a vedere cosa voleva il signore Podest. Il quale come lo vide, gli domand con gran solennit: - Siete voi l'albergatore? - Signor s, rispose quegli: ai comandi di vossignoria. Il Podest ordin che uscissero dalla sala quanti c'erano e che fosse lasciato solo con l'albergatore. Cos fu fatto, e, rimasti soli, disse il Podest all'albergatore:
- Albergatore, che servitori avete in questo vostro albergo?
- Signore, rispose, ci ho due ragazze galiziane, una maggiordoma e un giovanotto che tiene i conti dell'orzo e della paglia che distribuisce.
- Nessun altro? replic il Podest.
- Signor no, rispose l'albergatore.
- Ditemi allora, albergatore, disse il Podest, dov' una ragazza che si dice che serva in questa casa, tanto bella da essere per tutta la citt chiamata l'illustre sguattera, della quale mi son anche venuti a dire essere innamorato mio figlio Don Periquito, e non esservi notte che non le faccia la serenata?
- Signore, rispose l'ospite, questa sguattera illustre che dicono,  vero che si trova qui; per non  mia serva, pur essendo essa tale.
- Non capisco cosa dite, oste, di questo essere o no vostra serva la sguattera.
- Io ho detto bene, soggiunse l'oste; e se vossignoria me lo permette, le dir cosa c' in quest'affare, il che non ho mai fatto con persona al mondo.
- Voglio vedere la sguattera prima di sapere altro; chiamatela, disse il Podest. - Si affacci l'oste alla porta della sala e disse: - Sentite, padrona? Fate venir qui Costanza. Quando l'ostessa sent che il Podest voleva Costanza, si smarr tutta e cominci a torcersi le mani e dire: - Ah, disgraziata me! Il Podest vuole Costanza e da sola! Qualche gran malanno dev'essere successo, ch la bellezza di questa ragazza si tira dietro incantati gli uomini. - Costanza, che sent, disse: - Signora, non vi sgomentate; vado a vedere che cosa vuole il signor Podest, e se mai fosse successo qualche malanno, state certa che non  per colpa mia. - E cos dicendo, senza aspettare un'altra chiamata, prese una candela accesa sopra un candeliere d'argento e con pi peritanza che timore and dove stava il Podest. Al vederla, questi comand all'oste di serrare la porta della sala. Il che fatto, il Podest si alz prendendo il candeliere di mano a Costanza, la luce battendole in faccia, l'andava osservando tutta da capo a piedi. E poich Costanza stava in gran confusione, era tutta arrossita in viso; cos bella e modesta che al Podest parve di trovarsi a guardare la bellezza di un angelo in terra. Or dopo averla bene osservata disse: - Oste, non  perla questa il cui castone abbia a essere un albergo. Io dico fin d'ora che mio figlio Periquito  intelligente, avendo saputo collocare cos bene i suoi pensieri. Dico, fanciulla, che non solamente vi si pu e vi si deve chiamare illustre, ma illustrissima; titoli tuttavia che non dovevano accompagnare il nome di sguattera, ma quello di duchessa.
- Non  sguattera, signore, not l'oste; in casa infatti non ha altro ufficio che di tenere in consegna le chiavi dell'argenteria, poich grazie a Dio ne ho alquanta, a servizio delle persone di riguardo che vengono a quest'albergo.
- Ad ogni modo, oste, riprese il Podest, dico che non sta bene, non  conveniente che questa fanciulla stia in un albergo. , per caso, parente vostra?
- N mia parente, n mia serva. E se vossignoria avr piacere di sapere chi , quando lei non ci sia sentir cose che le faranno piacere del pari che maraviglia.
- S che n'avr piacere, disse il Podest. Costanzina se ne vada di l e si aspetti da me quello che potrebbe aspettarsi dallo stesso suo padre, poich la sua grande onest e bellezza forzano ognuno che la veda a offrirle i propri servigi.
Senza rispondere parola, ma facendo con molta compostezza una profonda riverenza al Podest, usc dalla stanza e trov la padrona che l'aspettava a braccia aperte per sapere da lei cos'era che voleva il Podest. Ella le rifer ci che c'era stato e come il padrone fosse rimasto solo col Podest per raccontargli non so che non voleva fosse ascoltato da lei. Non fu per del tutto tranquilla l'ostessa, ma sempre stette a dire orazioni finch non se ne fu andato il Podest e non vide il marito uscir fuori liberamente. Il quale, nel tempo che era stato col Podest, gli aveva detto:
- Oggi, signore, secondo il mio conto, fanno quindici anni, un mese e quattro giorni dacch a quest'albergo giunse in abito da pellegrina una signora in lettiga, accompagnata da quattro servitori a cavallo, e in un cocchio due governanti e una damigella. Portava pure con s due mule da soma coperte da due ricche gualdrappe, cariche d'un ricco letto e di utensili da cucina: era insomma signorile l'arredamento, e la pellegrina mostrava di essere una gran dama, che, sebbene apparisse di quaranta o poco pi anni d'et, non lasciava tuttavia di essere bella in sommo grado. Malata, pallida e tanto accasciata, comand le rizzassero subito il letto, e i suoi servitori glielo prepararono in questa stanza appunto. Mi domandarono qual'era il medico pi rinomato di Toledo, ed io indicai loro il dottore De la Fuente. Andarono subito per lui che subito venne. La dama gli confid da sola a sola il suo male, e il resultato dell'abboccamento fu l'ordine del medico di prepararle il letto in un'altra parte, in un luogo dove non giungesse alcun rumore. All'istante glielo trasportarono in un'altra camera, che  qui sopra appartata, con le comodit che il dottore voleva. Nessuno dei servitori v'entrava e solo servivano la dama le due governanti e la damigella. Io e mia moglie domandammo ai servitori chi era questa signora, come si chiamava, di dove veniva e dove andava, se era maritata, vedova o ragazza e perch vestita cos da pellegrina. A tutte queste domande, che una e pi volte facemmo loro, non ci fu alcuno che rispondesse se non che era una primaria e ricca signora della Vecchia Castiglia, senza figli cui lasciar le sue sostanze e che, malata d'idropisia da alcuni mesi, aveva fatto voto di andare in pellegrinaggio a Nostra Signora di Guadalupa, in conformit alla quale promessa vestiva quell'abito. Quanto al suo nome, avevano ordine di non chiamarla se non "la signora pellegrina". Questo sapemmo per allora: di l a tre giorni che ell'era ammalata in questa casa, una delle governanti ci venne a chiamare da parte sua, me e mia moglie. Andammo a vedere che cosa voleva e, chiusici dentro, l davanti alle sue donne, quasi con le lagrime agli occhi ci disse, mi pare, queste precise parole: - "Signori miei, il cielo mi  testimonio che senza mia colpa mi trovo nel grave frangente che vi dir. Io sono gravida e cos prossima a partorire che gi mi assalgono le doglie. Nessuno dei servitori del mio seguito sa l'occorrenza e la disgrazia mia, che non ho potuto n voluto nascondere a queste mie donne. Per sottrarmi agli sguardi maliziosi dei miei compaesani e perch questo supremo momento non mi cogliesse fra loro, feci voto di andare a Nostra Signora di Guadalupa che mi deve fare la grazia che il parto mi sopraggiunga in questa casa. A voialtri sta ora l'assistermi e il soccorrermi con la segretezza che merita una che vi affida il suo onore. Il compenso della carit che mi avreste ad usare, ch cos voglio chiamarla, se non dovesse corrispondere al gran favore che m'attendo, baster almeno a dimostrare il desiderio di una grande riconoscenza. Voglio pertanto che comincino a dar prova del mio desiderio questi duecento scudi d'oro che sono in questo borsellino". E cavando di sotto al capezzale del letto un borsellino trapunto di verde e oro, lo mise in mano a mia moglie, la quale, semplice com', senza guardare a quel che faceva, perch stava imbambolata e ammutolita alla rivelazione della pellegrina, prese il borsellino senza risponderle parola di ringraziamento o, comunque, di cortesia. Io mi ricordo d'averle detto che non c'era punto bisogno di quel denaro, perch non eravamo gente che per interesse, pi che per carit, ci si muovesse a fare, all'occasione, il bene. Ella prosegu a dire: "Bisogna, amici miei, che voi cerchiate dove portare subito la creatura che avr partorito, inventando magari una bugia da dire alla persona cui la consegnerete; il che per ora sar qui in citt; poi, voglio che sia portata a qualche villaggio. Quello che in seguito si debba fare, se Dio mi far grazia dei suoi lumi e di farmi condurre a compimento il mio voto, voi, quando ritorner da Guadalupa, lo saprete, poich il tempo mi avr dato agio di pensare e di scegliere il partito che meglio mi convenga. Di levatrice non ce n' bisogno e non la voglio, perch altri parti pi onorevoli, che ho avuto, mi affidano che con l'aiuto soltanto di queste donne ne superer le difficolt e avr evitato un altro testimonio dei miei casi". Qui la misera pellegrina di fine al discorso e principio ad un pianto dirotto che fu in parte consolato dalle molte e buone parole di mia moglie, ritornata ormai pi presente a se stessa. In breve, io uscii subito a cercare dove portare la creatura ch'ella avesse partorito a qualunque ora si fosse. E fra le dodici e l'una di quella notte stessa, quando tutti quelli di casa erano immersi nel sonno, la buona signora partor una bambina, la pi bella che i miei occhi avessero veduto fino allora e che  questa appunto che vossignoria ha visto or ora. N la madre grid nel partorire, n la figlia pianse nel nascere; in tutti era calma e silenzio meraviglioso, quale occorreva per la segretezza di quel caso straordinario. Altri sei giorni stette a letto la signora, e ogni giorno veniva a visitarla il medico; non per ch'ella gli avesse palesato da cosa dipendeva il suo male, n avendo mai prese le medicine che egli le ordinava, giacch s'era solamente proposta d'ingannare con la visita del medico i suoi servitori. Tutto questo mi disse ella stessa, poich si vide fuori di pericolo. L'ottavo giorno si lev su con quel medesimo gonfio o con altro simile a quello col quale si era coricata. And al suo pellegrinaggio e ne torn di l a venti giorni ormai quasi risanata, perch a poco a poco veniva smettendo l'artifizio per mezzo del quale, dopo essersi sgravata, faceva vedere di essere idropica. Al suo ritorno, la bambina data ad allevare per mia cura, sotto nome di nepote mia, stava in un villaggio lontano di qui due leghe. Al battesimo le fu messo nome Costanza, perch cos aveva lasciato detto la madre, la quale, soddisfatta di quello che io avevo fatto, al momento di congedarsi mi dette una catena d'oro, che io ho ancora, da cui tolse sei anelli, i quali disse avrebbe portato la persona che fosse venuta a cercare della bambina. Cos pure tagli un foglio di bianca pergamena, a curve e a onde, sul disegno e alla maniera di quando si consertano le mani ed  scritto sulle dita qualcosa che pu esser letta consertando le dita, mentre se le mani sono disgiunte resta divisa la dicitura col dividersi delle lettere, le quali si riuniscono e combaciano in modo da potersi leggere per disteso se si torna a incavigliare le dita; l'un ritaglio della pergamena cio, serve come di anima all'altro, e, incastrati, sar possibile leggervi, disgiunti no, se pure non s'indovini dalla met della pergamena. Con la collana pertanto, quasi intera, rimase ed  presso di me il tutto, aspettando il contrassegno fino ad oggi; quantunque ella mi avesse detto che nel termine di due anni avrebbe mandato per la figlia sua, dandomi incarico di farla allevare non per quella che era, ma secondo suole essere allevata una contadina. M'ingiunse inoltre che se, caso mai, non le fosse stato possibile mandare per la sua figlia tanto presto, non le dicessi, anche ch'ella fosse cresciuta e pervenuta all'et del discernimento, come era nata, che la scusassi se non mi palesava il suo nome n chi era, il che si riserbava di fare ad un'altra occasione di maggior rilievo. In conclusione, dandomi altri quattrocento scudi d'oro e abbracciata mia moglie, piangendo di tenerezza, se ne part, lasciandoci compresi d'ammirazione per il suo senno, merito, bellezza e prudenza. Costanza fu allevata per due anni nel villaggio, poi me la presi con me, e sempre l'ho fatta andare vestita da contadina, in conformit dell'ordine lasciatomi da sua madre. Son quindici anni un mese e quattro giorni che attendo chi abbia a venire per lei, ma il lungo ritardo ha spento in me ogni speranza di vedere quell'arrivo: che se non viene in questo anno qui, ho deciso di adottarla e di lasciare a lei tutta la mia sostanza che passa seimila ducati, grazie a Dio. Resta ora, signor Podest, ch'io vi dica, se pure  possibile che io lo sappia fare, delle buone qualit e delle virt di Costanzina. Per la prima, ell' molto devota alla Madonna, si confessa e si comunica ogni mese, sa leggere e scrivere, n c' in Toledo una che lavori di merletti meglio di lei; canta, seduta al tombolo, da parere un angelo; non c' chi l'uguagli nell'onest, e, quanto a bellezza, vossignoria gi l'ha vista. Il signor Don Pedro, figlio di vossignoria, non le ha mai parlato in vita sua; ben  vero che di tanto in tanto le porta qualche serenata che lei mai non ascolta. Molti signori e titolati hanno alloggiato in quest'albergo, hanno appositamente interrotto il viaggio pi e pi giorni per levarsi la voglia di vederla; ma io so bene che non c' nessuno il quale sia vero che si possa vantare ch'ella gli abbia dato modo di dirle una parola da sola o in compagnia. Questa , signore, la storia dell'illustre sguattera che non  sguattera, storia nella quale non mi sono discostato un punto dalla verit. - Tacque l'oste e il Podest indugi un bel pezzo a rispondergli, tanto lo teneva trasecolato il caso che l'oste gli aveva narrato. Finalmente gli disse che gli recasse l la collana e la pergamena, perch voleva vedere. L'oste and a prenderle e il Podest vide che la cosa stava come gli aveva detto: la collana era ad anelli, lavorata con molta finezza; nella pergamena erano scritte, una sotto l'altra, nello spazio che doveva riempire i vuoti dell'altra met, le lettere: QETELEOENL. Dalle quali lettere cap essere necessario che combinassero con quelle dell'altra met della pergamena affinch se ne potesse trarre un senso. Ingegnoso riconobbe essere il segnale del riconoscimento, e giudic dovere essere molto ricca la signora pellegrina che aveva lasciato quella collana all'ospite. E avendo in mente di levare da quell'albergo la bella giovane, quando avesse designato un monastero dove condurla, per il momento si content di portar seco solo la pergamena, comandando all'oste che, se mai alcuno venisse a cercar Costanza, lo avvisasse e gli facesse sapere chi era che veniva a cercarla, prima di fargli vedere la collana che lasciava in sua mano. Dopo ci se ne and altrettanto ammirato del racconto e del caso della illustre sguattera quanto della sua incomparabile bellezza. In tutto il tempo che l'oste spese a stare col Podest e quello in che fu occupata Costanza quando la chiamarono, Tommaso rimase smarrito, assalito nell'animo da mille vari pensieri senza mai fermarsi in uno che lo soddisfacesse; ma quando vide che il Podest andava via e che Costanza restava, si sent riavere, torn a battergli nelle vene il sangue che quasi gli si era ritirato. All'oste non os domandare cosa voleva il Podest n l'oste lo disse a nessuno, tranne a sua moglie la quale a questo si rianim, ringraziando Dio che l'avesse liberata da s grande spavento.
Il giorno dipoi, verso il tocco, entrarono nell'albergo, con quattro uomini a cavallo, due cavalieri attempati, di venerando aspetto, dopo che uno degli staffieri che li seguivano a piedi ebbe domandato se era quello l'Albergo del Sivigliano; al che essendo stato risposto di s, tutti entrarono dentro. I quattro smontarono ed andarono ad aiutare i due anziani a smontare, segno evidente che quei due erano i padroni dei sei uomini. Costanza con i soliti suoi modi gentili usc incontro ai nuovi ospiti. Come l'ebbe veduta uno dei due anziani disse all'altro: "Credo, signor Don Giovanni, che noi abbiamo bell'e trovato quanto siamo venuti a cercare". Tommaso, ch'era accorso a governare le cavalcature, riconobbe subito due servi di suo padre, quindi suo padre stesso e quello di Carriazo nei due anziani, cui gli altri trattavano rispettosamente; e per quanto sorpreso del loro arrivo, riflett che dovevano andare in cerca di lui e di Carriazo alle tonnare, giacch non doveva essere mancato chi loro avesse detto che l li avrebbero trovati e non nelle Fiandre. Non ard tuttavia farsi riconoscere in quei panni; s bene, rimettendosi in tutto alla ventura, col viso riparato dalla mano, pass loro davanti e corse a cercare di Costanza che la sua buona fortuna volle trovasse nella sala. Alla quale, in fretta e con parole confuse, pel timore che lei non gli desse agio di dirle nulla, disse: - Costanza, uno di questi due cavalieri attempati che qui ora sono arrivati  mio padre; egli  quello che sentirai chiamare Don Giovanni de Avendagno. Infrmati dai suoi servi se ha un figlio di nome Don Tommaso de Avendagno, che sono io, e di qui potrai arguire e accertarti che t'ho detto il vero riguardo alla qualit della mia persona e che te lo dir riguardo a quanto t'ho offerto per parte mia. Rimanti con Dio, perch finch essi non partono, io non voglio far ritorno a questa casa -. Nulla gli rispose Costanza, n egli aspett che gli rispondesse, ma uscendo, di nuovo col viso riparato dalla mano, come quando era entrato, corse da Carriazo, per fargli sapere come i loro padri fossero nell'albergo. L'oste di una voce a Tommaso perch venisse a dispensare la biada, ma poich non compariva, la distribu lui stesso. Uno dei due anziani chiam da parte una delle due serve galiziane e le domand come si chiamava quella bella ragazza che avevano veduto e se era figlia o parente del padrone o della padrona dell'albergo. La galiziana rispose: - Si chiama Costanza quella ragazza; n dell'oste, n dell'ostessa  parente, n lo so chi . Altro non so dire se non che la colga il malanno! Perch, non so cos'abbia, che per causa sua non c' chi dica una parola in bene di nessuna di quante serviamo in questa casa, per quanto anche noi in verit si abbia le nostre facce come Dio ce l'ha fatte. Non entra forestiero che non domandi subito: "chi  quella bella ragazza?" e che non dica: "graziosa, che bella presenza! davvero che non  trista! Oib, le imbellettate! Che la mia fortuna non me ne faccia capitare mai una meno bella!". A noialtre invece non c' chi ci dica: "Che fate qui voi, diavoli, o donne, o quel che siete?".
- Allora, a buon conto, questa ragazza deve lasciarsi accarezzare e corteggiare dagli ospiti, osserv il cavaliere.
- S! rispose la galiziana, come provarsi a tenerle il piede per ferrarla!  svelta, per cotesto, la ragazza. Per Dio, signore! si lasciasse almeno guardare, nuoterebbe nell'oro.  pi ruvida d'un riccio, non fa che diluviare avemmarie;  in faccende e recita orazioni dalla mattina alla sera. Il giorno che far miracoli mi facesse avere un sacchetto di reali! -.
Contentissimo il cavaliere di quel che aveva sentito dire alla galiziana, senza neanche aspettare che gli si venisse a togliere gli speroni, chiam l'oste e, appartandosi con lui in una stanza, gli disse: - Io, signor oste, vengo a riprendervi un mio pegno che voi avete in mano vostra da alcuni anni. Per riaverlo vi porto mille scudi d'oro, questi pezzi di collana e questa pergamena -. Cos dicendo cav di tasca i sei anelli di contrassegno della collana che possedeva l'oste, il quale riconobbe pure la pergamena. Oltremodo allegro quindi per il dono dei mille scudi, rispose:
- Signore, il pegno che desiderate riprendere  in casa mia, ma non sono in casa n la collana n la pergamena con cui si deve provare la verit che io credo che vossignoria affermi. La supplico perci di pazientare, che torno subito -. E corse all'istante ad avvisare il Podest di quel che avveniva, come cio fossero nel suo albergo due cavalieri, i quali venivano a cercar di Costanza. Il Podest finiva allora di desinare; ma, desideroso di vedere la fine di quella storia, mont subito a cavallo e venne all'Albergo del Sivigliano portando con s la pergamena della prova. Ebbe appena veduto i due cavalieri che a braccia aperte si gett al collo dell'uno dicendo:
- Dio m'aiuti! Che piacere questa vostra venuta, signor Don Giovanni de Avendagno, cugino e padron mio! -. Il cavaliere similmente abbracci lui, dicendogli:
- Fortunata senza dubbio, caro cugino, la mia venuta dal momento che vi vedo, e in quella buona salute che sempre desidero. Un abbraccio, cugino mio, a questo cavaliere, il signor Don Diego de Carriazo, signore di merito e mio amico.
- Conosco di gi il signor Don Diego, rispose il Podest, e gli umilio la mia servit. - E abbracciandosi tutti e due, dopo essersi scambiati grandi dimostrazioni d'affetto e di gran cortesie, passarono in una sala dove rimasero da soli a soli con l'oste il quale, avendo gi con s la collana, disse:
- Il signor Podest sa gi lo scopo della vostra venuta, signor Don Diego de Carriazo. Vossignoria metta fuori i pezzi che mancano a questa collana qui; il signor Podest metter fuori la pergamena ch'egli ha presso di s e facciamo la prova che da tanti anni aspetto che si faccia.
- Cosicch, rispose Don Diego, non occorrer ridire al signor Podest, a che siamo venuti, poich ben si vedr che  stato appunto per quello che voi, signor oste, gli avrete gi detto.
- Qualcosa mi ha detto, rispose il Podest, ma c' ancora molto da sapere. La pergamena eccola qui. - Don Diego mise fuori l'altra met: raccostate le due parti, ne fu fatta una e alle lettere della parte che era in possesso dell'albergatore, le quali, come si  detto, erano: QETELEOENL si vide che nell'altra pergamena corrispondevano: USOIVRSGAE, che tutte insieme dicevano: Questo  il vero segnale(225). Si confrontarono quindi i pezzi della collana e si trov che veri erano quei segnali.
- Questo  fatto, osserv Don Diego; resta ora a sapere, se  possibile, chi sono i genitori di questo bellissimo ostaggio.
- Il padre, rispose Don Diego, son io; la madre  morta. Basti sapere che essa fu di cos alto grado che ben avrei potuto io esser suo servo. Ma perch, come rimane velato il nome suo, non cos rimanga velato il suo buon nome, e non sia incolpata di quello che in lei sembra fallo palese e cosa risaputa peccaminosa, si deve sapere che la madre di questo ostaggio, divenuta vedova di un alto personaggio, si ritir in un borgo di suo dominio, e l, appartata da tutti, e onestissimamente, trascorreva con i suoi servi e vassalli una vita tranquilla e quieta. Il destino volle che un giorno, andando io a caccia nei paraggi della sua terra, mi prendesse vaghezza di andare a trovarla. Era l'ora calda del riposo. Giunto alla sua reggia (ch cos pu ben essere chiamata la sua gran casa) lasciai il cavallo a un mio servitore e salii, senza imbattermi in alcuno, fin proprio alla camera dove ella giaceva addormentata a riposare nell'ora calda sopra un nero soffice divano, folto di tappetti e di cuscini. Era sommamente bella: quel silenzio, il luogo solitario, l'occasione, svegliarono in me un desiderio pi audace che onesto. Senza mettermi a fare acconci ragionamenti, chiusi alle mie spalle la porta e avvicinandomi a lei, la svegliai e, tenendola a forza stretta alle braccia, le dissi: - Mia signora, non gridate, perch il gridare, se mai, sar bandire il vostro disonore. Nessuno mi ha visto entrare in questa camera, poich la mia fortuna, che ottima reputo potendo godervi, ha riversato il sonno su tutti i vostri servitori. E quand'essi accorrano alle vostre grida, non potranno far altro che togliermi la vita: il che sia, ma fra le vostre braccia; n con la morte mia sar che rimanga la buona opinione del vostro onore -. Insomma, contro sua voglia, per assoluta violenza che le usai, io la godei: affranta, vinta, confusa, ella non pot o non volle dirmi parola. Lasciandola come sbigottita e sbalordita, io ritornai per dove appunto era passato all'entrare, e pervenni al contado di un altro amico mio, distante dal suo due leghe. La dama si trasfer da quella terra ad un'altra, e, senza che io l'avessi mai pi veduta n cercato di vederla, trascorsero due anni, al termine dei quali seppi che era morta. Saranno venti giorni quando il maggiordomo di questa signora, scrivendomi trattarsi di cosa in cui ne andava della mia quiete e del mio onore, mi mand a chiamare. Io andai a vedere cosa volesse, ben lontano dal pensare a quello che mi disse. Lo trovai in punto di morte. Per abbreviare il discorso, mi disse in poche parole come, quando mor, la sua padrona gli narr quello che le era accaduto con me, come era rimasta gravida di quella violenza, come, per nascondere il gonfio del ventre, era andata pellegrina a Nostra Signora di Guadalupa, e come aveva partorito in quest'albergo una bambina che si doveva chiamare Costanza. Mi dette i contrassegni, con l'aiuto dei quali avrei potuto rintracciarla (quelli cio che avete visto: la collana e la pergamena) e mi consegn anche trentamila scudi d'oro lasciati dalla sua padrona per maritare la figlia, confessandomi pure che se non me li aveva dati subito quando mor la sua padrona, n mi aveva palesato quello che ella aveva raccomandato alla fidatezza e segretezza sua, era stato per cupidigia e per poter trar profitto da quel danaro; ma che ora che stava sul punto di andare a rendere conto a Dio, a scarico della sua coscienza, mi consegnava il denaro e mi informava dove e come avrei potuto trovare mia figlia. Io presi il denaro e i contrassegni, e questo narrando al signor Don Giovanni de Avendagno, tutti e due ci mettemmo in via alla volta di questa citt -.
A questo punto del suo discorso era giunto Don Diego, quando sentirono che alla porta di strada gridavano: - Dite a Tommaso Pietro, il garzone della biada, che hanno arrestato il suo amico, l'asturiano; che corra al carcere dove l'aspetta! -. Alla parola "carcere" e "arrestato" il Podest ordin che il prigioniero e la guardia che lo menava venissero dentro: la quale essendole stato detto che il Podest, che era l dentro, comandava che l entrasse insieme all'arrestato, cos ebbe a fare. L'asturiano veniva tutto insanguinato la bocca e molto mal ridotto, ma molto ben tenuto stretto dal birro; e non appena entr nella sala riconobbe suo padre e quello di Avendagno. Rimase confuso, e per non essere riconosciuto, con un fazzoletto, come se si ripulisse il sangue, si copr la faccia. Il Podest domand cosa aveva fatto quel giovane che gli si portava davanti cos maltrattato. Rispose il birro che quel giovane era un acquaiolo, chiamato "l'asturiano" al quale i ragazzi per le strade gridavano: "qua la coda, asturiano, qua la coda!". E in poche parole raccont il motivo per cui gli chiedevano quella coda, ridendone non poco tutti. Disse ancora che uscendo dalla porta d'Alcntara, poich i ragazzi l'assalivano col richiedergli la coda, era disceso dall'asino e dando botte nel bel mezzo, ne aveva arrivato uno che aveva lasciato mezzo morto dalle legnate, che volendolo arrestare, aveva fatto resistenza e che perci si trovava cos malconcio. Ordin il Podest che gli si scoprisse la faccia, e siccome quegli persisteva a non si volere scoprire, intervenne la guardia che gli tolse il fazzoletto. All'istante lo riconobbe il padre, che tutto turbato gli disse: - Figliuolo, Don Diego, come in questo stato? Che vestire  cotesto? Non hai ancora scordato le tue abitudini canagliesche? -. Pieg le ginocchia Carriazo e corse a gettarsi ai piedi di suo padre che con le lagrime agli occhi lo tenne abbracciato un buon pezzo. Don Giovanni Avendagno, sapendo che Don Diego era partito con Don Tommaso suo figlio, gli domand notizie di lui, al che rispose che il garzone distributore della biada e della paglia in quell'albergo era appunto Don Tommaso de Avendagno. Fin di mettere il colmo alla sorpresa di tutti i presenti questo che aveva detto l'asturiano, e il Podest ordin all'oste di far venire l il garzone che badava alla biada.
- Credo che non sia in casa, rispose l'oste, ma vado a cercarlo -. E cos and in cerca di lui.
Don Diego chiese a Carriazo che mutamenti eran quelli e cosa li avesse determinati a farsi lui acquaiolo e Don Tommaso garzone d'albergo. Al che Carriazo rispose di non poter soddisfare a quelle domande cos davanti a tutti, ma che avrebbe risposto a quattr'occhi. Tommaso Pietro era nascosto in camera sua per vedere di l, senz'esser visto, quel che il padre suo e quello di Carriazo facevano, perturbato dall'arrivo del Podest e dal subbuglio che era per tutta la casa. Non aveva mancato di dire come stesse nascosto l all'oste, il quale sal da lui e pi per forza che per amore, lo fece scendere gi. E neanche sarebbe sceso se il Podest in persona non fosse sceso nel cortile e non l'avesse chiamato per nome, dicendogli: - Scenda, vossignoria, parente caro, ch qui non ci sono n orsi n leoni ad aspettarla -. Tommaso scese, e a occhi bassi e con grande sottomissione si pieg sulle ginocchia davanti a suo padre che lo abbracci con indicibile contentezza, al modo stesso che il padre del figliuol prodigo quando, da perduto che l'aveva, l'ebbe ricuperato. Era giunto in questo mentre un cocchio del Podest perch con esso potesse fare ritorno, giacch una festa che c'era non permetteva di ritornare a cavallo. Egli fece chiamare Costanza e, presala per la mano, la present al padre, dicendo: - Prendete, signor Don Diego, questo pegno e ritenetelo il pi ricco che mai vi capitasse di desiderare. E voi, bella fanciulla, baciate la mano a vostro padre e ringraziate Iddio che con esito cos favorevole ha risarcito, innalzato e avvantaggiato la bassezza della vostra condizione -. Costanza che non sapeva, n s'immaginava quel che le era successo, tutta frastornata e tremante, altro non seppe fare che inginocchiarsi davanti a suo padre; e, prendendogli le mani, cominci a baciarle con gran tenerezza, bagnandole d'infinite lagrime che versava dagli occhi bellissimi. Nel tempo che questo avveniva, il Podest aveva persuaso suo cugino Don Giovanni di venirsene tutti con lui a casa sua; e, quantunque Don Giovanni rifiutasse, tanto insistette il Podest, che dovette acconsentire: cos tutti salirono nel cocchio. Ma quando il Podest disse a Costanza di entrare anche lei, le si rannuvol l'animo e lei e l'ostessa si strinsero l'una all'altra e cominciarono a piangere tanto amaramente che spezzava il cuore di quanti sentivano. Diceva l'ostessa:
- Come  possibile, figlia mia cara, che te ne vada e mi lasci? Come hai coraggio di lasciare questa mamma tua che t'ha allevata con tanto amore? -. Costanza piangeva ed in risposta le diceva parole non meno tenere; cosicch il Podest, intenerito, dispose che anche l'ostessa entrasse nel cocchio e non si separasse dalla figlia sua (ch per tale la riteneva) finch non uscisse di Toledo. Cos l'ostessa e tutti entrarono nel cocchio e andarono a casa del Podest, dove furono cortesemente ricevuti dalla moglie, signora d'alto grado. Ci fu un pranzo squisito e sontuoso, e dopo mangiato, Carriazo raccont a suo padre come per amore a Costanza Don Tommaso si fosse messo a servo nell'albergo e come ne fosse talmente innamorato che, se egli non avesse fatto sapere di quale ragguardevole condizione fosse per essere sua figlia, l'avrebbe presa in moglie in quella condizione di sguattera. Quindi la moglie del Podest vest Costanza con certi abiti di una sua figlia della medesima et e statura di Costanza che, se pareva bella nelle vesti di contadina, in quelle signorili parve cosa di paradiso. Le si attagliavano cos bene da far credere d'essere stata signora dalla nascita e di aver sempre usato gli abiti migliori che la moda impone. In mezzo per a tanta gente contenta non pot mancare uno scontento, cio, Don Pedro, il figlio del Podest, il quale subito comprese che Costanza non doveva essere sua. E fu vero, perch fra il Podest, Don Diego de Carriazo e Don Giovanni Avendagno fu preso accordo che Don Tommaso si ammogliasse con Costanza, dotandola suo padre dei trentamila scudi che le aveva lasciato la madre: che l'acquaiolo Don Diego di Carriazo si ammogliasse con la figlia del Podest, e Don Pedro, figlio del Podest con una figlia di Don Giovanni de Avendagno, offrendosi suo padre di ottenere la dispensa a causa della parentela. Cos restarono tutti allegri, contenti e soddisfatti. La notizia di questi maritaggi e dell'avventura della sguattera illustre si propal per la citt, e un infinito numero di gente accorse a vedere Costanza nel nuovo abbigliamento, in cui aveva l'aria signorile che s' detto. Fu veduto il garzone che badava all'orzo, Tommaso Pietro, cambiato in Don Tommaso de Avendagno e vestito signorilmente; fu osservato che Lope l'asturiano aveva aspetto molto nobile da che aveva mutato vestito e lasciato l'asino e i barilotti. Nonostante, non mancava chi, quand'egli camminava per la strada, non gli domandasse, in mezzo a quel suo fasto, la coda. Un mese si fermarono a Toledo, finito il quale tornarono a Brgos Don Diego de Carriazo e la moglie, il padre e Costanza con suo marito Don Tommaso, e il figlio del Podest che volle andare a vedere la suocera e la sposa. Divenne ricco il sivigliano con i mille scudi e molti gioielli che Costanza dette alla sua padrona, ch sempre chiam cos quella che l'aveva allevata. La storia della sguattera illustre offr occasione a che i poeti dell'aureo Tago esercitassero le loro penne in festeggiare e celebrare la bellezza senza pari di Costanza, la quale ancor vive in compagnia del suo buon garzone d'albergo, come pur vive Carriazo con tre figli. I quali, senza prendere dal padre e senza pensare se ci sono tonnare al mondo, oggi studiano tutti a Salamanca. E il padre loro come vede qualche asino d'acquaiolo, gli par di vedere e gli torna a mente quello ch'egli aveva a Toledo, e teme che, quando meno ci pensa, debba riapparire la beffa di quel: "qua la coda, asturiano! asturiano, qua la coda!".
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6. LA CONVERSAZIONE DEI CANI.
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Non  propriamente una novella n sta a s, ma  collegata con l'altra vera e propria di "El Casamiento engaoso" (Il matrimonio per inganno) di cui  come il seguito. Nel "Casamiento" si racconta come l'alfiere Campuzano, per cupidigia di venire in possesso della discreta fortuna di donna Estefania de Caicedo, che da vita libera gli dice di essersi ritratta a vita onesta e di cercare un marito a cui possa consacrare ogni suo affetto, s'induce a sposarla, dandole ad intendere di avere qualche cosa da parte in gioielli ed arredi, anche lui. E mentre l'intendimento suo era di trarre in inganno la donna, credendosi con le male arti di avere a cambiare in prospera la sua condizione di misero soldato, presto gli accade di avvedersi, con sua gran confusione e dolore, che si era ammogliato con una trista sgualdrina e che dal contatto con lei n'aveva riportato anche una vergognosa malattia, per guarire dalla quale si era dovuto ridurre all'ospedale della Resurrezione di Valladolid. L'alfiere narra la sua dolorosa avventura al dottor Peralta, col quale si era imbattuto uscendo appunto dall'ospedale, e chiude la sua storia col raccontargli anche come una notte, mentre stava pensando alle sue disgrazie, sent che presso al suo letto stavano fra loro conversando due dei cani dell'ospedale, Scipione e Berganza. Erano di quei cani che, preposti alla guardia dell'ospedale, accompagnavano pure, a notte, alla questua, tenendo in bocca un bastone, dalle cui estremit pendevano due lanterne per rischiarare la via, i frati di S. Giovanni di Dio, detti della "capacha" dalla cestina di stecche di palma con la quale andavano a torno per l'elemosina. Aggiunge che, dopo avere ascoltato, trascrisse il giorno dopo a memoria, quasi con le stesse parole con cui l'aveva udita, la meravigliosa conversazione, e d al dottore lo scartafaccio perch voglia leggerlo. Il che dal dottore vien fatto.
 un apologo sociale, acre e pungente, in cui  passata come in rassegna tutta la Spagna della fine del '500 e dei primordi del '600 dallo scaltrito e malizioso Berganza che ha servito picarescamente, a tanti padroni, che ha veduto tante brutture, tante miserie morali, tante umane tristizie, svelate e riprese qui da un cane, come nel "Dottor Vetriera" da un pazzo. E come Vetriera non  se non una maschera dietro la quale si nasconde il geniale scrittore, cos Berganza, il cui nome pare l'anagramma di Cervantes,  del pensiero e del sentimento del Cervantes l'espressione fedele. "La grazia singolare di questo racconto, scrive l'editore di essa nella "Bibliotheca Romanica", consiste nella fedelt con la quale Berganza espone i quadri senza idealizzare n esagerare; nella compostezza e serenit con la quale il suo compagno e lui giudicano delle cose. Traspare l'intendimento artistico con cui l'autore sembra contrapporre la realt della vita alla finzione di maniera, anche in soggetti che egli stesso aveva trattato: i pastori, per esempio, di carne e ossa con le loro goffe musiche e canti, con i loro abiti spregevoli, contrapposti ai finti e vaporosi personaggi della "Galatea" e di altri componimenti pastorali; la vita dei gitani quale egli la vide, ai pittoreschi aspetti con i quali  raffigurata nella "Gitanilla". Anche tipi cos inverosimili oggi, come le streghe e le fattucchiere, sono di una verit indiscussa, secondo comprovano documenti autentici. Perfino la Camacha di Montiglia visse e consegu nel villaggio gran rinomanza; della quale correva voce che avesse fatto apparire in forma di cavallo Don Alonso de Aguilar figlio dei marchesi de Priego(226). Non meno reali sono altri tipi dell'epoca come l'arbitrista (il proponente), l'alchimista e il matematico, vittime allora delle malsane aspirazioni di una scienza spropositata, che andavano a morire in un ospedale, allo stesso modo che i non ascoltati o gli incompresi del nostro tempo, senz'aver la pazienza di quelli, finiscono con l'impiccarsi, col buttarsi a mare o col farsi saltare le cervella". A questa "Conversazione dei cani" ravvicina Don Adolfo de Castro l'Intermezzo, attribuito da taluni al Cervantes "Los Mirones" (Gli Scrutatori), quadro animatissimo e ricco, di costumi sivigliani. Lo stile, per il De Castro che lo pubblic nel 1874, lo direbbe senz'altro del Cervantes. "C', scrive, lo stesso modo di presentare i pensieri filosofici, di raccontare le avventure e di descrivere i costumi; talvolta perfino con la licenza che il tempo nostro oggi non permetterebbe. Anche Don Manuel Jos Garca meglio intitolerebbe "dialogo" quell'Intermezzo che veramente non ha azione alcuna, n si adatta quindi ad essere rappresentato(227). Sono certi studenti di Siviglia curiosi e osservatori, i quali han formato una specie di societ, scopo della quale  di interessarsi di quanto accade di notevole in Siviglia; a raggiungere il quale scopo si distribuiscono i quartieri della citt e li percorrono a due a due per riunirsi poi la sera tardi in casa di un dottore Mirabel, specie di loro presidente, dinanzi al quale riferivano quanto di curioso e di risibile avevano osservato nella giornata. I piacevoli casi che vi si narrano, il sale attico delle narrazioni, le giuste osservazioni e i commenti piccanti suggeriti dai racconti al dottore Mirabel e ai suoi amici veramente richiamano al pensiero "La Conversazione dei Cani"(228).
DIALOGO
CHE ACCADDE FRA SCIPIONE E BERGANZA
Cani dell'Ospedale della Resurrezione nella citt di Valladolid,
fuori di Porta del Campo,
detti comunemente i cani di Mahudes.
SCIPIONE. Amico Berganza, lasciamo questa notte l'ospedale in guardia della Fiducia e ritiriamoci in questo luogo solitario, su queste stoie, dove, senza che nessuno ci veda, potremo godere di quest'insolito favore che il cielo ci ha fatto a tutte e due nel medesimo tempo.
BERGANZA. Fratello Scipione, io sento che tu parli e so che io parlo a te, n posso persuadermene, perch mi pare che il parlar noi passi i limiti del naturale.
SCIPIONE.  vero, Berganza, e tanto maggiore viene ad essere questo prodigio in quanto che parliamo non solo ma parliamo e ragioniamo, come se fossimo capaci di ragione; mentre tanto ne siamo privi che la differenza tra il bruto e l'uomo consiste nell'essere l'uomo animale ragionevole e il bruto no.
BERGANZA. Quanto tu dici, o Scipione, io lo capisco; e il dirlo tu e il capirlo io mi  causa di nuova maraviglia. Ben  vero che nel corso della mia vita spessissimo e in diverse occasioni ho sentito ricordare i grandi pregi che noi abbiamo, tanto che pare ci siano stati alcuni i quali hanno volentieri creduto che noi abbiamo in molte cose un istinto particolare cos vivo e cos fino da offrire indizio e argomento che poco manca a dimostrare che abbiamo un non so che d'intelligenza, capace di ragionamento.
SCIPIONE. Quel ch'io ho sentito lodare ed esaltare  l'aver noi molta memoria, la gratitudine e la fedelt nostra, tanto che si  soliti dipingerci come simbolo dell'amicizia. E cos avrai visto (se ci hai badato) che sulle tombe di alabastro su cui di solito sono ritratti quelli che l giacciono sotterrati, mettono, quando sono marito e moglie, fra l'uno e l'altro, gi da piedi, una figura di cane per significare che si serbarono in vita amicizia e fedelt invidiabile.
BERGANZA. So bene che ci sono stati cani cos riconoscenti che si sono buttati dentro la stessa sepoltura con i morti corpi dei loro padroni; altri che si sono accucciati sui sepolcri dove erano sotterrati i loro proprietari, senza pi discostarsene, senza pi mangiare fino a lasciarsi morire; so pure che dopo l'elefante, il primo a sembrare di avere intelligenza  il cane, poi il cavallo e in ultimo la scimmia.
SCIPIONE. Cos , per ben vorrai confessare di non avere mai visto n sentito dire che qualche elefante, o cane, o cavallo o bertuccia abbia parlato; perci son per credere che questo nostro parlare cos a un tratto rientra nel numero di quelle cose che son chiamate prodigi, al mostrarsi e all'apparire dei quali l'esperienza ha dimostrato che qualche grande calamit minaccia il mondo.
BERGANZA. E allora dunque, non esiter gran che a ritenere come segnale di prodigio quello che tempo addietro, passando da Alcal de Henares, ho sentito dire da uno studente.
SCIPIONE. Cosa gli sentisti dire?
BERGANZA. Che di cinquemila scolari che quell'anno frequentavano l'Universit, duemila studiavano medicina.
SCIPIONE. E cosa vuoi dedurne?
BERGANZA. Ne deduco che, o questi duemila medici avranno malati da curare (il che sarebbe un flagello, una disgrazia) o essi dovranno morire di fame.
SCIPIONE. Ma sia ci che vuol essere, noi altri, prodigio o no, parliamo; e quel che il cielo ha disposto che avvenga, non c' attenzione n sapienza umana che valga a prevenirlo. Perci non c' da metterci a discutere noi altri come e perch parliamo. Sar meglio che questo giorno fortunato, o meglio notte fortunata, lo mettiamo nel guadagno di casa; e siccome l'abbiamo cos comoda su queste stoie e non sappiamo quanto durer questa buona fortuna, sappiamone godere e parliamo tutta stanotte senza dar luogo al sonno che c'impedisca questo piacere da me da lungo tempo desiderato.
BERGANZA. Anche da me che da quando ebbi forza di rodere un osso, ebbi desiderio di parlare per dire cose che riponevo nella memoria, dove, con l'invecchiarvi e accumularvisi, o muffivano o le dimenticavo. Ora pertanto che proprio all'impensata mi vedo ricco di questo dono divino della favella, intendo goderne e trarne il maggior vantaggio possibile affrettandomi a dire tutto ci che ricordo, quantunque disordinatamente e in confuso, non sapendo quando mi venga ridomandata la restituzione di questo bene che ritengo dato in prestito.
SCIPIONE. Sia la maniera questa dunque, amico Berganza, di raccontarmi stanotte la tua vita e le peripezie attraverso le quali sei pervenuto al punto in cui ora ti trovi. Che se domani notte avremo ancora la favella, io ti racconter la mia, poich sar meglio spendere il tempo nel raccontarci le nostre che in cercar di sapere quelle degli altri.
BERGANZA. Sempre, o Scipione, ti ho ritenuto giudizioso ed amico, pi che mai ora che da amico vuoi dirmi i tuoi casi e sapere i miei, e giudiziosamente ripartito hai il tempo in cui possiamo esporli. Ma bada prima se qualcuno ci sente.
SCIPIONE. Nessuno, secondo me; sebbene qui vicino ci stia un soldato a prendere i bagni di sudore; ma a quest'ora sar pi in via di dormire che per mettersi ad ascoltare qualcuno.
BERGANZA. Se posso quindi parlare con questa sicurezza, ascolta, e se quel che ti verr dicendo ti annoia, avvertimene e comandami di tacere.
SCIPIONE. Parla pure fino a giorno o finch non ci sentano, ch io t'ascolter molto volentieri senza interromperti, se non quando lo veda necessario.
BERGANZA. Mi pare che la prima volta ch'io vidi la luce fu a Siviglia, nell'ammazzatoio, che  fuori di Porta della Carne; dal che avrei immaginato (se non fosse per quello che poi ti dir) che i miei genitori dovessero essere di quei mastini allevati da quei promotori di quel bailamme che sono i beccai. Il primo che conobbi per mio padrone fu un tal Niccola detto "Naso di cane" vigoroso garzone, imbroglione, collerico, come tutti quelli che esercitano il mestiere di beccaio: il quale Niccola ammaestrava me ed altri cuccioli a dare, in branco con mastini adulti, l'assalto ai tori ed afferrarli per le orecchie, nel che io riuscii bravissimo molto facilmente.
SCIPIONE. Nessuna maraviglia, o Berganza; perch, siccome dipende da naturale disposizione il mal fare, cos l'impariamo facilmente.
BERGANZA. Che dirti, fratello Scipione, di quel che vidi in quell'ammazzatoio e delle enormit che vi accadono? Devi premettere innanzi tutto che quanti lavorano l, dal minore al maggiore,  gente senza scrupoli, disumana, senza paura del re n dei suoi ministri, donnaioli la pi parte, uccelli rapaci sanguinari che mantengono s e le loro drude con quel che rubano. Tutti i giorni di grasso, prima che levi il sole, c' nell'ammazzatoio una gran folla di donnicciole e di ragazzi, tutti con dei sacchi che, vuoti a venire, sono, al ritorno, pieni di tcchi di carne; e le serve ci hanno granelli e lombi quasi interi. Non c' capo di bestiame che si macelli e codesta gente non ne riporti le decime e le primizie delle parti pi saporite e prelibate. E poich a Siviglia non c' l'appalto della carne, ognuno pu portar via quella che gli piace. La prima che si macella o  la pi scelta o la pi a buon mercato; cosicch, con questa regola, ce n' sempre in grande abbondanza, e i padroni si raccomandano a questa buona gente che ho detto non perch non li derubi (che  impossibile) ma perch abbiano un po' di discrezione nelle fette e nelle furberie che usano sui quarti della carne macellata, ch li scapezzano e li potano come se fossero salci o viti da pergola. Ma nulla mi faceva tanto maravigliare n mi pareva peggiore quanto il vedere che questi beccai ammazzano con la medesima facilit un uomo come una vacca; per un fil di paglia, senza tanti complimenti cacciano una coltella dal manico giallo nel buzzo a uno come accoppare un toro. Miracolo se passa un giorno senza liti e ferimenti e talvolta senza morti! Tutti si vantano di essere dei bravacci e hanno pure un ramo di furfanteria. Non c' nessuno che non abbia il suo angelo custode nella piazza di San Francesco cattivato a furia di lombi e di lingue di vaccina. In breve, ho sentito dire da un uomo di giudizio che tre cose aveva il re in Siviglia pei suoi provventi: Via della Caccia, la Scesina e l'Ammazzatoio(229).
SCIPIONE. Se per dire le diverse condizioni dei padroni che hai avuto e le marachelle nei loro mestieri, devi, amico Berganza, star tanto come ora, bisogner domandare al cielo che ci permetta la favella almeno per un anno, e temo pure che di questo passo tu non arrivi neanche alla met della tua storia. Ti voglio poi avvisare di una cosa, che vedrai in pratica quando ti racconter io i casi della mia vita, ed  che i racconti, alcuni hanno in se stessi di che piacere, altri l'hanno nel modo di raccontarli: voglio dire che ce n' di quelli che anche a narrarli senza preamboli ed abbellimenti di parole, piacciono; ce n' altri che bisogna abbigliarli di parole e che con espressioni del viso e con gesti e con mutamenti di voce, da una cosa da nulla divengono qualcosa, da rozzi ed insipidi divengono delicati e saporosi. Non ti dimenticare ora quest'avvertimento per potertene giovare in ci che ti resta a dire.
BERGANZA. Cos far se mi riesce e se me ne dar modo la gran voglia che ho di parlare, sebbene mi paia che molto difficilmente sapr rattenermi.
SCIPIONE. Fai attenzione alla lingua, perch dalla lingua dipendono i maggiori guai della vita umana.
BERGANZA. Dico dunque che il mio padrone m'insegn a portare una sporta in bocca, e a difenderla da chi avesse voluto levarmela; m'insegn anche la casa della sua amante; il che risparmiava alla serva di venire all'ammazzatoio, giacch io le portavo la mattina presto ci che egli aveva rubato la notte. Un giorno, verso il levare del sole, che io andavo a portarle diligentemente la parte sua, sentii chiamarmi a nome da una finestra. Alzai gli occhi e vidi una ragazza bella in sommo grado; mi fermai un po' e lei scese alla porta di strada e torn a chiamarmi. Me le avvicinai quasi per vedere quel che voleva; n altro voleva se non togliermi ci che io portavo nella cesta e mettermici in cambio uno zoccolo vecchio. Dissi allora fra me: "La ciccia se n' andata alla ciccia!". La ragazza, dopo avermi levato la carne mi disse: "Vai, Sparviere, o come ti chiami, a dire a Niccola Naso di Cane, tuo padrone che non ci conti sugli animali e che dal lupo un pelo; questo qui dalla sporta!"... Io avrei potuto ritogliere quel che m'aveva tolto, ma non volli per non mettere la mia bocca beccaia e sudicia in quelle mani pulite e bianche.
SCIPIONE. Facesti benissimo, poich  una prerogativa della bellezza che le si porti sempre rispetto.
BERGANZA. Cos feci io, e cos ritornai senza la razione e con lo zoccolo dal mio padrone. Sollecito gli parve il mio ritorno, e quando vide lo zoccolo, s'immagin la burla, mise fuori una delle coltelle e mi tir un colpo che se non mi scansavo, mai pi tu ora avresti sentito narrare questo n molti altri fatti che ho in mente di narrarti. Io... battei a terra le calcagne(230) e, mettendomi la strada fra le gambe, per dietro a San Bernardo(231) me ne andai per quei campi del buon Dio, dove la fortuna avesse voluto portarmi. Quella notte dormii allo scoperto, e il giorno dopo la sorte mi present davanti un branco o gregge di pecore e di montoni. Appena lo vidi, credetti di aver trovato in esso il centro del mio riposo, parendomi essere ufficio proprio e naturale dei cani il guardar greggi, faccenda che ha in s gran merito, qual' quello di proteggere e difendere dai prepotenti e dai superbi gli umili e i deboli. Come m'ebbe scorto uno dei tre pastori a guardia del gregge che mi chiam dicendo: to! to!, e io, che non desideravo altro, mi gli avvicinai con la testa bassa e dimenando la coda. Egli mi palpeggi la schiena, mi apr la bocca, mi guard dentro, mi osserv la dentatura, conobbe la mia et e disse agli altri pecorai che io avevo tutti i segni d'essere cane di razza. Giunse in questo mentre il padrone del gregge, cavalcando a regola d'arte una giumenta grigia, con lancia e scudo, da sembrare pi un guardacoste che proprietario di gregge. Domand al pecoraio: "Che cane  questo che ha tutti i segni d'essere di buona razza?". "Lo potete ben credere, rispose il pastore; io l'ho esaminato accuratamente e non c' segno che non indichi e non prometta che dev'essere un gran bel cane.  capitato qui ora e non so di chi sia; so per che non  di nessuno dei greggi di qui attorno". "Poi che  cos, rispose il padrone, mettigli subito il collare di Lionetto, il cane che mor, e dagli la sua razione come agli altri, e trattalo bene in tutto quanto puoi, perch prenda affezione al branco e resti da oggi in poi con esso". Cos dicendo se ne and, e il pastore, dopo avermi dato in un mastello gran quantit di pane a zuppa nel latte, mi cinse subito al collo certo collare armato tutto di punte d'acciaio e mi mise nome Rossino. Col mio nuovo padrone io mi vidi nutrito a saziet e ne fui soddisfatto come del mio nuovo ufficio. Mi mostrai quindi sollecito e diligente nel guardare il gregge, n me ne scostavo mai, tranne nell'ora calda che andavo a passarla o all'ombra di qualche albero, o di un poggio o di una roccia, o all'ombra di qualche siepe, o sul margine di uno dei tanti ruscelli che scorrono per l; ora di riposo che non passavo in ozio, poich nel frattempo esercitavo la memoria a ricordarmi di molte cose, specialmente della vita che avevo vissuto all'ammazzatoio e di quella di quel mio padrone e di tutti coloro che come lui devono sottostare a compiacere le capricciosit delle loro amiche. Oh, quante cose potrei ora raccontarti di quelle che imparai alla scuola della beccaia dama del mio padrone! Ma le tacer perch tu non mi ritenga un lungagnone e un maldicente.
SCIPIONE. Siccome ho sentito dire che un gran poeta dell'antichit, afferm che  difficile astenersi dello scriver satire(232), cos acconsento che tu mormori un po' tra il lusco e il brusco; voglio dire che tu accenni, ma non colpisca a fondo e non smonti alcuno in cosa grave; perch non sta bene la maldicenza, anche che faccia ridere a bono, se accoppa qualcuno. E se puoi piacere facendone a meno, ti riterr per pieno di saggezza.
BERGANZA. Seguir il tuo consiglio e aspetter con gran desiderio che arrivi il momento che tu mi racconti i tuoi casi, perch da chi sa conoscere e correggere cos bene i difetti che ho nel raccontare i miei, si ha ragione di aspettarci che racconter i suoi per modo che siano d'insegnamento e di diletto al tempo stesso. Ma, riannodando il filo interrotto del mio racconto, dico che in quel silenzio e solitudine del mio riposo nelle ore calde, riflettevo, fra l'altro, che non doveva esser vero quello che avevo sentito raccontare della vita dei pastori, di quelli almeno di cui io trovavo a leggere la dama del mio padrone, quando andavo a casa sua, in certi libri che trattavano tutti di pastori e di pastore dicendo che tutta la vita per loro passava in canti e suoni di pive, di zampogne, di ribeche, di ciaramelle o di altri singolari strumenti. Mi trattenevo a sentirla leggere, e lei leggeva come il pastor Amfrisio(233) cantava in modo inarrivabile e divino le lodi della incomparabile Belisarda, non essendoci albero per tutti i monti d'Arcadia a pi del quale non si fosse seduto a cantare, da quando il sole sorgeva su dalle braccia dell'Aurora fino a che non si coricava in quelle di Teti. E anche dopoch la nera notte aveva steso sulla faccia della terra le sue nere e fosche ali, egli non cessava dai suoi ben cantati e meglio pianti lamenti. N lasciava dimenticato in un canto il pastore Elicio(234), pi innamorato che audace, del quale diceva che senza badare ai suoi amori e al suo gregge, prendeva parte agli affanni degli altri. Diceva pure che il famoso Filida(235), unico pittore di un ritratto, era stato pi fiducioso che fortunato. Degli svenimenti di Sereno e dei rimorsi di Diana(236) diceva di ringraziare Dio e la saggia Felicia che con la sua acqua incantata disfece quella complicanza d'intrecci e distrig quel labirinto di difficolt. Mi rammentavo di molti altri libri di questo genere che avevo sentito leggere, ma non meritavano di essere richiamati alla memoria(237).
SCIPIONE. Tu vai profittando del mio avvertimento, o Berganza: mormora, pinza e via, e sia pura la tua intenzione, pur non sembrando tale la lingua.
BERGANZA. In questo la lingua non intoppa se non vien meno prima l'intenzione. Tuttavia se mai per inavvertenza o a malizia io sparlassi, risponderei a chi me ne riprendesse quel che rispose Mauleon, poeta scemo e ridicolo accademico dell'Accademia degli Imitatori, a uno che gli aveva domandato cosa voleva dire: Deum de Deo: "detti dove detti" disse(238).
SCIPIONE. Questa fu la risposta di uno sciocco; ma tu che sei intelligente, o vuoi esser tale, non devi mai dire cosa di cui ti debba poi discolpare. Prosegui.
BERGANZA. Dico che tutti i pensieri che ho detto, e pi ancora, mi fecero vedere come il modo di vivere e di praticare di quei miei pastori e di tutti gli altri di quelle piagge fosse differente da quello che avevo sentito leggere dei pastori dei libri. Infatti se i miei cantavano, non erano gi canti armoniosi e ben composti, ma La bella Gigogin oppure Marianna la va in campagna(239) e altre cosucce di simil genere; e neanche al suono di ciaramelle, di ribeche, o di cornamuse, ma al suono che produceva il battere un vincastro con l'altro o delle castagnole messe fra le dita; e neanche cantati da voci gentili, sonore e maravigliose, ma da voci rauche che, sole o in coro, sembravano non cantare ma urlare e grugnire. Il pi della giornata se la passavano a spulciarsi o a rammendare le loro cioce; n fra loro c'era chi si chiamasse Amarilli, Filida, Galatea e Diana, n c'erano Lisardi, Lausi, Giacinti o Riselli; si chiamavan tutti Antoni, Domenichi, Paoli e Lorenzi. Dal che venni a comprendere quello che penso debba essere comunemente creduto che tutti quei libri son sogni, bene scritti per passatempo degli sfaccendati, e nulla affatto verit; perch se fosse stato cos, sarebbe rimasta fra i miei pastori qualche traccia di quel vivere felicissimo, di quell'amenit di prati, di quell'estensione di selve, di sacri monti, dilettosi giardini, chiari ruscelli e fonti cristalline; di quelle tanto oneste quanto bene espresse dichiarazioni amorose, di quel sentirsi mancare qui il pastore, l la pastora, risuonare col la zampogna dell'uno, qua il piffero dell'altro.
SCIPIONE. Basta, Berganza, rimettiti in carreggiata, e va avanti.
BERGANZA. Grazie, amico Scipione, perch se non mi avvisavi, tanto mi andavo infervorando a dire che non mi sarei fermato finch non ti avessi esposto un libro intero, di quelli che mi tenevano in inganno. Ma verr tempo che potr dir tutto con migliori ragioni e con miglior procedimento d'ora.
SCIPIONE. Guardati un po' ai piedi e disfarai l'arcolaio(240) Berganza; voglio dire che tu rifletta che sei un animale privo di ragione e che, se ora mostri averne un po', siamo rimasti tutti e due d'accordo essere cosa soprannaturale e non mai veduta.
BERGANZA. Cos sarebbe se io stessi nell'ignoranza di prima; ma ora che m' venuto a mente quel che avrei dovuto dire al principio della nostra conversazione, non soltanto non mi maraviglio del mio parlare, ma sono stupito di quello che tralascio di dire.
SCIPIONE. Ma allora, non puoi dire quello di cui adesso ti ricordi.
BERGANZA.  una certa avventura che mi accadde con una gran fattucchiera, discepola della Camaccia di Montiglia.
SCIPIONE. Voglio che me la racconti prima che tu vada avanti nel racconto della tua vita.
BERGANZA. No davvero, finch non sia tempo. Abbi pazienza e ascolta, per ordine come mi sono accaduti, i miei casi, ch cos ne avrai pi piacere; se pure il desiderio di conoscere quei di mezzo prima di quei di cima, non ti sia molesto.
SCIPIONE. Sii breve e racconta quel che vuoi e come vuoi.
BERGANZA. Dico dunque che io mi trovavo bene con l'ufficio di guardiano del gregge, parendomi di mangiare il pane dei miei sudori e delle mie fatiche, e che l'ozio, causa e padre di tutti i vizi non avesse a che fare con me, perch riposavo il giorno; non dormivo la notte, dovendo stare all'erta per gli assalti che ogni poco ci davano i lupi. E appena i pastori mi avevano detto: al lupo, Rossino! io correvo prima degli altri cani verso dove m'indicavano che c'era il lupo. Mi davo a correre per le valli, frugacchiavo per i monti, penetravo nei boschi, saltavo botri, attraversavo strade e la mattina facevo ritorno al branco senza aver trovato del lupo neppur la traccia, ansimante, sfinito che cascavo a pezzi, con i piedi spaccati dai rovi; e nel branco trovavo ora una pecora uccisa ora un montone sgozzato e mangiato mezzo dal lupo. Io mi disperavo nel vedere quanto poco servisse il mio tanto zelo la mia tanta diligenza. Capitava il padrone del gregge: i pastori gli uscivano incontro con la pelle della bestia uccisa: lui incolpava di trascuratezza i pastori e ordinava di castigare i cani come poltroni. Sopra di noi piovevano legnate e sopra di loro rimproveri. Perci un giorno che mi vidi castigato senza aver colpa, e che la mia attenzione, sveltezza e bravura non giovavano a cogliere il lupo, mi decisi a cambiare modo, non pi stancandomi per cercarlo, com'ero solito, lontano dal gregge, ma tenermi sempre vicino a questo. Poich li veniva il lupo, l pi sicuro sarebbe stato il prenderlo. Ogni settimana si dava un allarme; e una notte scura scura, pure riuscii a scorgere i lupi da cui il gregge non avrebbe potuto guardarsi. Io mi accovacciai dietro un cespuglio; i cani, miei compagni, passarono oltre; spiando di l, vidi che due pastori, agguantato un montone, fra i migliori dell'ovile, l'ammazzarono s che la mattina sembr che davvero il lupo fosse stato il carnefice. Gran sorpresa fu la mia, stupefatto al vedere che i lupi erano i pastori e che quegli stessi sbranavano la mandra i quali avrebbero dovuto guardarla. Al loro padrone facevano subito sapere che il lupo aveva predato, gli davano la pelle e parte della carne; essi poi se ne mangiavano il pi e il meglio. Il padrone, da capo a rimproverarli, e da capo anche il castigo ai cani. Lupi non ce n'era e il branco scemava! Avrei ben voluto svelare la cosa, ma non avevo la favella; e tutto questo intanto mi riempiva di maraviglia e di amarezza. - "Dio buono! dicevo fra me; chi potr metterci riparo a questa iniquit? Chi sar capace di far comprendere che il difensore  che offende, che le sentinelle dormono, che la fiducia  ladra e che colui che vi bada  quello che ammazza?"
SCIPIONE. E benissimo tu dicevi, Berganza, giacch non c' ladro peggiore e pi furbo del servo. Cos  che ne va in rovina pi di quei che si fidano che di quei che han prudenza. Ma il mal' che  impossibile viver bene nel mondo se non ci si fida e affida. Di questo per basta, ch non voglio che ci abbiano a prendere per predicatori. Seguita.
BERGANZA. Seguito dunque dicendo che risolsi di lasciar quell'ufficio, che pur pareva tanto bello, e di sceglierne un altro in cui la mia esattezza nell'adempirlo, se non doveva essere remunerata, almeno non fosse punita. Ritornai a Siviglia ed entrai al servizio di un mercante molto ricco.
SCIPIONE. Come facevi per metterti a padrone? Perch, d'ordinario, molto difficilmente al giorno d'oggi una persona dabbene trova un padrone a cui servire. Ben differiscono i signori della terra dal Signore del cielo: quelli per ricevere al loro servizio uno, prima ne indagano minutamente la discendenza, ne esaminano l'abilit, guardano alla bella apparenza e vogliono sapere perfino i vestiti che ha; per entrare invece al servizio di Dio, chi pi  povero  il pi ricco, chi pi  umile  della pi nobile stirpe, e sol che sia disposto a volerlo servire con purezza di cuore, subito Iddio lo fa registrare ai suoi stipendi, assegnandoglieli tanto vantaggiosi da potergliene a mala pena venir desiderio di tanti e di cos grandi.
BERGANZA. Tutto questo  predicare, amico Scipione.
SCIPIONE. E cos mi pare anche a me, e per taccio.
BERGANZA. Rispondendo alla tua domanda, che modo usavo per mettermi a padrone, tu sai gi che l'umilt  la base e il fondamento d'ogni virt e che senza di essa nessun'altra  tale; spiana ostacoli, supera difficolt ed  un mezzo che conduce sempre a glorioso fine. I nemici te li fa amici; raffrena la collera negli sdegnati e scema la tracotanza negli altezzosi;  madre della modestia e sorella della moderazione; di fronte ad essa, insomma, i vizi non valgono a fermare vantaggioso trionfo, perch si smussano e si spuntano le frecce del male contro la mitezza e la mansuetudine dell'umile. Di essa quindi mi giovavo io quando volevo entrare a servire in qualche casa dopo avere ponderato e osservato ben bene se era casa da poter mantenere e vi potesse entrare un grosso cane. Allora mi addossavo alla porta e quando faceva per entrare qualcuno che mi paresse estraneo, io gli abbaiavo; quando poi veniva il padrone di casa, abbassavo la testa e, scodinzolando, me gli facevo vicino e gli leccavo le scarpe. Se mi scacciavano a bastonate le sopportavo e con la stessa tranquillit tornavo a far le feste a chi mi dava bastonate; e nessuno, vedendo la mia costanza e come mi comportavo nobilmente, seguitava. Cos dopo un paio di volte io rimanevo nella casa. Servivo a dovere, mi si affezionavano subito, n mai mi licenzi alcuno se non fosse che me ne licenziassi da me o, per meglio dire, me ne andassi. E talvolta ho trovato tal padrone che oggi io sarei in casa sua se non mi avesse perseguitato la sorte avversa.
SCIPIONE. Proprio nel modo che hai detto entravo anch'io al servizio dei padroni che ebbi: pare che noi ci leggessimo i pensieri.
BERGANZA. Come in questo, noi ci siamo incontrati in tutto, se non erro, e io te lo dir a suo tempo, secondo t'ho promesso; ma ora ascolta quel che mi successe dopo che lasciai il gregge alle mani di quegli scellerati. Tornai in Siviglia, come ho detto, il ricovero dei mendici e rifugio dei reietti, che nella sua grandezza non solo accoglie i piccoli, ma vi si perdono i grandi. Mi addossai alla porta di una casa signorile d'un mercante, misi in opera le mie solite attenzioni, e in breve tempo rimasi nella casa, dove mi presero per tenermi legato dietro la porta il giorno e sciolto la notte. Io servivo con gran premura ed impegno, abbaiavo agli estranei e ringhiavo a quelli che non conoscevo bene. La notte non dormivo, poich me ne andavo a visitare i cortili, salivo sulle terrazze, sentinella comune cos della mia come delle case degli altri. Il mio padrone tanto ebbe caro il mio servizio che raccomand che mi si trattasse bene e che mi si desse con la razione di pane anche gli ossi levati o gettati da tavola insieme con gli avanzi della cucina; del che io mostravo riconoscenza spiccando un'infinit di salti quando vedevo il mio padrone, specialmente al suo tornare di fuori. Con tante dimostrazioni di gioia e con tanti salti, il mio padrone dette ordine che mi slegassero e mi lasciassero andare sciolto di giorno e di notte. E io come mi vidi sciolto, corsi a lui, gli rigirai d'intorno senza osare di arrivarlo con le zampe, poich mi ricordavo della favola di Esopo, quando quel tale asino, cos asino, volle fare al suo padrone le carezze appunto che gli faceva una gentile sua cagnolina e ci busc un fracco di legnate. Secondo me con questa favola ci si  voluto fare intendere che i vezzi e le galanterie di certuni non stanno bene in altri. Buffonaggi il buffone, faccia il pagliaccio suoi giochi di mano e capriole, rifaccia il raglio e imiti il cantare degli uccelli il "picaro" come i gesti e le mosse di animali e di uomini l'uomo volgare che si sia dato a questo, ma questo non voglia fare una persona di riguardo al quale nessuna di tali bravure pu conferire reputazione e fare onore.
SCIPIONE. Basta: va avanti, Berganza, che t'ho capito bene.
BERGANZA. Dio volesse che come mi capisci tu, mi capissero quelli per cui parlo! Perch, non so per quale mia buona inclinazione, mi dispiace immensamente quando vedo un cavaliere mutarsi in ciarlatano, vantarsi di saper giocare di bussolotti e alle noci e che non c' chi sappia come lui ballare la chacona(241). Conosco un cavaliere il quale si lodava di avere, pregato da un sagrestano, ritagliato trentadue fioroni di carta da mettere sul parato nero a un sepolcro(242) e far tanto caso di questi ritagli che conduceva gli amici a vederli come se li avesse condotti a vedere le bandiere o le spoglie nemiche poste sulle tombe dei suoi padri, dei suoi avi. Il mercante che ho detto dunque aveva due figli, l'uno di dodici anni, l'altro di circa quattordici, i quali studiavano grammatica alla scuola dei Padri Gesuiti; andavano per le vie da signori, accompagnati dall'aio e da paggi che portavano loro i libri e quel che chiamano "vademecum"(243). Il vederli andare con tanto fasto, in portantina se era bel tempo, in carrozza se pioveva, mi fece por mente e riflettere con che semplicit il padre loro andava alla Loggia dei mercanti(244) per i suoi affari, non conducendo seco altro servo che un moro, e qualche volta trasmodava anche, andandoci su d'un muletto neanche ben bardato.
SCIPIONE. Devi sapere, Berganza, che i mercanti di Siviglia e anche delle altre citt hanno per uso e consuetudine di sfoggiare la signorilit e la ricchezza loro non nella persona propria ma in quella dei figli. Perch dei mercanti pi  vasta l'ombra che la persona stessa; e siccome  un miracolo che essi d'altro si occupino che dei traffici e dei contratti loro, cos si trattano modestamente; ma siccome l'ambizione e la ricchezza muore dalla voglia di farsi vedere, cos i mercanti la sfogano nei loro figli, e li trattano e li fanno figurare come tanti figli di principe; ce n' anzi qualcuno che procaccia loro dei titoli per stampargli in petto la marca di assoluta differenza fra le persone d'alto grado e le plebee.
BERGANZA.  ambizione, ma nobile ambizione quella di chi aspira a migliorare la condizione propria senza pregiudizio del terzo.
SCIPIONE. Di rado o mai si soddisfa l'ambizione senza danno del terzo.
BERGANZA. Abbiamo detto gi che non dobbiamo sparlare.
SCIPIONE.  vero, ma io non sparlo di nessuno.
BERGANZA. Ecco qui confermata la verit di quello che ho sentito dire tante volte. Un maldicente avr, col suo mormorare, esposto alla rovina dieci famiglie e calunniato vecchi galantuomini; e intanto se qualcuno lo riprende di ci che ha detto, risponde che lui non ha detto nulla; che se ha detto qualcosa non lo ha detto per male, e che se avesse pensato che qualcuno se ne dovesse offendere non l'avrebbe detto. In f mia, Scipione, molta saggezza deve avere e molto bene deve reggersi sulle staffe chi volesse durare a conversare due ore senza confinare colla maldicenza. Io vedo infatti in me stesso che, pur essendo animale come sono, in questi discorsi che faccio, mi corrono sulla lingua come moscherini al vino parole, e tutte malevoli e sprezzanti. Per il che, torno a dire quel che ho detto gi, che il mal fare e il dir male lo ereditiamo dai nostri progenitori e lo succhiamo col latte. Lo vediamo chiaramente nel fatto che appena il bambino ha messo fuori dalle fasce il braccio, alza la mano come se volesse vendicarsi di chi, secondo lui, lo molesta, e quasi la prima parola formata che dice  dar di bagascia alla balia o alla madre.
SCIPIONE. Cos , io confesso il mio errore e te ne domando perdono, avendone perdonati tanti a te. Rappattumiamoci, come si dice, e non mormoriamo pi d'ora in avanti. Seguita il racconto che hai lasciato al fasto con cui i figli del mercante tuo padrone se ne andavano alla scuola della Compagnia di Ges.
BERGANZA. E a Ges mi raccomando ad ogni occorrenza. E sebbene lo ritenga difficile smettere di mormorare, penso di usare un espediente che ho sentito dire usava un gran bestemmiatore, il quale, pentito della sua cattiva abitudine, ogni volta che dopo questo pentimento gli accadeva di bestemmiare, si dava un pizzicotto nel braccio o baciava in terra a sconto del peccato. Ma, nonostante, seguitava a bestemmiare. Cos ogni volta che abbia a fare contro il comando che mi hai dato, di non sparlare, e contro la buona intenzione che ho di non sparlare, mi morder la punta della lingua s da sentirne dolore e mi richiami a mente la colpa per non ricaderci.
SCIPIONE.  un espediente cotesto che, se l'userai, mi aspetto che tante volte ti debba mordere che avrai a rimaner senza lingua: cos, ecco, non ti sar pi possibile mormorare.
BERGANZA. Ma almeno io ci avr messo da parte mia ogni impegno: il cielo supplisca poi dove manco. Dico dunque che i figli del mio padrone un giorno lasciarono una borsa della scuola nel cortile dove io in quel mentre mi trovavo. E come avevo imparato a portare la sportina del beccaio cos feci del "vademecum" e tenni loro dietro con l'intenzione di non lasciarlo andare finch non fossi nella scuola. Tutto and secondo il mio desiderio: i miei padroni, cio, che mi videro venire col "vademecum" tenuto stretto in bocca accortamente per le cinghie ordinarono ad un paggio di levarmelo, ma io non lo permisi e non lo lasciai andare finch non entrai nell'aula: cosa che fece ridere tutti gli scolari. Allora mi accostai all'aio dei miei padroni, molto garbatamente, io credo, glielo posi in mano e mi accoccolai alla porta dell'aula guardando fisso il maestro che leggeva sulla cattedra. Non so che cosa abbia in s il valore, perch, quantunque me ne sia toccato poco o punto, subito sentii piacere a vedere l'amorevolezza, il contegno, la premura e l'impegno con cui quei padri e maestri benedetti insegnavano a quei fanciulli, dirizzando il tenero arbusto della loro giovinezza, perch non piegasse n s'avesse a viziare per la via della virt, che indicano loro insieme col sapere. Notavo come li riprendevano dolcemente, li punivano con indulgenza, li animavano con esempi, li stimolavano con premi, e li sopportassero con discrezione; come, infine, dipingevano loro la bruttezza e l'orridezza dei vizi e descrivevano la bellezza della virt perch, con l'abborrire quelli e con l'amare queste, raggiungessero il fine per cui erano stati creati.
SCIPIONE. Dici benissimo, Berganza, poich di questi padri benedetti ho sentito dire che come uomini capaci per le mondane faccende della vita pubblica non ce n' in tutto il mondo di cos savi, e come guide e scorte nella via del cielo pochi se gli avvicinano. Sono specchi dove si vede riflessa l'onest, la purezza della dottrina cattolica, la singolare prudenza e infine la profonda umilt, base su cui si  elevato tutto l'edificio della felicit.
BERGANZA. Proprio cos, tutto. Continuando ora il mio racconto, ti so dire che i miei padroni ebbero piacere che io portassi sempre il "vademecum"; il che io feci molto volentieri, dovendo a questo se io conducevo una vita da re e anche meglio; perch era una vita riposata, avendo preso gli scolari a scherzare con me ed essermi io familiarizzato con loro talmente che mi mettevano la mano in bocca e i pi piccini mi montavano addosso: gettavano in aria berrettini o cappelli e io glieli riconsegnavo pulitamente e con segni di grande soddisfazione. Presero a darmi da mangiare quanto potevano darmi, e godevano a vedere che quando mi davano noci o nocciole io le spaccavo come fa la bertuccia, lasciando i gusci e mangiando il gheriglio. Ci fu uno che per mettere alla prova la mia capacit mi port in un fazzoletto una buona quantit d'insalata, e io la mangiai come un uomo. D'inverno quando in Siviglia costumano panini di fiore e schiacciatine col burro, me ne regalavano tanti che si impegnarono e vendettero ben pi di due calepini(245) per farmi far colazione. Insomma io vivevo da studente, ma senza la fame e senza la rogna, che  quanto pi si possa dire per significare che era buona vita; perch, se la rogna e la fame non fossero tanto tutt'una cosa con gli scolari, fra le tante condizioni di vita non ce ne sarebbe un'altra di maggior godimento e spasso, ch in essa la virt e il piacere vanno di pari passo, e la giovinezza trascorre nell'imparare e nel divertirsi. Da questa beatitudine e da questa pace mi venne a sbalzare una gran dama chiamata, mi pare, da queste parti "Ragion di stato", ragione che a contentarla bisogna scontentare molte altre ragioni. Vale a dire, a quei signori maestri sembr che quella mezz'ora, fra una lezione e l'altra, gli scolari la occupassero non nel ripassare le lezioni, ma a divertirsi con me; perci comandarono ai miei padroni di non portarmi pi alla scuola. Ubbidienti, essi mi fecero tornare a casa, a far la guardia, come prima, alla porta; e senza pi rammentarsi il mio vecchio signore della grazia concessami, di poter andare sciolto di giorno e di notte, ritornai a rimettere il collo alla catena e il corpo su una piccola stoia che mi stesero dietro la porta. Ah! amico Scipione, com' duro sopportare il passaggio da una condizione di felicit a una d'infelicit! Vedi: quando le miserie e le disgrazie sono una gonfia fiumana ininterrotta, o finiscono presto con la morte, oppure, continuate, ci si fa l'abitudine e ci si avvezza a sopportarle, il che suol alleggerire la maggiore loro asprezza; ma quando uscito, all'impensata e d'un tratto, da una condizione disgraziata e sventurata per goderne un'altra prospera, fortunata e di gioia, poi di l a poco ritorni a soffrire la sorte di prima e gli affanni e le disdette di prima,  un dolore cos acerbo che se non fa morire  per dare maggior tormento facendoti vivere. In una parola, tornai alla mia razione da cane e agli ossi che mi gettava una mora della casa e che due gatti romani mi riducevano, perch, sciolti e svelti come sono, era facile per essi portarmi via quel che non cadeva dentro il termine dove arrivava la mia catena. Caro Scipione, il cielo ti conceda il bene che desideri, ma, senza che tu t'inquieti, lasciami ora filosofare un po', perch se tralasciassi di dire le cose che in questo momento mi son venute alla mente fra quelle che allora mi accaddero, mi parrebbe che il mio racconto non sarebbe completo n utile punto.
SCIPIONE. Bada, Berganza, che non sia tentazione del demonio questa voglia che dici esserti venuta di filosofare. La maldicenza infatti non ha miglior velo per palliare e ricoprire la sua sfrenata malignit che darsi a credere chi mormora che tutto quanto dice son sentenze di filosofi e che il dir male  un rimproverare, che lo scoprire i difetti degli altri  giusto zelo, mentre nessun maldicente, se ne consideri e ne scruti la vita, troverai che non sia pieno di vizi e presunzione. E ora, premesso questo, filosofa quanto ti pare.
BERGANZA. Puoi star sicuro, Scipione, che non mormoro pi; ne ho fatto proponimento. Or bene, siccome me ne stavo tutto il giorno in ozio, e l'ozio genera le riflessioni, ecco ripassarmi per la mente certi detti latini che mi erano rimasti impressi fra i tanti che avevo sentito quando andavo con i miei padroni a scuola: detti latini con i quali, a mio credere, mi ritrovai un po' meglio d'intelligenza, s che decisi, quasi sapessi parlare, di giovarmene nelle occasioni che mi si dessero in modo per diverso da come certi ignoranti sogliono giovarsene. Ci son di quelli che, parlando in volgare spagnolo, buttan l nel discorso, di tanto in tanto, qualche motto latino breve e concettoso, dando ad intendere a chi non lo sa il latino, di essere solenni latinisti; e s e no che sanno declinare un nome e coniugare un verbo.
SCIPIONE. Meno male, secondo me, questo che non quello di coloro i quali sanno veramente di latino, tra cui ce n' alcuni di cos malaccorti che, parlando con un calzolaio o con un sarto, fanno spreco di latino come se fosse acqua.
BERGANZA. Possiamo dedurre da questo che tanto sbaglia chi dice motti latini davanti a chi non li capisce, quanto chi li dice senza capirli.
SCIPIONE. E devi notare anche un'altra cosa; cio, ci sono certuni che il saper di latino non toglie che siano asini.
BERGANZA. E chi ne dubita?  chiaro; quando infatti al tempo dei romani parlavano tutti latino, per essere il latino la propria lingua materna, ben ci sar stato fra loro qualche tanghero che, con tutto il suo parlar latino, non lasciava di essere imbecille.
SCIPIONE. Per saper tacere in volgare e parlare in latino, ci vuol giudizio, caro Berganza.
BERGANZA. Cos : si pu dire infatti una sciocchezza cos in latino come in volgare. E io ho visto sapientoni babbei e grammatici pesanti e parlanti in volgare, lardellare il discorso di fette di latino da seccare con tutta facilit la gente, non una, ma cento volte.
SCIPIONE. Lasciamo questo e comincia a dire le tue osservazioni filosofiche.
BERGANZA. Le ho dette gi; son quelle che ho finito ora di dire.
SCIPIONE. Quali?
BERGANZA. Queste delle citazioni latine e del volgare, che io ho cominciato e tu hai finito di fare.
SCIPIONE. Il mormorare lo chiami filosofia? Cos . Magnifica, magnifica pure, o Berganza, la piaga della maldicenza e dlle pure il nome che vuoi, che essa dar a noi quello di cinici, vale a dire di cani maldicenti. Ma chetati, ti raccomando; e seguita la tua storia.
BERGANZA. Come seguitarla, se mi cheto?
SCIPIONE. Voglio dire che tu seguiti a dire d'un tratto, senza che tu la riduca da sembrare un polipo con l'aggiungervi tante code.
BERGANZA. Parla con propriet; quelle del polipo non si chiamano code.
SCIPIONE.  lo sbaglio questo di colui il quale disse che non era stupidaggine n male chiamare le cose col loro proprio nome; come se non fosse meglio, quando si sia costretti a nominarle, indicarle con circonlocuzioni e giri di parole, i quali temperano il disgusto che fa il sentirle dire con i loro propri nomi. Le parole decenti son segno della decenza di chi le pronunzia o scrive.
BERGANZA. Voglio crederlo. Dico dunque che, non contenta la mia sorte di avermi tolto agli studi e alla vita beata e ordinata che in essi io viveva e di avermi messo a catena dietro una porta, e di aver barattato la libert degli scolari con la grettezza della mora, dispose di cogliermi in quella condizione che io oramai ritenevo di quiete e di riposo. Vedi, Scipione; abbi per certo e sicuro, come io l'ho, che chi  disgraziato, le disgrazie lo vanno a cercare e lo trovano anche se si nasconde nel pi remoto angolo della terra. E dico questo perch la mora di casa era innamorata di un moro, schiavo in quella casa anche lui; il qual moro dormiva nell'androne fra la porta di strada e quella di mezzo dietro alla quale stavo io. Essi non si potevano trovare insieme se non la notte; e a questo scopo avevano sottratto e contraffatto le chiavi. Cos il pi delle notti scendeva la mora, e, tappandomi la bocca con qualche pezzo di carne o qualche osso, apriva al moro con cui si prendeva sollazzo, favoriti dal mio silenzio, in grazia delle molte buone cose che la mora rubava. Per un po' corruppero la mia coscienza i regali della mora, parendomi che senza di questi i miei fianchi sarebbero diventati smilzi smilzi e che di mastino mi sarei fatto levriero snelletto. Per alla fine, mosso dal mio buon carattere naturale, volli corrispondere al dovere verso il mio padrone dal momento che stavo al suo soldo e mangiavo il suo pane, appunto come  dovere non solo dei cani perbene che hanno fama di riconoscenti, ma di quanti sono a servire.
SCIPIONE. Questo s, o Berganza, intendo che s'abbia a ritenere filosofia, perch son ragionamenti basati sulla verit e sul buon senso. Avanti ora, e non metter frangia, per non dir coda alla tua storia.
BERGANZA. Desidero prima pregarti di dirmi, se lo sai, cosa vuol dire filosofia: perch, sebbene io dica questa parola, non so cos'; soltanto mi do a credere che  una cosa di bene.
SCIPIONE. Te lo dir in breve. Questa parola si compone di due parole greche, cio, filos e sofia; filos vuol dire "amore" e sofia "scienza". Cosicch filosofia significa "amore della scienza" e filosofo "amante della scienza".
BERGANZA. Tu sei dotto, Scipione. Chi diavolo t'insegn a te parole greche?
SCIPIONE. Sei proprio semplicione, Berganza, a far caso di questo; perch sono cose che le sanno i ragazzi della scuola, e c' pure chi presume di sapere il greco senza saperlo, come chi il latino senza conoscerlo.
BERGANZA.  quel ch'io dico; e vorrei che questi tali li mettessero sotto una pressa e gira gira ne spremessero il succo del sapere che hanno, perch non seguitassero a ingannare la gente con l'orpello delle loro greche stracciate(246) e il loro latinorum, come fanno i portoghesi con i negri della Guinea.
SCIPIONE. Ora s, Berganza, che la lingua puoi moderarla e io pungermi la mia, perch quanto stiamo dicendo  mormorazione.
BERGANZA. S, ma io non sono obbligato a fare quello che ho sentito dire che uno di nome Corondas di Tiro(247) fece, il quale mise una legge che nessuno entrasse armato nel Consiglio della citt, pena la vita. Dimentico di questo, egli il giorno dopo entr nell'adunanza con la spada al fianco; gli fu fatta osservare la cosa ed egli, rammentandosi della pena stabilita da lui, subito sguain la spada e si trafisse il petto; primo a mettere e a violare la legge, ne pag per il primo la pena. Io dissi che stabilivo una legge, ma che promettevo che mi sarei morso la lingua quando avessi mormorato. Oggi per le cose non vanno nel modo e con la rigidezza dei tempi antichi; oggi si fa una legge e domani si viola, e forse conviene che sia cos; uno ora promette di correggersi dei suoi difetti e di l a un momento cade in altri pi gravi. Una cosa  lodare la regola e altro assoggettarcisi. Insomma dal detto al fatto c' un gran tratto. Si morda il diavolo che io per me non voglio mordermi n aver molti riguardi di qua dietro a una stoia, dove non c' chi mi veda da poter lodare il mio onorevole proponimento.
SCIPIONE. Di conseguenza, o Berganza, se tu fossi un essere umano saresti ipocrita, e tutto quello che facessi sarebbe per apparenza, sarebbe finzione e falsit, coperto del manto della virt, solo per aver lode, come fanno tutti gli ipocriti.
BERGANZA. Non so quello che farei allora; io so quello che voglio fare ora, che  di non mordermi, rimanendomi tante cose da dire da non sapere n come n quando potr finire, tanto pi che temo che al sorgere del sole noi non s'abbia a restare al buio venendoci a mancare la parola.
SCIPIONE. Il cielo provveder per il meglio. Seguita la tua storia e non divergere dalla strada carreggiabile con digressioni inopportune. Cos per lunga che sia, ne sarai presto al termine.
BERGANZA. Dico dunque che avendo visto la sfacciataggine, il ladrocinio e la disonest dei due mori, stabilii, da buon servitore, impedire questo nel modo migliore che potessi; e tanto bene potei che riuscii nel mio intento. La mora scendeva, come ho detto, a ristorarsi col moro, fidente nel fatto che i pezzi di carne, di pane o di cacio che mi gettava mi rendevano muto.  grande, o Scipione, la potenza dei regali!
SCIPIONE.  grande, s; ma non ti sviare, vai avanti.
BERGANZA. Mi ricordo che quando studiavo sentii dire al maestro un proverbio latino, che essi chiamavano "adagio" che diceva: "Habet bovem in lingua".
SCIPIONE. Oh, come in mal punto hai incastrato il tuo latino! Cos presto ti sei dimenticato di quello che or ora s' detto contro coloro che nel discorrere in volgare ci frappongono detti latini?
BERGANZA. Questo detto latino qui ci va a pennello; perch devi sapere che gli ateniesi usavano tra le altre una moneta coniata con l'impronta di un bove, e che quando un giudice, perch subornato, ometteva di dire o di fare quel che era ragione e giustizia, si diceva: costui ha il bove nella lingua.
SCIPIONE, L'applicazione non va.
BERGANZA. Ma non  ben chiara se per molti giorni i regali della mora mi tennero muto, che io non volevo n osavo abbaiare quando lei scendeva a vedersi col moro suo innamorato? Perci ripeto che molto possono i regali.
SCIPIONE. T'ho gi risposto che possono molto. E se non fosse per non fare ora una lunga digressione, con infiniti esempi dimostrerei il molto che possono i regali, ma forse lo far se il cielo mi concede tempo, luogo e parola per raccontarti la mia vita.
BERGANZA. Dio ti conceda quel che desideri, e ascolta. Finalmente il mio onesto proposito la ruppe con i regali disonesti della mora. Mentre una notte ch'era buio fitto scendeva al suo solito trastullo, io me le avventai addosso senza abbaiare per non mettere sossopra la casa, e in un momento le sbranai tutta la camicia e le schiantai un pezzo di polpaccio; uno scherzetto che bast a tenerla sul serio per pi di otto giorni a letto col pretesto, davanti ai suoi padroni, di non so qual malattia. Guar; lei da capo un'altra notte e io da capo a quella giostra con lei: senza prenderla a morsi, la graffiai per tutta la persona da parere che l'avessi cardata come una coperta di lana. I nostri certami avvenivano alla sordina, e io ne uscivo sempre vincitore, la mora invece sempre malconcia e tanto meno contenta. La sua rabbia tuttavia appariva chiaramente al pelo del mio manto e al mio deperire. Mi sottrasse la razione e le ossa, cosicch a poco a poco le mie andavano mostrando i nocchi del fil delle reni; con tutto ci, se mi si lev il mangiare, non mi si pot levare l'abbaiare. La mora pertanto, per finirmi una buona volta, mi present una spugna fritta con grasso. Io fiutai la malizia e capii ch'era peggio che mangiare la polpetta avvelenata col vetro tritato e gli aghi dentro(248), perch chi la ingoia gli si gonfia lo stomaco e non se la cava pi se non cavandosi anche dal mondo. E non parendomi possibile guardarmi dalle insidie di nemici tanto indignati, risolsi di mettere fra me e loro dello spazio con levarmegli di davanti agli occhi. Un giorno mi trovai sciolto e, senza dire addio a nessuno di casa, presi la via. Non avevo fatto cento passi che il caso mi rimise nelle mani del capitano dei birri il quale a principio della mia storia dissi essere grande amico del mio padrone Niccola detto Naso di cane. Egli, appena m'ebbe visto, mi riconobbe e mi chiam per nome. Anch'io lo riconobbi e, al suo richiamo, me gli avvicinai facendogli le mie solite feste e moine. Mi acchiapp al collo dicendo alle sue guardie: "questo  un eccellente cane da presa che fu di un grande amico mio; portiamolo a casa". Le guardie ne furono tutte contente e dissero che essendo da presa, tutti ne avrebbero avuto vantaggio. Vollero agguinzagliarmi per portarmi via, ma il mio padrone disse che non c'era bisogno del guinzaglio e che gli avrei seguiti, poich lo conoscevo. Mi son dimenticato di dirti che il collare a punte d'acciaio col quale venni via quando scappai e piantai il gregge, me lo lev uno zingaro in un'osteria e n'ero gi senza per Siviglia; ma il birro mi mise un collare tutto a borchie d'ottone, moresco. Pensa un po' ora, o Scipione, a questa ruota volubile della mia fortuna: ieri io mi vidi scolaro, oggi tu mi vedi poliziotto!
SCIPIONE. Cos va il mondo, e non occorre che ti metta ora a fare sproloqui sulla instabilit della fortuna, quasi che poi ci fosse gran differenza fra l'essere al servizio di un beccaio ed essere a quello di un birro. Non posso soffrire n rassegnarmi a sentire le lagnanze che della fortuna fanno certuni, la maggiore per i quali consisteva in promesse e speranze di arrivare a essere paggi. Con che imprecazioni la maledicono! Con quanti vituperi la svergognano! E non per altro se non perch chi li sente pensi che nella sorte disgraziata e bassa in cui ora li vede la gente ci son caduti da un'alta, felice e buona condizione.
BERGANZA. Hai ragione. Devi sapere che questo capitano de' birri era amico di un notaro, col quale faceva lega. Tutti e due convivevano in concubinaggio con due donnine di fama, non gi buona pi o meno, ma addirittura meno. Vero  che esse avevano un certo bell'aspetto, ma anche molta scioltezza e scaltrezza da sgualdrina. Queste servivano loro di rete e di amo per pescare fuor d'acqua cos: si vestivano in modo che la figura della carta(249) si conosceva dal colore, e di lontano un miglio si vedeva che erano donne di vita libera. Davano sempre la caccia ai forestieri, e quando arrivava la fiera di Cadice e di Siviglia arrivava la ressa dei loro guadagni, giacch non rimaneva torzone(250) al quale non dessero l'assalto. Quando poi qualche sudicione cascava nelle mani dell'una o dell'altra di queste due linde, avvertivano il birro e il notaro dove o a che locanda andavano; i quali piombavano addosso alla coppia e l'arrestavano per concubinaggio, ma non la portavano mai in prigione, perch i forestieri riscattavano sempre quel fastidio con denaro. Accadde pertanto che la Colindres (che cos si chiamava l'amica del capitano de' birri) pescasse un torzolo di cavolo, unto e bisunto col quale fiss da cena e la nottata nella sua stanza e subito lo risoffi all'orecchio del suo amico s che, si erano appena spogliati, che il birro, il notaro, due guardie ed io fummo loro addosso. La coppia fu in scompiglio; il birro a ingrandire la gravezza del reato, ingiungendo loro di vestirsi in fretta e furia per portarli in carcere, quel torzolo a disperarsi, il notaro, mosso a compassione, a interporsi, tanto che il birro, pregato e ripregato, ridusse la multa a cento reali soli. Il torzone chiese certe sue brache di pelle di capra selvatica che aveva messo sopra una seggiola a pi del letto e dove aveva i danari per riscattare la sua libert; ma le brache non vennero fuori n potevano venir fuori, per questo: com'io entrai nella camera, mi giunse alle narici un odore di carne salata che mi ristor tutto, e con l'annusare scoprii che si trovava in una tasca delle brache. Ci trovai, dunque, un pezzo di eccellente prosciutto. Per godermelo e cavarlo fuori alla chetichella trascinai le brache in istrada, e l mi dedicai con tutta l'anima a quel cosciotto di porco. Quando tornai nella camera trovai che quel torzolo sbraitava dicendo nel suo parlare corrotto e bastardo, per quanto intelligibile, che gli restituissero i suoi calzoni dove aveva cinquanta escuti d'oro in oro. Il notaro sospett o che la Colindres o le guardie se li fossero presi, e lo stesso pens il birro. Li chiam da parte, nessuno confess nulla, e tutti n'erano disperati. Io, al vedere quello che succedeva, tornai in strada dove avevo lasciato le brache, per riportarle, giacch a me non mi serviva punto il denaro; ma non le trovai, perch qualche fortunato ch'era passato di l le aveva portate via. Quando il capitano de' birri vide che quel torzone non aveva denaro per unger le ruote, non se ne dava pace e pens di cavare dalla padrona dell'alloggio quello che il torzone non aveva. Chiamatala, ella venne mezza spogliata, e come sent le grida e i lamenti del torzone, la Colindres in camicia piangere, il capitano di birri tutto arrabbiato, il notaro sulle furie e le guardie fare repulisti di quel che trovavano nella camera, non n'ebbe molto piacere. Il capitano le ordin che si mettesse qualcosa in capo e che se ne venisse con lui in carcere perch ospitava in casa sua uomini e donne di mala vita. Apriti cielo! Allora s che salirono gli strepiti e crebbe la confusione, dicendo la padrona: "Signor capitano de' birri e signor notaro, con me le finzioni no, perch so di che panni si veste; con me non ci son bubbole n mi s'infinocchia! zitti e andatevene con Dio, se no, in fede mia, faccio nascere il finimondo e metto in piazza tutta la montatura di questa storiella, perch conosco bene la signora Colindres e so che da pi mesi  suo protettore il signor capitano. Non fate ch'io m'abbia a spiegare di pi, ma si renda il denaro a questo signore e restiamo tutti buoni amici; perch io sono donna per bene e ho per marito uno che possiede il suo bravo Privilegio di nobilt con tanto di a perpenan rei de memoria e sigilli di piombo, penzoloni; grazie a Dio! e faccio questo mestiere molto pulitamente e senza pregiudizio d'alcuno. La tariffa la tengo attaccata dove tutti la vedano. Con me non si fanno storie, perch, giuraddio, so come sfangarmela! Carina davvero io a far che si trovino donne insieme con forestieri! hanno la chiave delle camere loro questi, e io non sono una lince da poter vedere attraverso sette pareti".
I miei padroni rimasero sconcertati dall'aver sentito l'arringa dell'albergatrice e nel vedere come leggeva loro i fatti della loro vita; quando per videro che, se da lei no, altri non c'era da cui ricavar denaro, insistevano per portarla in carcere. Lei si lamentava con Dio del torto e dell'ingiustizia che l'era fatta in assenza di suo marito, gentiluomo di tanto riguardo; il torzone mugliava a causa dei suoi cento escuti, le guardie seguitavano a dire che non avevano viste le brache, n volesse mai Dio una tal cosa! Il notaro, sotto sotto, insisteva col birro perch osservasse le vesti della Colindres, ch gli veniva in sospetto che lei dovesse avere addosso i cinquanta escuti, solita com'era a rovistare i nascondigli e le tasche di quelli che s'impelagavano con lei; la quale affermava che il torzone era briaco e di certo mentiva quanto all'affare dei quattrini. A farla breve, tutto era trambusto, grida, giuramenti senza che ci fosse modo che si racquietassero; n si sarebbero racquietati se in quel momento non fosse entrato il vice governatore che, venendo a visitare l'albergo, da quello schiamazzare fu condotto l dove si gridava. Domand la causa di quelle grida e l'albergatrice gliela espose per filo e per segno: disse chi era la silfide Colindres, ormai vestita, spublic la conosciuta relazione tra lei e il capitano de' birri, mise in piazza i suoi inganni e il modo come rubava, discolp se stessa dall'accusa che col suo consenso fosse mai entrata nel suo alloggio donna di mala fama; si magnific lei per santa e suo marito per beato, e comand a una serva che, di corsa, andasse a prendere da una cassa il Privilegio di nobilt di suo marito, perch il signor luogotenente lo vedesse, mentre diceva a questo che dal Privilegio avrebbe capito chiaramente come la moglie di un cos onorevole marito non poteva far cosa cattiva e che se esercitava quel mestiere di dar in fitto camere ammobiliate era perch non sapeva che altro fare; che Dio sapeva come le rincresceva e che avrebbe preferito avere qualche po' di rendita e di pane quotidiano per vivere, anzi che esercitare quel mestiere. Il luogotenente, seccato della sua gran chiacchiera e di quella presunzione per il Privilegio, le disse: "Cara la mia affittaletti, voglio credere che vostro marito abbia lettere patenti di nobilt; con che voi mi venite ad ammettere che  nobiluomo affittacamere" - "E molto onoratamente, rispose la locandiera; di quale lignaggio nel mondo, per buono che sia, non c' da ridire qualcosa? Non c' uovo che non guazzi". - "Quel che io vi dico, cara mia,  di mettervi qualcosa in testa e di venire in prigione". A questo annunzio si gett per terra la donna, si dette a sgraffiarsi il viso e a levare alte grida. Con tutto ci il luogotenente, oltremodo severo, li port tutti in prigione; vale a dire, il torzone, la Colindres e la locandiera. Seppi poi che il torzone perdette i suoi cinquanta escuti e per di pi, si dice, fu condannato alle spese: la locandiera pag altrettanto e la Colindres se la cav per il rotto della cuffia. Lo stesso giorno anzi, che fu libera, pesc un marinaio, il quale, con lo stesso imbroglio della spiata, pag anche per il torzone; acciocch tu veda, Scipione, quanti e quanto gravi inconvenienti nacquero dalla mia ghiottoneria.
SCIPIONE. Meglio avresti detto, dalla furfanteria del tuo padrone.
BERGANZA. Ebbene, sta a sentire; perch egli andava anche pi avanti; quantunque, mi dispiace dir male de' capitani di birri e di guardie.
SCIPIONE. S, ma dir male di uno, non  dir male di tutti; s, ma ci sono tanti e poi tanti notari buoni, fidati e autentici, e volentieri compiacciono senza danno degli altri; s, ma non tutti mandano in lungo le liti n colludono con le parti, n tutti esigono pi dei loro diritti, n tutti van ricercando e spiando la vita degli altri per poi imbastir loro dei processi, n tutti i capitani de' birri s'accordano con i vagabondi e i bari, n tutti hanno amiche, come quella del tuo padrone, per i loro imbrogli. Molti, moltissimi ci sono di gentiluomini per natura e di nobile carattere; molti non sono sfacciati, insolenti, n maleducati n vigliacchi come quelli che vanno per le locande a misurare le spade dei forestieri e, trovandole d'un pelo pi lunghe della misura permessa, ne rovinano i proprietari; s, ma non tutti come arrestano cos rilasciano, n son giudici e avvocati a piacer loro.
BERGANZA. Pi alto cercava di beccare il mio padrone ed altra via batteva, vantandosi di essere molto capace e di fare arresti celebri, mantenendo la sua fama di bravo senza arrischiare la vita, a costo per della borsa. Un giorno assal alla porta Jerez, lui solo, sei rinomati furfanti senza che io potessi aiutarlo punto, perch avevo la bocca impedita da una museruola di corda (cos mi portava di giorno, e di notte poi me la levava). Io rimasi stupito a vedere la sua arditezza, la sua destrezza, la sveltezza. Si cacciava e si ritraeva fra mezzo alle sei spade dei furfanti come se fossero state bacchette di giunco. Era una maraviglia vedere con che agilit assaltava, le stoccate che tirava, le sue parate, la precisione dei suoi calcoli, l'occhio pronto a non farsi cogliere per di dietro. Insomma nell'opinione mia e di quanti stettero a vedere e seppero lo scontro egli rimase impresso quale nuovo Rodomonte avendo respinto i suoi avversari dalla porta di Jerez fino ai marmi del Collegio di Mastro Rodrigo(251) che ci son pi di cento passi. Li lasci rinchiusi li ed egli ritorn a raccogliere i trofei della battaglia, cio tre foderi, e corse a mostrarli al Governatore che, se mal non mi ricordo, era allora il dottor Sarmiento de Villadares, celebre per la distruzione della Sauceda. Per le strade dove passava tutti guardavano il mio padrone, indicandolo a dito, come se volessero dire: - " quello il prode che ebbe ardire di combattere col fior fiore dei bravi dell'Andalusia". Il rimanente della giornata se n'and col passeggiare su e gi per la citt a fine di lasciarsi vedere, finch la notte ci colse in Triana in una via presso alla polveriera, dove il mio padrone avendo, come si dice in gergo furfantesco, "balcato" (spiato) se qualcuno lo vedeva, entr in una casa, e io dietro. In un cortile l trovammo tutti gli smargiassi dello scontro, senza cappe n spade, tutti sbottonati. Uno, che doveva essere il padrone della casa, reggeva in una mano un grosso boccale di vino, e nell'altra un bicchierone da bettola col quale, colmo di vino generoso e spumante, brindava a tutta la compagnia. Com'ebbero veduto il mio padrone, tutti gli mossero incontro a braccia aperte, tutti brindarono a lui ed egli fece lo stesso con tutti loro; e l'avrebbe fatto con altri tanti, se niente gli fosse occorso, di carattere affabile com' e desideroso di non disgustare nessuno per un'inezia. Volerti io ora raccontare quel che si fece l, la cena che fu apprestata, gli scontri che si raccontarono, i furti che si riferirono, le dame che si onoravano di praticare e quelle che erano avute a spregio, le lodi che facevano gli uni cogli altri, i bravi di cui si parl assenti, la destrezza di cui l si dette prova, alzandosi taluno a met della cena per eseguire, armeggiando con le mani, i tiri d'astuzia che l'occasione offriva, le espressioni cos ricercate di cui facevano uso, e finalmente l'aspetto e la presenza del padrone della casa, a cui tutti erano riverenti come a signore e padre, sarebbe un mettermi in un labirinto di dove non mi sarebbe possibile uscire quando vorrei. Insomma venni a capire sicuramente che il padrone della casa, da loro chiamato Monipodio, era manutengolo di ladri e sozio di sgherri, e che il grande scontro del mio padrone era stato prima concertato fra loro, con i particolari del ritirarsi e del lasciare i foderi, che il mio padrone pag l su due piedi insieme con quanto Monipodio disse che era costata la cena, la quale fin quasi a giorno con gran contento di tutti e alla quale, per pospasto, il mio padrone fu avvertito di un furfante forestiero che era giunto in citt, nuovo nuovo di zecca. Forse era pi valoroso di loro e quindi, per invidia ne fu risoffiato l'arrivo. Il mio padrone lo arrest la notte dopo, nudo a letto: ch se mai fosse stato vestito, io vidi dalla sua statura, non si sarebbe lasciato prendere tanto pacificamente. Con cotesto arresto che segu allo scontro, crebbe la fama di questo pauroso pi d'una lepre, ch tale era il mio padrone; pure, a forza di pagar denari e da bere, si manteneva la nomea di prode, ma quanto guadagnava col suo ufficio e con i suoi accordi gli se n'andava a stroscio gi per il canale della sua bravura. Abbi pazienza intanto e sta a sentire ora un fatto che gli successe senza ch'io aggiunga o tolga alla verit un ette. Due ladri rubarono in Antiquera un gran bel cavallo. Lo portarono a Siviglia, e, per venderlo senza pericolo, usarono uno strattagemma che, secondo me,  astuto e giudizioso insieme. Scesi a differenti alberghi, l'uno di essi si rec dal giudice e fece istanza di citazione, assumendo che Pedro de Losada gli doveva 400 reali avuti in prestito, come resultava da una polizza firmata col suo nome e che presentava. Il Governatore ordin che il detto Losada riconoscesse la sua polizza e che, se la riconosceva, si esigessero da lui dei pegni per l'ammontare della somma, oppure fosse messo in carcere. Tocc al mio padrone e al notaro suo amico eseguire quest'incombenza. Il ladro li condusse all'albergo dell'altro ladro, all'istante riconobbe per sua la firma, convenne del debito, e indic come pegno della esecuzione giudiziaria il cavallo che il suo padrone, come l'ebbe visto, sbarrando tanto d'occhi, segn per suo se mai dovesse esser venduto. Poich il ladro dichiar che i termini legali erano trascorsi, il cavallo fu posto in vendita e fu liberato per cinquecento reali ad una terza persona, interposta dal mio padrone, sotto mano, perch glielo comprasse. Il cavallo valeva la met di pi di quel che fu pagato, ma poich l'utile del venditore stava nella speditezza della vendita, alla prima offerta cedette la sua merce. Ebbe l'uno dei ladri il pagamento di un debito che non gli era dovuto, l'altro la ricevuta di cui non c'era bisogno e al mio padrone rimase il cavallo, il quale fu per lui di sfortuna maggiore che il cavallo Seiano per chi lo possedeva(252). I due ladri mutarono aria subito, e di l a due giorni il mio padrone, dopo aver riparato nei finimenti del cavallo quello che ci mancava, vi comparve su, nella piazza di S. Francesco, pi gonfio e tronfio di un villano vestito a festa. Molti si congratularono con lui per aver ben comprato, assicurandolo che, cos come un uovo vale un quattrino, il cavallo valeva centocinquanta ducati; e lui, volteggiando e rigirando, di s dava drammatica rappresentazione sul teatro di quella piazza. Or mentre cos badava a caracollare e a volteggiare, giunsero due tali di bella presenza e di pi bel vestire, l'uno dei quali disse: - "Toh! questo  Piediferro, il mio cavallo, che pochi giorni sono mi fu rubato ad Antequera!". - Tutti quelli del suo seguito, che erano quattro servi, affermarono essere vero che quello era Piediferro, il cavallo che gli avevano rubato. Il mio padrone allib, il proprietario del cavallo ricorse, si venne alle prove e furono tanto salde quelle del proprietario che ne venne fuori una sentenza in suo favore, e il mio padrone fu spossessato del cavallo. Fu risaputo il tiro e l'astuzia dei due truffatori i quali, con l'aiuto e l'intervento proprio della Giustizia, vendettero quello che avevano rubato, e quasi tutti ne gioirono che la cupidigia avesse rotto l'ova nel paniere al mio padrone. E non si ferm qui la sua sfortuna, perch quella notte, uscito a far la ronda lo stesso Governatore, per essergli stato riferito che dei ladri si aggiravano nei dintorni del sobborgo di San Giuliano, passando per un crocicchio, si vide un uomo traversarlo di corsa. Al che il Governatore mi grid, afferrandomi per il collare e aizzandomi: - "Al ladro, Sparviero! su, Sparviero bello, al ladro!". Io, gi stanco delle sue bricconate, per eseguire appuntino quel che m'ingiungeva il signor Governatore, detti addosso proprio al mio padrone e, senza che potesse difendersi, lo buttai in terra, e, se non me lo levavano di sotto, avrei fatto le vendette di pi d'uno. Mi portarono via, con mio gran dispiacere, da lui che non era allegro. Le guardie avrebbero voluto castigarmi e magari finirmi a legnate, e l'avrebbero anche fatto, se il Governatore non avesse detto loro: - "Non lo toccate per nulla: il cane ha fatto quel che gli ho comandato". Fu scoperto cos l'inganno e io, senza prender congedo da nessuno, per un buco del muro uscii alla campagna. Prima di giorno ero a Mairena, localit a quattro leghe da Siviglia. Volle la mia buona fortuna che l trovassi una compagnia di soldati che, a quanto sentii dire, andavano a imbarcarsi a Cartagena. Ne facevano parte quattro briganti della combriccola del mio padrone, e il tamburino era uno ch'era stato sbirro e gran giocoliere, quali, per lo pi, soglion essere i tamburini. Mi riconobbero tutti quanti e tutti quanti si misero a parlare con me, domandandomi notizie del mio padrone come se io avessi potuto rispondere. E chi mi dimostr pi affezione fu il tamburino: cos decisi di acconciarmi con lui, se mai l'avesse desiderato, e di seguire quella spedizione, anche se mi avesse condotto in Italia o nelle Fiandre, giacch a me pare, e dovrebbe anche a te parere lo stesso, che, sebbene il proverbio dica che col mutar paese non si muta cervello(253), pure il viaggiare per diversi paesi e il trattare con diverse genti fa gli uomini avveduti.
SCIPIONE.  tanto vero questo che mi ricordo di aver sentito dire da un mio padrone, uomo di gran talento, che il famoso greco, chiamato Ulisse, ebbe rinomanza di savio appunto per aver percorso molte terre e praticato con diverse genti e varie nazioni. Lodo quindi il proponimento che facesti di andartene dove ti condussero.
BERGANZA. Ora accadde che per avere da mettere meglio in mostra le sue buffonerie, questo tamburino prese ad insegnarmi a ballare al suon del tamburo e a fare altre scimmiottature, tanto lontane da poterle imparare un altro cane che non fossi stato io, come sentirai quando te le dir. Poich eravamo giunti quasi al termine del distretto assegnatoci, si marciava a piccole tappe, senza che commissario alcuno ci fosse a darci gli ordini. Il capitano era giovane, ma molto buon soldato e buon cristiano, l'alfiere era pochi mesi che aveva lasciato la corte e il tinello, il sergente uno scroccone astuto e gran conduttore di compagnie dal luogo dove si reclutavano fino a quello d'imbarco. La compagnia era piena di discoli cicaloni i quali, nei luoghi per dove passavano, commettevano delle sconvenienze, effetto delle quali poi era che si imprecasse contro chi non lo meritava. Disgrazia del buon Principe! Essere incolpato dai sudditi dei mancamenti dei sudditi, gli uni essendo i manigoldi degli altri; senza che il Principe n'abbia colpa, in quantoch, anche a volere e a cercare di farlo, egli non pu risarcire questi danni, conseguenza dell'asprezze, dei rigori e sconquasso insiti in tutte le cose o nella pi parte delle cose che riguardano la guerra(254). Insomma, in meno di quindici giorni, col mio talento e con l'impegno che ci mise colui che io avevo scelto per mio protettore, imparai a ballare come si balla per il re di Francia(255) non gi per la tavernaia cialtrona. M'insegn a fare corvette(256) come un cavallo napoletano, a girar a tondo come una mula da mulino ed altri esercizi, che se io non avessi badato a non spingermi troppo in farne mostra, avrei subito fatto dubitare se era qualche demonio in figura di cane quello che li eseguiva. Mi mise nome Dottor Cane, e non eravamo ancora arrivati all'alloggiamento che, battendo il suo tamburo, girava per tutto il paese, annunziando che quanti volessero venire a vedere le graziette meravigliose e la maravigliosa abilit del Dottor Cane, lo spettacolo era nella tale casa o nel tale spedale, per otto o per quattro quattrini, secondo che il borgo era grande o piccolo. Strombazzato cos, non restava alcuno in tutto il paese dal venirmi a vedere, n c'era alcuno che non ne uscisse maravigliato e contento d'avermi visto. Il mio padrone gongolava per il gran guadagno e manteneva sei compagni come tanti re. La cupidigia e l'invidia suscit nei malviventi la voglia di rubarmi, i quali andavano in cerca dell'occasione propizia a questo scopo, giacch la faccenda del guadagnare, del mangiare senza far nulla attrae e fa gola a molti. Perci ci sono in Ispagna tanti burattinai, tanti che vanno mostrando grandi storie figurate, tanti venditori di spilletti e canzonette, l'intero capitale dei quali, anche a venderlo tutto, non arriva a far le spese per un giorno. E nondimeno e quelli e questi non si spiccano mai in tutto l'anno dalle osterie e dalle taverne: il che mi fa supporre che i mezzi per gozzovigliare affluiscono loro d'altra parte che da quella dei mestieri che esercitano; tutta gente vagabonda questa, inutile e buona a nulla, spugne del vino e gorgoglioni del pane.
SCIPIONE. Basta, Berganza, non torniamo da capo; seguita, perch la notte se ne va e non vorrei che al levare del sole noi rimanessimo all'ombra del silenzio.
BERGANZA. Silenzio, e ascolta. Siccome  facile aggiungere qualche cosa a quel che  gi stato inventato, il mio padrone, vedendo quanto bene io sapevo rifare il destriero napoletano, mi fece fare certa gualdrappa di pelle dorata e una piccola sella che mi aggiust sul dorso e nella quale mise una figurina di uomo armato di una minuscola lancia da correr quintana, che m'insegn a correrla dritta, collocandola fra due bastoni. E quando dovevo correrla, egli metteva il bando che quel giorno il Dottor Cane correva la quintana ed eseguiva altre nuove e non mai viste prodezze, che io scavizzolavo dal mio cervello per non far rimanere bugiardo il mio padrone. Giungemmo frattanto con quel nostro marciare di rado, a Montiglia(257) patria del celebre gran cavaliere cristiano marchese de Priego, signore della casa di Aguilar e di Montiglia. Il mio padrone ebbe l'alloggio, poich egli stesso l'aveva chiesto, nell'ospedale. Subito mise fuori il solito bando, e siccome era precorsa la fama ad annunziare le bravure e le graziette del Dottor Cane, in men d'un'ora il cortile fu pieno di gente; del che si rallegr il mio padrone vedendo che vi si raccoglieva a palate, e quel giorno si dette pi che mai a fare il ciarlatano. Il primo esercizio, con cui si dava principio al divertimento, consisteva in saltare attraverso un cerchio di staccio, grande che pareva cerchio di botte. M'invitava con le solite domande, e quando lui abbassava una bacchettina di giunco che aveva in mano, era segno che dovevo saltare; mentre quando la teneva levata, che dovevo starmene fermo. Quel giorno (memorando fra tutti quelli della mia vita) il primo invito fu dirmi: "Su, caro Sparviero: salta per quel vecchio bene in gamba, che vedi l; che si ravvia la barba; o se no salta per la pompa e l'addobbo di donna Pimpinella di Plafagonia che fu compagna della ragazza galiziana che serviva in Valdeastillas. Non ti va l'invito, Sparviero mio? E allora salta per il baccelliere Pasillas che si firma dottore e non ha nessun titolo. Fai il poltrone? Perch non salti? Ma capisco, e ben so la tua furberia. O salta per il nettare di Esquivias, rinomato al pari di quello di Ciudad Real, di S. Martin e di Ribadavia". Abbass la bacchettina, io saltai e notai la sua mala intenzione. Si volse ad un tratto al pubblico e ad alta voce disse: "Non pensino lorsignori, senato illustrissimo, che sia una bagattella ci che sa questo cane: io gli ho insegnato ventiquattro esercizi, per il meno importante dei quali meriterebbe che volasse uno sparviero: voglio dire, che per essere spettatore del meno importante di essi vale la pena fare trecento leghe di cammino. Egli sa ballare la sarabanda e la ciacona meglio perfino di chi le ha inventate, si beve pi di due litri di vino senza lasciarne un gocciolo e canta a tono il sol fa mi re precisamente come un sagrestano. Tutte queste cose e molte altre, che io avrei da dire, lor signori le andranno vedendo nei giorni che qui star la compagnia; per ora faccia un altro salto il nostro Dottore e poi passeremo subito al pi difficile". - Cos tenne in sospeso gli astanti, che aveva chiamato senato, e ne accese la voglia di non lasciar di veder tutto quello che io sapevo. Il mio padrone si volt a me e disse: - "Qua, Sparviero mio, e con graziosa agilit e arte rifate al rovescio i salti che avete fatto; bisogna per farli in onore della famosa strega che si dice essere stata in questo paese". Ebbe appena detto questo che lev la voce la spedalinga, una vecchia, a quanto pareva, di pi che sessant'anni, dicendo: - "Vigliacco, ciarlatano, trappolone e figlio di sgualdrina! Qui non ci sono streghe. Se vuoi dire della Camaccia, ha gi scontato la colpa, e Dio sa dov'; se poi lo dici per me, truffatore, io non sono n sono mai stata strega in vita mia. Che se avevo fama d'esserlo stata, devo ringraziare i testimoni falsi, il capriccio della legge e il giudice sventato e male informato. Tutti sanno bene la vita di penitenza che faccio, non gi per malie che non ho mai fatto; ma per altri molti peccati che, me peccatrice, ho commesso. Perci, impostore d'un tamburino, fuori dall'ospedale! Se no, come  vero il battesimo, vi faccio trottare io". E cominci allora a strepitare tanto, a dire un mondo, un subisso d'insolenze al mio padrone, che lo fece restare confuso e sbalordito. A farla breve, non permise che il trattenimento proseguisse, assolutamente. Non rincrebbe al mio padrone la chiassata, giacch i quattrini li aveva fatti e rimand per un altro giorno e per un altro ospedale lo spettacolo l rimasto interrotto. La gente se n'and imprecando alla vecchia e aggiungendo al titolo di strega quello di mummia e di vecchia fifa, per di pi. Tuttavia rimanemmo nell'ospedale per quella notte, e la vecchia, incontrandomi solo nel cortile, mi disse: - "Sei tu, caro, Montiello? Caro, saresti, per caso, tu?". Io alzai la testa e la guardai a lungo. Al che lei, con le lacrime agli occhi, mi si appress e mi butt le braccia al collo. Che se la lasciavo fare, mi avrebbe baciato sulla bocca; ma n'ebbi schifo e non volli saperne.
SCIPIONE. Facesti bene, perch non  una delizia, ma una tortura, baciare o lasciarsi baciare da una vecchia.
BERGANZA. Questo che ti voglio raccontare ora, dovevo avertelo detto al principio del mio discorso e cos avremmo fatto a meno di meravigliarci che si parlava. Devi sapere infatti che la vecchia mi disse: - "Montiello mio, vieni dietro a me e saprai la mia abitazione: stanotte poi fai di tutto perch l ci possiamo vedere da soli, che io lascer aperta la porta. Sappi che ho da dirti molte cose della tua vita e per bene tuo". - Io abbassai la testa per significare che l'avrei obbedita; la qual cosa fin di sempre pi rassicurarla che io ero il cane Montiello ch'ella cercava, secondo che mi disse poi. Rimasi tutto maravigliato e in pensieri aspettando la notte per vedere a cosa riusciva quel mistero o miracolo d'avermi parlato la vecchia; e poich avevo sentito chiamarla maga m'attendevo di gran cose dalla sua presenza e dalla sua parola. Giunse alla fine l'ora dell'appuntamento con lei nella sua stanza, che era scura, stretta e bassa, rischiarata soltanto dalla fioca luce di una lucerna di terracotta ch'era l. La vecchia la smoccol, si sedette sopra una piccola cassa e, tiratomi a s, senza far parola torn ad abbracciarmi; ma io tornai a badare di non farmi baciare. La prima cosa che mi disse fu: - "Bene speravo io nel Signore che avanti che questi miei occhi si chiudessero nell'ultimo sonno avessi a rivederti, figlio caro; ed ora che t'ho visto, venga pure la morte e mi levi da questa vita tribolata. Devi sapere, figliolo, che in questa citt visse la strega pi famosa che mai fosse al mondo chiamata la Camaccia di Montiglia. Ella fu unica nell'arte sua, tanto che le Eriti, le Circi, le Medee, di cui ho sentito dire che sono piene le storie, non la uguagliarono. Congelava, quando voleva, le nuvole, cuoprendone la faccia del sole, e, quando gliene veniva il capriccio, rasserenava il cielo pi fosco; attirava gli uomini in un istante da terre remote; eseguiva maravigliosi ripari alle ragazze che avevano un po' mancato di custodire la loro integrit, faceva da paravento alle vedove in modo che fossero onestamente disoneste, smaritava le maritate e maritava quelle che voleva. Di decembre aveva nel suo giardino rose fresche, e a gennaio mieteva. Quella di far nascere crescioni in una madia era la cosa di minor conto che faceva, come pure il far vedere in uno specchio o nell'ugna d'un fanciullo i vivi o i morti che le si chiedeva di fare apparire. Di lei si diceva che convertiva gli uomini in animali e che per sei anni aveva avuto ai suoi servizi un sagrestano sotto forma di asino, realmente e veramente. Il che io non ho mai potuto arrivare a capire come si faccia. Perch ci che si dice di quelle maghe dell'antichit, le quali convertivano gli uomini in bestie, i pi sapienti dicono che altro non era senonch esse con la loro bellezza e con i loro adescamenti attiravano gli uomini s che le amassero, e li soggiogavano, servendosi siffattamente di loro in quanto volevano, ch'essi sembravano bestie. Nel caso tuo invece, o figlio mio, l'esperienza mi mostra il contrario, perch so che sei essere razionale e ti vedo in sembianza di cane, se pure questo non si fa per mezzo di quella scienza che  chiamata Giunteria, la quale fa apparire una cosa per un'altra. Fosse comunque, quel che mi dispiace  che n io n tua madre, che fummo discepole della valente Camaccia, non arrivammo mai a saperne tanto quanto lei; e ci, non per difetto d'ingegno n di abilit n di coraggio, perch, anzich mancarne, ne avevamo d'avanzo, ma per troppa malizia sua, non volendo mai insegnarci le cose pi alte, perch se le riserbava per s. Tua madre, figliolo, si chiam la Montiella, e fu, dopo della Camaccia, la pi rinomata. Io mi chiamo la Caizares, se non tanto sapiente come erano quelle due, per lo meno di tanto buona volont quanto l'una e l'altra di loro.  la verit che la stessa Camaccia, nel coraggio che tua madre aveva di entrare a operare in un cerchio, e di chiudervisi con una legione di demoni, non le passava avanti. Io fui sempre un po' timidetta, contentandomi di evocarne una mezza legione. Sia detto per con buona pace di tutte e due, quanto a manipolare gli unguenti di cui ci ungiamo noi streghe, non l'avrei ceduta a nessuna di loro due, e non la cederei neanche a quante oggi professano e praticano le nostre regole. Perch tu devi sapere, figliolo, che, avendo io visto e vedendo che la vita, la quale vola via sulle ali leggere del tempo, viene a fine, volli abbandonare tutte queste male pratiche della fattucchieria, in cui ero ingolfata molti anni fa, e solo mi  rimasto il desiderio di fare l'indovina, che  un vizio della maggiore difficolt a lasciarsi. Cos fece tua madre. La tronc con molte male pratiche e comp in questa vita molte buone opere. Alla fine per mor indovina, e non di malattia che avesse, ma dal dolore di aver saputo che la Camaccia, sua maestra, per l'invidia che le aveva dal vedere che era per arrivarla a saperne quanto lei, o per altra questioncella di gelosia che non potei mai accertare, mentre tua madre era gravida e si avvicinava il parto, in cui le fece da comare, raccolse il parto e le mostr che aveva partorito due cagnolini. Non appena li ebbe visti la Camaccia che disse: - "Qui c' un fatto malvagio, qui c' una furfanteria! Per, Montiella cara, sono tua amica e io terr nascosto questo parto. Tu bada a risanare e fa conto che questa disgrazia rimarr sepolta in grembo al silenzio stesso. Non ti affligga punto questo caso, poich ben sai che io posso saperlo che tu, tranne che con Rodriguez il facchino,  da tempo che non pratichi altri: cos questo parto canino vien d'altra parte e qualche mistero c' sotto". - Tua madre ed io, che mi trovai presente a tutto, rimanemmo maravigliate dello strano caso. La Camaccia se n'and, portando via con s i cuccioli, e io restai con tua madre per assisterla e custodirla, la quale non poteva credere a quello che le era successo. Venne poi a morte la Camaccia, e quando fu negli ultimi momenti di sua vita, chiam tua madre e le disse come ella aveva convertito i suoi figli in cani per certo rancore che aveva contro di lei, ma che non se ne affliggesse perch sarebbero tornati nel loro stato quando meno se lo pensassero; il che per non poteva accadere prima che con i propri occhi avessero visto quanto segue:
Ritorneranno alla lor forma vera
quando vedranno tutto in un momento
a terra esser prostrati gli orgogliosi
ed innalzati gli umili tapini
da mano che a ci fare avr possanza.
Questo disse la Camaccia in punto di morte, come t'ho detto, a tua madre che lo trascrisse e lo impar a memoria, come pure io, se venisse mai l'occasione di poterlo ripetere a qualcuno di voialtri. E perch vi possa riconoscere, tutti i cani che vedo del tuo colore li chiamo col nome di tua madre, non perch io pensi che i cani hanno da sapere il nome, ma per vedere se mai rispondono con l'essere chiamati cos diversamente da come sogliono chiamarsi gli altri cani. Cos stasera, al vederti fare tante cose e a sentirti chiamare il Dottor Cane, come anche quando alzasti la testa a guardarmi allorch ti chiamai nel cortile, ho creduto che tu fossi figlio della Montiella, e con grandissimo piacere ora ti faccio sapere i tuoi casi e come ricupererai la tua prima forma; modo che io vorrei fosse altrettanto facile come quello che si dice da Apuleio nell'Asino d'oro e che consisteva soltanto nel mangiare una rosa. Questo tuo per presuppone l'azione altrui, non il tuo impegno. Quel che tu devi fare, figliolo,  di raccomandarti a Dio nell'interno del tuo cuore, e aspetta finch queste, ch non voglio chiamarle profezie ma divinazioni, si compiranno presto e felicemente. Poich la buona Camaccia le profer, accadranno senza dubbio alcuno, e tu e tuo fratello, se vive, vi vedrete nella forma che desiderate. Quel che mi dispiace a me  che io sono cos vicina a morire che non avr agio di vedere questo. Ho voluto tante volte domandare al mio caprone come andr a finire la vostra avventura, ma non mi sono arrischiata, perch non risponde mai a tono a quello che gli domandiamo, ma con rigiri di parole che hanno pi d'un significato. Cosicch a questo nostro padrone e signore non c' da domandargli nulla, perch a una cosa vera mescola mille bugie, e a quanto ho potuto raccapezzare dalle sue risposte egli del futuro nulla sa se non per congettura. Tuttavia tanto ci trae in inganno quante siamo streghe, che anche si beffasse di noi le mille volte, non ci  possibile abbandonarlo. Ci rechiamo a trovarlo, molto lontano di qui, in una gran pianura, dove ci raduniamo un'infinit di gente, stregoni e streghe; e l ci d disgustoso pasto e altro vi si fa che, veramente, su Dio e sull'anima mia, non ardisco raccontarlo, tanto le son cose sozze e nauseanti, n voglio offendere le tue caste orecchie. C' chi crede che noi si vada a questi convegni solamente in fantasia, nella quale il demonio ci rappresenta per immagini tutte quelle cose che poi raccontiamo esserci accadute; altri dicono che no, ma che ci si vada davvero in anima e corpo; credenze che io per me ritengo vere l'una e l'altra, quantunque noialtre non si sappia quando ci si vada nell'uno o nell'altro modo, perch tutto ci che ci passa per la fantasia, ci passa cos al vivo che non c' da far differenza, da quando ci andiamo in realt e veramente. Han fatto di ci qualche prova i signori dell'Inquisizione con alcune di noi che hanno avuto nelle mani, e credo che abbiano trovato esser vero quel che dico. Io vorrei, figlio, distogliermi da questo peccato, e a questo fine ho usato ogni mio impegno: mi sono, cio, ritirata a fare da ospedaliera, curo gli ammalati poveri, dei quali certuni se ne muoiono che a me danno la vita con quello che lasciano a me o con quello che lasciano fra le rappezzature, per la cura che ho di ricercare i loro vestiti. Poche orazioni recito e in pubblico; molto sparlo, ma in segretezza. Mi conviene meglio essere ipocrita che peccatrice manifesta. L'apparenza delle mie buone opere d'adesso va cancellando dalla memoria di chi mi conosce le male opere d'un tempo. In realt, il fingere santit non fa danno a terze persone ma a chi finge. Osserva, Montiello mio, il consiglio che ti do: sii dabbene per quanto puoi, ma se devi esser cattivo, procura, per quanto puoi, di non parere. Io sono strega, non te lo nego, e neanche ti posso negare che strega e fattucchiera fu tua madre, ma le buone apparenze, che tutte e due avevamo, ci cattivavano stima dovunque. Tre giorni prima che morisse eravamo state tutte e due in una valle dei monti Pirenei ad un gran banchetto dei nostri; tuttavia quando mor, mor cos calma e cos in pace, che se non fosse stato per certi versacci che fece un quarto d'ora innanzi di rendere l'anima, non altrimenti pareva che riposasse su quel letto che sopra un talamo tutto fiori. Le si era piantato nell'anima il ricordo dei suoi due figli e mai, neanche in punto di morte, volle perdonare la Camaccia, tanto era tutta d'un pezzo e costante nelle cose sue. Io le chiusi gli occhi e l'accompagnai alla sepoltura dove la lasciai per non pi rivederla; quantunque non ho perduto la speranza di vederla prima ch'io muoia, giacch in paese s' detto che certuni l'hanno vista aggirarsi per i cimiteri e per i crocicchi sotto differenti forme. Ora forse qualche volta la incontrer e le domander se vuole che io faccia qualcosa a scarico delle sue colpe".
Ognuna di queste cose, che la vecchia mi diceva in lode di colei che affermava esser mia madre, era una pugnalata che mi trafiggeva il cuore, s che avrei voluto saltarle addosso e sbranarla a morsi; e se ristetti dal farlo fu perch la morte non la cogliesse in peccato com'era. Finalmente mi disse che quella notte pensava di tingersi per andare ad uno dei suoi soliti convegni, e che quando fosse l aveva in animo di domandare al suo padrone qualche cosa di quello che mi sarebbe accaduto. Io avrei voluto domandarle di che unzioni parlava; e pare che leggesse il mio desiderio, poich rispose alla mia intenzione come se glielo avessi domandato, dicendo: - "Quest'unguento, con che noi streghe ci ungiamo,  composto di succhi d'erbe in sommo grado freddi, e non, come dice il volgo, fatto col sangue dei bambini che strozziamo. E qui potresti domandarmi quale piacere o vantaggio ricava il demonio dal farci uccidere tenere creature sapendo che, per essere battezzate, innocenti e senza peccato come sono, vanno in paradiso, ed egli, per ogni anima che gli sfugge, ne riceve particolare dolore; al che io non ti saprei rispondere se non quello che dice il proverbio che, cio, tal si strapperebbe l'uno e l'altro occhio purch acciechi da uno il suo nemico. E poi c' l'angoscia che il demonio gode di dare, con l'uccisione dei figli, ai genitori; angoscia di cui non si saprebbe immaginare la maggiore. Ma quello che pi gli preme  di fare che noi, a ogni pi sospinto, si commetta cos efferata e nefanda colpa, ci permettendo Iddio a causa dei nostri peccati, ch senza sua permissione, io so per esperienza che il diavolo non pu far male neanche a una formica: tanto vero questo che una volta, pregandolo io che volesse distruggere la vigna di un mio nemico, mi rispose che neppure una foglia ne poteva toccare perch Dio non voleva. Dal che tu, quando divenga uomo, potrai arrivare a capire che tutte le disgrazie che accadono alle nazioni, ai regni, alle citt, ai popoli, le morti improvvise, i naufragi, le rovine, insomma tutti i mali che si dicono disgrazie, vengono dalla mano dell'Altissimo e dal suo divino volere che li permette; e i mali, che si dicono effetto di peccati, provengono e sono causati da noi stessi. Dio non pu peccare; dal che ne segue che siamo noi altri gli autori del peccato, commettendolo nell'intenzione, nella parola e nell'opera, e Dio permettendo tutto ci, come ho gi detto, a causa dei nostri peccati. Tu ora, figliolo, se mai mi capisci, domanderai chi mi ha fatto teologa me. E forse forse dirai dentro di te: corpo di Bacco, vecchia troia! Ma perch non smetti di far la strega dal momento che sai tante cose, e non ti rivolgi a Dio sapendo che  pi pronto a perdonare i peccati che a permetterli? - A questo ti rispondo, come se me l'avessi domandato, che l'abitudine del vizio si muta in natura, e questo del fare la strega si converte in sangue e carne. Ora, dal bel mezzo di questa ardente passione si genera tale freddezza che l'anima ne agghiaccia e intorpidisce anche nella fede. Dal che nasce un oblio di se stessa, che pi non si ricorda n dei castighi che Dio le minaccia n della beatitudine a cui l'invita. Insomma essendo questo un peccato di dilettazione carnale, di necessit ci spegne, ci intorbidisce e assorbe tutti i sensi senza lasciare che compiano, come debbono, la loro funzione; cosicch, restando l'anima inerte, svigorita, snervata, non  in grado d'elevarsi almeno ad avere un qualche buon pensiero. Perci, rimanendo sommersa nel gorgo profondo della sua miseria, non vuole levare la sua a quella mano che Dio, per sola sua misericordia, le stende affinch si rialzi. Ora in me c' una di queste anime, che t'ho raffigurato. Ben vedo e capisco tutto perfettamente, ma siccome il piacere mi tiene inceppato il volere, sono stata e sar sempre cattiva. Ma lasciamo stare questo e torniamo alla faccenda delle unzioni: dico dunque che sono tanto ghiacce che, ungendoci, si resta prive di ogni sentimento, stese nude al suolo:  allora, dicono, che noi proviamo in fantasia tutto quello che ci sembra di provare in realt. Altre volte, dopo finito di ungerci, ci sembra di mutar forma e, cambiate in galli, in civette, o corvi, andiamo l dove ci aspetta il nostro signore: l riprendiamo la nostra forma di prima e godiamo di quei piaceri che tralascio di dirti per esser tali che se ne conturba a ricordarsene la memoria e rifugge dal raccontarli la lingua. Ci nondimeno io sono strega e col manto dell'ipocrisia ricopro i miei tanti peccati. Che se qualcuno, per verit, mi stima buona e mi onora, non mancano molti i quali mi susurrano piano all'orecchio qual titolo di gloria ci appiccic la furia di un giudice rabbioso, che nei tempi passati ebbe a che fare con me e con tua madre, rimettendo l'ira sua nelle mani di un carnefice che, per non essere stato regalato, us con le nostre spalle tutto il suo pieno potere e rigore. Ma  passato anche questo: tutto passa, la memoria dei fatti si perde, il tempo vissuto non torna, le lingue si stancano di parlare, gli avvenimenti nuovi fanno dimenticare i vecchi. Ora io sono spedalinga, do buoni saggi della mia condotta; buoni momenti di spasso mi procurano le unzioni ch'io pratico, non sono cos vecchia da non poter vivere un anno, con tutti i settantacinque che ne ho. E ora che per l'et non posso digiunare, n dire rosari per le vertigini, n mettermi in pellegrinaggi per la debolezza delle mie gambe, n fare elemosine perch povera, n pensare a bene perch mi piace mormorare (mentre, per poterlo fare, bisogna prima pensarlo il bene, cosicch i miei pensieri saranno sempre cattivi), tuttavia so che Dio  buono e misericordioso e che lui sa quel che dev'essere di me, e basta. E anche basta qui con questo discorso che veramente mi affligge. Vieni, figliolo, e mi vedrai ungere. Col pane tutti i guai son dolci, e la giornata buona mettila a guadagno, perch finch si ride, non si piange: voglio dire che per quanto i godimenti che ci d il demonio siano apparenti e falsi, tuttavia ci paiono godimenti, ed  molto maggiore il piacere immaginato che goduto, sebbene nei veri piaceri deve accadere sempre il contrario.
Si alz a cos lunga diceria e, prendendo la lucerna, entr in una altra stanzetta pi stretta. Io le andai dietro, combattuto da mille diversi pensieri e stupito di quello che avevo ascoltato e di quello che m'attendevo di vedere. La Caizares appese la lucerna al muro, lesta lesta si spogli fin la camicia e, prendendo su da un angolo un pentolo di terra verniciato, vi cacci la mano e, borbottando fra' denti, si unse dai piedi alla testa che portava scoperta. Prima che terminasse di ungersi mi disse che, sia che il suo corpo restasse inanimato in quella stanza, sia che ne disparisse, io non mi spaventassi n lasciassi di aspettar l fino alla mattina, che avrei potuto sapere notizie di quel che mi rimaneva a passare fino a che non diventassi uomo. Abbassando il capo le dissi che cos avrei fatto. Frattanto fin l'unzione e si stese sul pavimento come morta. Avvicinai la mia bocca alla sua e vidi che non respirava n punto n poco. Ti confesso la verit, amico Scipione, che mi mise gran paura il vedermi chiuso in quella stanza ristretta con quella figura l davanti che ti dipinger come meglio sapr. Era lunga pi che sette piedi, tutta ossa scheletrite su cui era stesa una pelle nera, pelosa, indurita. La pellaccia della pancia ricopriva le pudende e gliene penzolava anzi, fin verso a met, sulle cosce; le mammelle parevano due poppe di mucca risecchite e aggrinzite; nere le labbra, serrati i denti, il naso adunco e largo, gli occhi di fuori, i capelli scarmigliati, le guance rifinite, ristretta la strozza, il petto infossato: insomma era tutta risecchita, il demonio in persona. Mi misi a guardarla a mio bell'agio, ma presto incominci ad impossessarsi di me la paura, riflettendo al brutto aspetto del suo corpo e allo stato anche peggiore dell'anima sua. Volevo morderla per vedere se ritornava in s, ma non trovai in tutta lei un posto che lo schifo non me ne ributtasse. Tuttavia l'afferrai per un calcagno e la tirai a strasciconi fino al cortile di casa, ma nemmeno cos di segno di vita. L nel cortile, a guardare il cielo e a ritrovarmi in un luogo spazioso, mi pass la paura o almeno si moder in maniera che mi sentii il coraggio di stare a vedere a cosa riusciva quel viaggio di andata e ritorno della mala femmina e cosa mi avrebbe riferito dei casi miei. Frattanto mi domandavo: - "Chi fece questa vecchiaccia cos intelligente e cos trista? Dove ha imparato quali sono i mali avvenuti per disgrazia e i mali colposi? Com' che tanto s'intende e parla di Dio, e poi le sue opere sono tanto da demonio? Come  tanto maliziosa nel peccare, e poi non si discolpa adducendo l'ignoranza?". Con queste riflessioni trascorse la notte e apparve il giorno, che ci trov tutti e due nel mezzo del cortile, lei non ritornata ancora in s, e me coccoloni accanto a lei, fisso a guardare quel suo pauroso e orrendo aspetto. Si raccolse sul luogo la gente dell'ospedale, e al vedere quello spettacolo, certuni dicevano: - To! quella santa della Caizares  morta! Guardate come l'avevano trasfigurata e rifinita le penitenze" -. Altri, pi ponderati, le tastarono il polso e, vedendo che batteva ancora e che non era morta, si dettero a credere che fosse in estasi, rapitavi come vera santa. Altri ce ne furono che dissero: - "Questa sgualdrina smessa dev'essere certamente strega e si dev'essere unta, perch i santi non hanno mai dei rapimenti cos scomposti, e finora, fra quanti la conosciamo, ha pi reputazione di strega che di santa". - Ci furono di quelli i quali si accostarono, curiosi, a conficcarle degli spilli nelle carni dalla punta dei piedi alla testa, ma neanche in questo modo si risvegliava la dormigliona, n si riebbe che verso le sette della mattina. E quando si sent tutta trapunta dagli spilli, morsa nei calcagni, tutta pesta dallo strascinamento fuori della sua stanza, cos esposta sotto gli occhi di tanti che la stavano a guardare, credette (e credette il vero) che io ero stato l'autore della sua vergogna. Allora mi salt addosso e, avventandomi tutte e due le mani al collo, cercava strozzarmi e diceva: - "Ah, brigante, ingrato, bestione e malvagio! questa  la ricompensa che merita il bene che feci a tua madre e quello che pensavo di fare a te?" - Io che vidi che correvo pericolo di perdere la vita fra le unghie di quell'arpia feroce, mi riscossi e, azzannandola per le pelli allungate sul ventre, la sbatacchiai e la strascicai per tutto il cortile; e lei a gridare che la liberassero dalle zanne dello spirito maligno. A queste espressioni della vecchiaccia, i pi credettero che io dovessi essere qualche demonio di quelli che sono sempre astiosi contro i buoni cristiani; e certuni corsero a gettarmi acqua benedetta, altri non osavano avvicinarsi per levarmela di sotto, altri gridavano che mi si facessero scongiuri. La vecchia si dibatteva, io stringevo i denti; pi cresceva la confusione, e il mio padrone, che era gi accorso al rumore, era disperato al sentir dire che io ero demonio. Altri, non ben pratici di esorcismi, dettero di piglio a tre o quattro randelli con i quali cominciarono ad esorcizzarmi le costole. Era una burletta seccante e io, lasciata la vecchia, in tre salti fui in istrada e, in pochi altri pi, fui fuor della citt, inseguito da una infinit di ragazzi che urlavano dicendo: - "Scostatevi, che il Dottor Cane  arrabbiato!". Altri dicevano: - "Non  arrabbiato, ma  il demonio in forma di cane". - Mentre mi si pestava cos a campane doppie, io uscii dal borgo, seguito da molti i quali indubbiamente credevano che fossi demonio, sia per quello che mi avevano veduto fare, sia per le parole che la vecchia aveva detto quando si ridest dal suo sogno dannato. Io mi detti a fuggire e a togliermi dalla vista loro con tanta furia che credettero che fossi sparito come sparisce un demonio. In sei ore feci dodici leghe e giunsi ad un accampamento di zingari piantato in una campagna vicino a Granata. L mi riparai per un po' di tempo, perch alcuni di quegli zingari mi conoscevano per il Dottor Cane e mi accolsero con non poca allegria, nascondendomi in una buca per non farmi trovare se mi si fosse cercato, giacch, a quanto poi capii, pensavano per mio mezzo di far guadagno, come faceva il tamburino mio padrone. Stetti venti giorni con quegli zingari, durante i quali conobbi e osservai la vita e i costumi loro, che bisogna che ti racconti perch interessanti.
SCIPIONE. Prima che tu vada avanti, Berganza,  bene che si rifletta a quello che ti disse la strega e ci assicuriamo se pu essere vera la gran menzogna a cui tu presti fede. Vedi, Berganza, sarebbe un grande errore credere che la Camaccia trasmutasse gli uomini in bestie e che il sagrestano in forma d'asino la servisse per gli anni che si dice l'abbia servita. Tutte queste cose e consimili a queste sono illusioni, menzogne e visioni del diavolo. Che se a noialtri ora ci pare di avere qualche po' d'intelligenza e di raziocinio per il fatto che parliamo, pur essendo veri cani o avendone la figura, abbiamo detto gi che  un caso portentoso e non mai visto, e che, anche a toccarla con mano, non ci si deve credere finch l'esito della cosa non ci mostri quello che  d'uopo credere. Vuoi che ti sia pi chiaro? Rifletti da che condizioni nulle e da che insensati patti la Camaccia disse che dipendeva il nostro rinnovamento, e vedrai che quel che a te deve parere profezia non sono che frottole e fiabe da vecchie, come quelle del cavallo senza testa, della bacchetta magica, con le quali si divertono taluni davanti al camino nelle lunghe notti invernali. Che se fosse diversamente, gi si sarebbe avverata la cosa, se pure quelle sue parole non si debbano prendere in altro significato, che ho sentito dire chiamarsi allegorico. Il quale significato non vuol dire quel che suona la lettera, ma altra cosa che, per quanto differente, le assomigli. Tale il dire:
Ritorneranno alla lor forma vera
quando vedranno tutto in un momento
a terra esser prostrati gli orgogliosi
ed innalzati gli umili tapini
da mano che a ci fare avr possanza.
Prendendolo nel significato che ho detto, mi pare voglia dire che noi riavremo la nostra forma quando vedremo che quelli, i quali stavano dove culmina la ruota della fortuna, oggi sono conculcati e prostrati ai piedi della disgrazia e considerati poco da quelli che pi li stimavano: cos pure quando vedremo che altri, i quali neppur due ore fa non avevano in questo mondo altro compito che di servirvi a far numero, ora sono posti cos in alto dalla buona fortuna da esser perduti di vista, e che se prima non figuravano, piccini e umili quali erano, ora non possiamo arrivarli, grandi e magnificati come sono. Che se dal veder questo dipendesse il ritornare noi alla forma che dici,  cosa che l'abbiamo veduta e vediamo ad ogni pi sospinto; perci mi induco a credere che non nel senso allegorico, ma nel letterale si debbono prendere i versi della Camaccia. Ma neppure da questo dipende la nostra salvezza, giacch abbiamo gi visto quello che coteste parole dicono, e nondimeno siamo sempre cani come tu vedi; cosicch la Camaccia fu una trappolona, la Caizares una impostora e la Montiella una stupida, maligna, una dappoco, sia detto con buona pace se mai  la madre di tutte e due noi, o la tua, perch io non la voglio ritenere per madre mia. Dico dunque che il vero significato  un gioco di birilli, in cui tutt'in un momento si buttan gi quelli che stan dritti e si rialzano quelli buttati gi, e appunto dalla mano abile a far ci. Or vedi se nel corso della nostra vita avremo mai visto giocare ai birilli, e di' se per questo abbiamo mai visto che siamo tornati a essere uomini, se pure siamo uomini.
BERGANZA. Dico che hai ragione, caro Scipione, e che sei pi giudizioso di quel che credevo. E da quello che hai detto sono indotto a pensare e a credere che quante ne abbiamo passate finora e quante ne passiamo presentemente  un sogno, e che siamo proprio cani; ma non si lasci di godere tuttavia, per tutto il tempo che si potr, questa fortuna che abbiamo della parola e il privilegio cos alto di ragionare da uomini; quindi non ti stancare a sentirmi raccontare quel che mi accadde con gli zingari che mi nascosero nella buca.
SCIPIONE. Ti ascolto molto volentieri per obbligarti ad ascoltar me quando sia che ti racconti, se il cielo mi far grazia, i casi della vita mia.
BERGANZA. Quella che io condussi con gli zingari fu di studiare nel frattempo le loro tante malignit, i loro inganni e menzogne, le ruberie in cui si esercitavano donne e nomini quasi fin da quando escono dalle fasce e son dati loro i piedi. Vedi quanti ce n' sparsi per la Spagna? Ebbene; fra loro si conoscono tutti, e gli uni sono informati degli altri; si passano e si scambiano i furti da questi a quelli e da quelli a questi; prestano obbedienza, pi fedele che al re, ad uno che chiamano Conte, il quale, come pure i suoi successori, ha il titolo di Maldonado, ma non perch discendano dal casato di questa nobile stirpe, s perch un paggio di un cavaliere di questo nome si innamor di una zingara molto bella, che non gli volle concedere il suo amore se non a patto che si facesse zingaro e la sposasse. Cos fece il paggio, il quale incontr tanto fra gli altri zingari che lo elessero per loro signore, gli prestarono l'obbedienza(258), e in segno di vassallaggio lo sovvengono con parte dei furti che commettono, se siano d'importanza. Per ricoprire la loro oziosaggine si occupano in lavori di ferramenta, facendo arnesi da agevolare le loro ruberie. Cos tu li vedrai sempre portare a vendere per le strade tanaglie, trivelli e martelli, e le donne, treppiedi e palette. Coteste donne son tutte mammane e, quanto a questo, danno dei punti alle nostre donne, giacch senza spendere e senza chi le assista mettono i loro parti alla luce e, come nascono, lavano le creature in acqua fredda. Da che nascono poi fino a quando muoiono, queste si avvezzano e dan prova di saper soffrire le inclemenze e i rigori del cielo: quindi tu vedrai che son tutti coraggiosi, saltatori, corridori, danzatori. Si accasano sempre fra loro, perch le loro abitudini non vengano ad essere conosciute da altri. Le donne son custodi dell'onore dei loro mariti, e poche ce n' che facciano loro torto con altri che non siano della loro razza. Quando chiedono l'elemosina, esse ci riescono pi per via di trovate e di buffonate che con pratiche devote. Siccome poi non c' chi se ne fidi, cos non si mettono a servire, ma si danno a vagabondare. Poche volte o mai, se mal non mi ricordo, ho veduto una zingara al pi dell'altare far la communione, sebbene tante volte io sia entrato nelle chiese. Non pensano se non a trovar modo come ingannare e dove poter rubare. Mettono a confronto ciascuno i loro furti e il modo che tennero nel commetterli. Cos un giorno uno zingaro raccont agli altri, me presente, certa sua astuzia con cui una volta ebbe a rubare a un contadino, e fu questa: lo zingaro aveva un asino scodato; ora, al mozzicone di coda tutto spelato ne appiccic un'altra bella folta che pareva proprio esser dell'asino. Portatolo al mercato, un contadino lo compr per dieci ducati; al quale, dopo averglielo venduto e ritrattone il danaro, lo zingaro disse che se voleva comprarne un altro, fratello di quel medesimo e altrettanto buono come quello acquistato, glielo avrebbe venduto a pi buon prezzo. Il contadino gli rispose che andasse a prenderlo e lo portasse, perch lo avrebbe acquistato e che, mentre lui ritornava, egli avrebbe portato a casa l'asino che aveva comperato. Se ne and e gli tenne dietro lo zingaro. Sia come si voglia, lo zingaro trov la maniera di rubare al contadino l'asino che gli aveva venduto; d'un subito, cio, gli spicc via la coda posticcia, lasciandolo con quella sua spelacchiata, e, cambiatogli il basto e la cavezza, ebbe l'ardire di andare in traccia del contadino perch glielo comprasse. Lo incontr prima che quegli si fosse accorto che gli mancava il primo asino, s che in due parole gli compr il secondo; ma quando and per il danaro all'albergo, trov che la bestia aveva perduto la bestia; pure, per quanto bestione, sospett che lo zingaro doveva averglielo rubato, n quindi intendeva pagarglielo. Ricorse lo zingaro a testimoni e port, come tali, coloro che avevano riscosso l'imposta sulla vendita del primo animale, i quali giurarono che lo zingaro aveva venduto al contadino un asino con certa coda molto lunga e ben differente da quella del secondo asino che ora vendeva. Si trov presente a tutto questo dibattito una guardia, la quale prese le parti dello zingaro con tanto interesse che il contadino dovette pagare l'asino due volte. E raccontarono di molte altre ruberie, quasi tutte di animali, nelle quali sono maestri e in cui pi si esercitano. Insomma  gentaccia, e per quanto molti e molto saggi giudici abbiano proceduto contro di loro, non per questo si ravvedono.
In capo a venti giorni mi vollero portare a Murcia. Passai cos da Granada, dove gi era il capitano di cui era tamburino il mio padrone. Appena gli zingari lo seppero, mi chiusero in una stanza dell'albergo dov'essi allora alloggiavano; ma avendo sentito dir loro a quale scopo (andavano a Murcia), non mi and a garbo il cammino che prendevano e perci risolvetti di liberarmene, come feci infatti. Uscito di Granada, mi ritrovai in un orto di un convertito novello che mi accolse volentieri, e pi volentieri io vi rimasi, sembrandomi che per altro non mi volesse se non per fargli la guardia all'orto; ufficio, secondo me, di minor fatica che far la guardia al gregge. E siccome non era il caso di questionare pi che tanto sul salario, cos fu facile, il moro battezzato trovare un servo a cui comandare e io un padrone a cui servire. Stetti con lui pi di un mese, non per il piacere della vita che facevo, ma per quello che provavo a conoscere come viveva il padrone e quanti mori battezzati, vivono in Ispagna. Quante e quali cose ti potrei raccontare, Scipione caro, di questa canaglia di mori battezzati, se non temessi che non la finirei fra quindici giorni! Che se poi avessi da entrare in particolari, non ne verrei a capo in due mesi. Pure dovr dirtene qualcosa: perci ascolta, cos in succinto, ci ch'io vidi e notai di speciale di questa brava gente. Miracolo se, fra tanti, se ne trova uno che creda, come si deve, nella santa legge di Cristo. Unica loro mira  far denaro e, una volta fattolo, conservarlo: per conseguir ci, faticano e si privano di mangiare. Come entrano in possesso di un reale, purch non sia spicciolo(259), lo condannano a perpetuo carcere e alle tenebre eterne: perci, guadagnando sempre e non spendendo mai, riuniscono e ammucchiano la maggior quantit di denaro che ci sia in Ispagna. Loro sono a se stessi e salvadanaio e tignola e gazze e furetti, tutto raccogliendo, tutto nascondendo, tutto ingozzando. Si rifletta che sono tanti e che ogni giorno guadagnano e mettono da parte poco o molto, che logora loro la vita una febbre lenta come quella che danno le petecchie, e che pi essi sono, pi sono quelli che mettono da parte, come mostra l'esperienza. Tra essi non si pratica la castit n c' chi entri in convento, n uomini n donne: s'ammogliano tutti, si moltiplicano, giacch il vivere una vita sobria aumenta le cause del generare. Non li stermina la guerra n alcuna fatica che li spossi troppo: ci rubano senza parere, e con i guadagni dei nostri beni che ci rivendono, arricchiscono. Non hanno servitori, ch tutti si servono da s; non spendono per i figlioli negli studi, perch il saper loro consiste tutto nel rubarci. Dai dodici figli di Giacobbe, che ho sentito dire essere entrati in Egitto quando Mos li trasse fuori da quella schiavit, nacquero seicentomila maschi, fanciulli e donne a parte. Da ci si pu argomentare che moltiplicazione daranno le donne di questi che sono incomparabilmente di pi.
SCIPIONE. Si  trovato riparo a tutti i mali che hai additato e accennato all'ingrosso, ben sapendo io che pi sono e pi gravi quelli che taci di quelli che dici, n finora in questo s' messo l'impegno che si doveva; tuttavia il nostro governo ha avvedutissimi reggitori i quali, vedendo che la Spagna produce e ha nel suo seno tante vipere quanti mori battezzati, con l'aiuto divino troveranno a tanto male certa, sbrigativa e sicura via d'uscita. Seguita.
BERGANZA. Spilorcio com'era il mio padrone, al pari di tutti quelli della sua casta, mi manteneva a pan di miglio e con degli avanzi di polenta che era il suo nutrimento ordinario. Il cielo per mi aiut a sopportare questa miseria in un modo cos strano quale ora sentirai. Ogni mattina, all'alba, compariva seduto a pi d'un melograno, dei molti che c'erano nell'orto, un giovine dall'aspetto di studente, vestito di baietta non tanto nera da non sembrare bigia, n tanto lanosa da non parere cimata. Egli, tutto occupato a scrivere in uno scartafaccio, si dava di quando in quando delle palmate in fronte e si mordeva le unghie, guardando su al cielo; altre volte si metteva tanto a pensare che non moveva n piedi n mano n batteva ciglio, tale era il suo rapimento. Una volta, senza che egli se n'accorgesse, me gli avvicinai: lo sentii mormorare fra i denti, finch, dopo un buon tratto di tempo, dette in una grande esclamazione dicendo: "Vivaddio!  la migliore ottava che io abbia mai fatto!". E scrivendo in fretta nel suo scartafaccio, dava a divedere grande contentezza: tutto insieme il qual fatto mi fece capire che il disgraziato era poeta. Io gli feci le mie solite carezze per assicurarlo della mia mansuetudine, me gli stesi ai piedi, ed egli continu a meditare tranquillo, torn a grattarsi la testa, alle sue estasi, e di nuovo a scrivere quel che aveva pensato. In questo mentre entr nell'orto un altro giovine elegante e tutto ben vestito, con certi fogli in mano nei quali andava via via leggendo, che giunto l dov'era quel primo, gli disse: - "Avete terminato il primo atto?". - L'ho finito ora, rispose il poeta, nel modo pi splendido che si possa immaginare" -. "In che modo? domand il secondo. - "Ecco: rispose l'altro; vien sulla scena il Santo Padre rivestito degli abiti pontificali, con dodici cardinali, tutti vestiti di paonazzo, perch quando avvenne il fatto narrato nella storia del mio dramma era in tempo di mutatio capparum(260) in cui i cardinali non si vestono di rosso, ma di violaceo. E bisogna assolutamente, per essere esatti, che questi miei cardinali vengano sulla scena in violaceo: un particolare questo di grande importanza nel dramma. E qualcuno, scommetto, ci cascherebbe! Ed ecco come si commettono ad ogni passo mille sconvenienze e spropositi; ma io non ho potuto sbagliarmi in questo, poich tutto il cerimoniale romano ho letto, appunto per bene imbroccarla in questa faccenda delle vesti. - "Ma, replic l'altro, dove volete voi che il mio capocomico abbia vesti violacee per dodici cardinali?" - Eppure, se me ne leva anche uno solo, soggiunse il poeta, s davvero che gli dar il mio lavoro drammatico cos come  possibile volare. Corpo di chi so io! Doversi perdere quest'apparizione cos spettacolosa? Figuratevi voi, fin d'ora, quel che sar in un teatro un sommo Pontefice con dodici maestosi cardinali e con altri ministri del seguito che dovranno, per forza, aver con s. Vivaddio, sar uno dei pi grandi e pi notevoli spettacoli che sia mai stato rappresentato, dovess'essere "Il Mazzolino di Daraja"! -. Di qui io riuscii a capire che l'uno era poeta, l'altro attore. Il quale consigli il poeta di restringere un po' il numero dei cardinali se non voleva che per il direttore della compagnia fosse impossibile dare la rappresentazione: al che il poeta rispose che avesse dicatti se non ci aveva messo tutto il conclave, il quale si trovava riunito al tempo del memorabile avvenimento che intendeva tramandare alla memoria delle genti col suo dramma. L'attore si mise a ridere e lasci il poeta alla sua occupazione per andare alla propria, a studiare cio il copione di una nuova commedia. Il poeta, dopo avere scritto alcuni versi del suo dramma grandioso, molto pacatamente e adagio adagio tir fuori dalla tasca certi seccherelli e un venti acini d'uva passa, all'incirca, ch mi pare averglieli contati; ma ancora dubito che fossero tanti, perch con essi facevan corpo certi minuzzoli di pane che erano insieme. Egli soffi via e separ i minuzzoli, e a uno a uno si mangi i chicchi con tutti i picciuoli, ch non gliene vidi buttar via uno, accompagnandoli con i seccherelli, i quali per essere stati con la borra della tasca, apparivano muffiti; ed erano in tale stato di durezza che, per quanto egli cercasse di ammorbidirli passandoseli e ripassandoseli per la bocca pi e pi volte, non ci fu verso di ridurne la secchezza, il che ridond tutto a vantaggio mio, poich me li gett dicendo: To, to! piglia, e buon pro' ti facciano! - "Guardate un po', io dicevo fra me, quale nettare o ambrosia mi d questo poeta, di quella di cui si nutrono, essi dicono, gli di e il loro Apollo lass in cielo". Insomma, per la pi parte sono molto miseri i poeti, ma maggiore era il mio bisogno, s che mi costrinse a mangiare quei suoi rifiuti. Finch dur la composizione della sua commedia, non lasci di venire all'orto, n io ebbi penuria di tozzi di pan secco, giacch egli me ne faceva parte con molta liberalit: di poi, subito s'andava alla noria, dove, io bocconi e lui con un secchio, ci si levava la sete come due re.
Ma il poeta venne a mancare, e in me sopravanz tanto la fame che risolsi di lasciare il moro battezzato ed entrare nella citt in cerca di fortuna, ch la trova chi muta luogo. Nell'entrare in citt vidi che dal famoso monastero di S. Girolamo usciva il mio poeta, il quale, appena mi vide, mi venne incontro con le braccia aperte, e io andai a lui con nuove dimostrazioni di gioia per averlo trovato. Subito, subito cominci a rovesciar dalla tasca pezzi di pane pi morbidi di quelli che era solito portare all'orto e a ficcarmeli fra i denti senza biascicarli, favore che con inusitato piacere soddisfece la mia fame. I morbidi pezzi di pane e l'aver visto uscire il mio poeta dal detto monastero mi fecero sospettare che le sue muse fossero vergognose, come quelle di altri molti. S'avvi alla citt e io gli tenni dietro, determinato ad averlo per padrone, se mai volesse, pensando che con gli avanzi della sua rcca si poteva mantenere il mio attendamento, poich non c' maggiore n miglior borsa di quella della carit, le mani generose della quale non sono mai povere. Non mi va quindi quel proverbio che dice: "meglio vicino ad un crudo che ad un nudo"(261), quasi che il duro e avaro desse qualche cosa come lo d invece il generoso dispogliato, ch in effetto, quando non abbia altro, d la buona volont. Passo passo sostammo alla casa di un capocomico, il quale, a quel che mi rammento, si chiamava Augusto il Cattivo per distinguerlo da un altro Augusto, non autore drammatico ma attore, il pi brillante attore che allora avessero ed ora abbiano le scene. Si radun tutta la compagnia ad ascoltare il dramma del mio padrone, che ormai io avevo per tale, quando alla met del primo atto, a uno a uno, e poi a due a due disertarono tutti, meno il capocomico e io che facevamo da pubblico. Il lavoro drammatico era tale che, per quanto io sia un asino in fatto di poesia, mi sembr che l'avesse composto Satana in persona per rovinare e mandare del tutto in malora questo poeta, che ormai l'inghiottiva male al vedere come l'uditorio l'aveva lasciato solo solo. N sarebbe stato gran che se la profetica anima sua gli avesse detto l dentro della disgrazia che era per minacciarlo: il ritorno cio di tutti i comici, in numero di pi che dodici, i quali, senza pronunziare una parola, acciuffarono il mio padrone, e se non fosse stato che ci si intromise l'autorit del capocomico, a furia di preghiere e di urlacci, di certo l'avrebbero abballottato. Io rimasi come inebetito del caso, il capocomico stizzito, i comici allegri e rattristato il poeta, il quale, molto pazientemente, sebbene un po' ammusito, prese la sua commedia e stringendosela al petto, borbottando, disse: Non bisogna gettar le perle davanti ai maiali!(262). E senza aggiungere parola, se n'and tutto d'un pezzo. Dalla confusione io non potei n volli seguirlo. E la indovinai, perch il capocomico mi fece tante carezze che mi obbligarono a rimanere con lui. E in meno di un mese divenni grande attore d'Intermezzi e gran comico pantomimico. Mi fu messa una musoliera di cimosa e mi ammaestrarono ad assaltare sul teatro quelli che si voleva, per modo che, mentre gl'Intermezzi solevano la maggior parte finire a legnate, nella compagnia del mio padrone finivano che si aizzava me; e io atterravo e pestavo tutti quanti, dando cos occasione al mio padrone di guadagnar molto e agli ignoranti di ridere. Oh, Scipione! Chi potrebbe raccontarti quel che osservai in questa e in altre due compagnie, in cui passai, di commedianti? E non essendo possibile farne una succinta narrazione, dovr lasciarlo per un altro giorno, se un altro n'avremo da conversare insieme. Vedi come  stato lungo il mio parlare? Vedi i miei tanti e svariati casi? Ci pensi ai miei viaggi e ai miei padroni, quanti sono stati? Pure, tutto quello che hai sentito  nulla in paragone a quello che ti potrei raccontare di ci che ebbi a notare, a verificare e ad osservare di questa gente, del suo modo di fare, della sua vita, dei suoi costumi, delle sue occupazioni, delle sue fatiche, del suo ozio, della sua ignoranza e della sua accortezza e un'infinit d'altre cose, l'una da susurrarsi all'orecchio, altre da essere spublicate, tutte poi meritevoli di essere ricordate per disingannare tanti che idolatrano immagini finte e bellezze artefatte e passeggere.
SCIPIONE. Vedo ben chiaro, o Berganza, il vasto campo che ti si apriva per prolungare il tuo discorso, ma son di parere che tu lo riserbi per un racconto a parte, a bell'agio, non di sorpresa.
BERGANZA. E sia, ma ascoltami un po' ora. Con una compagnia comica giunsi qui a Valladolid, dove nel rappresentare un Intermezzo mi fu fatta una ferita che mi ridusse quasi in fin di vita. Allora non potei vendicarmi essendo a catena, e poi, a sangue freddo, non n'ebbi voglia, giacch la vendetta meditata  indizio di crudelt e d'animo malvagio. Stanco di quel mestiere, non per la fatica, ma perch ci notavo cose che richiedevano, ad un tempo, riforma e punizione, e siccome mi toccava pi risentirne che rimediarci, risolsi di rinunziarvi; e cos mi ritirai in un luogo sacro, come fanno quelli che lasciano i vizi quando non possono praticarli pi; sebbene meglio tardi che mai. Dico, quindi, che vedendoti una notte portar la lanterna in compagnia del buon cristiano Mahudes, riflettei che dovevi esser contento nella tua retta e santa occupazione. Preso da buon'invidia, volli seguire i tuoi passi, e con tale lodevole intendimento mi feci a precedere Mahudes che subito mi prescelse a tuo compagno e mi condusse a quest'ospedale. Quello che qui mi  accaduto non  s poca cosa che non occorra tempo a raccontarla; ci specialmente che sentii da quattro malati che il caso e il bisogno port a quest'ospedale, per essere tutti e quattro vicini in quattro letti in fila. Scusami, ch il racconto  breve, non vuol essere rimandato e qui cade in acconcio.
SCIPIONE. S, ti scuso e spicciati, perch credo che il giorno non debba esser molto lontano.
BERGANZA. Nei quattro letti dunque che sono in fondo all'infermeria, in uno c'era un alchimista, nell'altro un poeta, nel terzo un matematico e nell'ultimo uno di quelli che chiamano "proponenti"(263).
SCIPIONE. Mi ricordo, s, d'aver visto questa buona gente.
BERGANZA. Dico dunque che durante un meriggio dell'estate passata, mentre che le finestre eran chiuse e io me ne stavo a prendere aria a pi del letto di uno di loro, il poeta cominci a lamentarsi pietosamente della sua sorte, e dimandandogli il matematico di che si lamentasse, gli rispose che del non aver fortuna. - "Come non avr motivo di lamentarmi? seguit a dire. Dopo aver osservato ci che Orazio prescrisse nella sua Poetica, che cio, non deve uscire alla luce l'opera se non siano passati dieci anni da che fu composta, io n'ho una che m' costata vent'anni di studio e dodici di pratica! Grande opera per l'argomento, ammirevole e nuova per l'invenzione, grave per il verso, piacevole per gli episodi, maravigliosa nella divisione, poich il principio corrisponde alla parte di mezzo e alla fine, di modo che e principio e mezzo e fine fanno elevato, sonante, eroico, dilettevole e concettoso il poema. Con tutto ci, com' che non trovo un principe, dico, intelligente, liberale e magnanimo? Oh, et sventurata e corrotto secolo nostro!".
- E di che tratta il libro? domand l'alchimista.
- Tratta, rispose il poeta, di quel che omise di scrivere l'arcivescovo Turpino circa il re Art d'Inghilterra, con l'aggiunta anche della storia della ricerca del San Graal(264): tutto in verso eroico, parte in ottave e parte in versi sciolti, tutti sdruccioli, e di tutti sostantivi sdruccioli, senza nemmeno un verbo sdrucciolo.
- Io, rispose l'alchimista, poco me ne intendo di poesia; perci non saprei misurare la disgrazia di cui si duole vossignoria, premesso che, se anche fosse pi grave, non sarebbe da uguagliare alla mia; che, cio, a causa della mancanza di un mezzo o di un principe, il quale mi sia di sostegno e mi somministri il necessario che la scienza dell'alchimia esige, io ora non sono uno zampillo d'oro, n pi ricco dei Mida, dei Crassi e dei Cresi.
- Ha fatto vossignoria, disse a questo punto il matematico, signor alchimista, la prova di ricavare argento da altri metalli?
- Finora, rispose l'alchimista, io non l'ho ricavato; ma, in verit, so che si ricava. Mi son d'avanzo due mesi e io avr ritrovato la pietra filosofale, mediante la quale si pu fare argento e oro anche dalle pietre.
- Lor signori, disse a questo punto il matematico, hanno esagerato le loro disgrazie; poich, insomma, l'uno ha un libro da dedicare, l'altro  vicino a poter metter fuori la pietra filosofale, per mezzo della quale diverr altrettanto ricco quanto divennero tutti quelli che hanno seguito questa via; ma che dir io della mia disgrazia, cos unica che nessun'altra le si avvicina? Son ventidue anni che son dietro alla ricerca del punto fisso; ecco che qui mi sfugge, l l'agguanto, e mentre mi pare di averlo ormai trovato e che in nessun modo mi possa pi sfuggire, un momento di disavvertenza ed ecco che me ne trovo tanto lontano da stupire. Lo stesso mi capita con la quadratura del circolo: sono arrivato cos vicino a scoprirla che non so n mi posso persuadere come non l'abbia in tasca oramai. Il mio tormento quindi somiglia a quello di Tantalo che  vicino al pomo e muore di fame,  vicino all'acqua e muore di sete; a momenti credo cogliere nel bel mezzo della verit e pochi minuti dopo me ne trovo cos lontano che ritorno a salire il monte cui, novello Sisifo, avevo appena finito di scendere col peso del mio lavoro sulle spalle".
Era stato zitto finora il proponente, ma qui ruppe il silenzio dicendo: - "Quattro piagnucoloni, che pi non potrebbero esserlo se si lagnassero del Gran Turco, ha riunito in quest'ospedale la miseria. Lungi da me le professioni e i mestieri; n soddisfano n dnno da vivere a chi li esercita. Io, signori, son proponente e ho suggerito a Sua Maest, in diverse occasioni, molti e diversi espedienti, tutti in suo vantaggio e non dannosi per il regno. Ora anzi ho steso una domanda, in cui la supplico di indicarmi qualcuno che io possa mettere a parte di un mio ripiego, di tal natura che sar assolutamente il ristoro delle sue finanze. Tuttavia, da quello che m' accaduto con le altre domande, capisco che anche questo finir nella fossa comune. Perch voi per non mi riteniate per matto, quantunque da questo momento il mio progetto divenga pubblico, voglio dirvi in che consiste. Si deve richiedere alla Giunta Generale(265) che a tutti i sudditi di Sua Maest, dai quattordici ai sessant'anni, sia fatto obbligo di digiunare una volta al mese a pane e acqua, in un giorno che sar scelto e designato, e che tutta la spesa del companatico, che quel giorno si farebbe, di frutta, carne, pesce, vino, uova, legumi, sia ridotta in denaro e data a Sua Maest senza defraudarla di un quattrino, sotto il vincolo del giuramento: cos che in vent'anni sar fuori di ogni arzigogolo (per far danaro) e senza debiti; perch a far il conto, che io ho gi fatto, ben vi sono in Ispagna pi di tre milioni d'individui di quest'et, senza i malati, senza i pi vecchi o pi giovani; e di costoro nessuno pu mancare di spendere, per lo meno, un reale e mezzo al giorno. Ma mettiamo che sia non pi di un reale, che di meno non pu essere, anche a mangiare fieno greco. Ora, vi pare una bagattella avere ogni mese tre milioni di reali come fossero cascati dal cielo? Eppoi sarebbe anzi un vantaggio che un danno per i digiunatori: perch, digiunando, piacerebbero a Dio e servirebbero il re; inoltre, per qualcuno, il digiunare potrebb'essere utile alla salute. Questo  il progetto chiaro netto. Dalle parrocchie infine potrebbe raccogliere il danaro senza spesa di commissari che rovinano lo stato". Risero tutti della proposta e del proponente, ma anche lui rise delle loro scempiaggini. Quanto a me, fu una maraviglia l'averli ascoltati e il vedere che per lo pi la gente di quel temperamento veniva a finire all'ospedale.
SCIPIONE. Hai ragione, Berganza. Vedi se ti resta altro da dire.
BERGANZA. Due cose sole, con le quali finir di chiacchierare, che gi mi pare che spunti il giorno. Andando una sera col mio superiore a chieder l'elemosina in casa del Podest di questa citt, gran signore e cristianissimo, lo trovammo solo. Mi parve bene di approfittare di quel trovarci soli per dargli certi avvertimenti, che avevo sentito da un vecchio ammalato di quest'ospedale, sul modo come si potrebbe riparare alla rovina cos estesa delle ragazze vagabonde, le quali, per non voler servire, buttano male; tanto male da popolare, degli scapestrati che le accostano, gli ospedali: piaga da non tollerarsi e che esigeva un rimedio pronto ed efficace. Volendo dunque parlargliene, alzai la voce credendo di avere la favella; ma invece di pronunziare parole appropriate, abbaiai cos di furia e cos rumorosamente che, stizzitosi il Podest, chiam i suoi servi perch mi cacciassero dalla sala a bastonate; e un lacch il quale accorse alla voce del suo signore (meglio se allora fosse stato sordo) di di piglio ad una bombola di rame che gli venne alle mani e me la picchi di tal modo sulla schiena che conservo ancora i segni di quei colpi.
SCIPIONE. E te ne lamenti, Berganza?
BERGANZA. Come non ho a lamentarmene, se ancora ne sento dolore, come ho detto, e se mi sembra che la mia buona intenzione non meritava un tal castigo?
SCIPIONE. Vedi, Berganza: nessuno si deve intromettere dove non  chiamato, n deve arrogarsi un compito che non lo riguarda per nulla. Devi inoltre riflettere che il consiglio del povero, per buono che sia, non  stato mai accolto, n l'umile poverello deve presumere di dar consigli ai grandi n a quelli che credono di sapere tutto. La saggezza del povero resta nell'ombra, giacch il bisogno e la miseria sono ombre e nubi le quali la offuscano; che se per caso si manifesta  giudicata balordaggine e la trattano sprezzantemente.
BERGANZA. Hai ragione, e, avendo imparato a mie spese, da qui in avanti seguir i tuoi consigli. - Entrai pure un'altra sera in casa di una signora d'alto grado, che aveva in braccio una di queste cagnoline da tenere in grembo, cos piccola che si poteva nasconderla in petto; la quale, come mi vide, salt gi dalle braccia della sua padrona e mi si fece addosso abbaiando, con tanto ardire che non stette quieta finch non m'ebbe morso a una gamba. Io mi girai a guardarla con interesse e fastidio, dicendo fra me: se t'avessi colto, spregevole animaletto, in istrada, o non avrei fatto caso di te, o ti avrei sbranato a morsi. - E pensai con l'esempio di quella che anche i vili e i pusillanimi sono audaci ed insolenti quando si vedono protetti, e si attentano a offendere quelli che valgono pi di loro.
SCIPIONE. Una prova e un indizio della verit che tu dici ce lo danno certi omicciatti i quali si arrischiano ad insolentire all'ombra dei loro padroni; ma se, casomai, la morte o altro accidente di fortuna abbatte l'albero a cui s'appoggiano, si scuopre e manifesta subito quanto poco valgono; giacch, in realt, il loro oro non  di pi carati di quelli che gli attribuiscono i padroni e protettori. Il valore  uno e una sempre la rettitudine dell'animo: nudo o vestito, solo o accompagnato, lo spirito retto non ha bisogno d'appoggi n gli occorrono protezioni; vale per se stesso, n le grandi fortune lo insuperbiscono n le avversit lo scoraggiano. Pu,  vero, scapitare nella estimazione comune, ma non nella realt vera del merito e valore suo. - E con ci finiamo questa conversazione, poich la luce che filtra attraverso queste fessure mostra che ha fatto giorno: stanotte prossima, se questa gran fortuna della favella non ci abbia abbandonato, toccher a me raccontarti la mia vita.
BERGANZA. Cos sia, e bada di venire a questo stesso luogo, ch io ho fiducia in Dio che ci conserver la favella, affinch possiamo dirci le molte verit, le quali ora ci rimangono a dire per mancanza di tempo.
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FINE.
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AGGIUNTE E CORREZIONI.
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IL DOTTOR VETRIERA. Pag. 118, linea 35 [pag. 154 in questa edizione elettronica]. Per "sgombri" ho tradotto col Foulch-Delbosc un oscuro "macarela" del testo che, forse parola italiana corrotta in ispagnolo, val meglio tradurre per "maccatella" parola oggi disusata di "cibo (registra il Fanfani) fatto di carne, come polpetta, ma ammaccata" - Pag. 121 [pag. 157 in questa edizione elettronica]. Non pareva potersi prendere per vino greco il vino di "Suma" cio di Somma Vesuviana; perci, col Foulch-Delbosc, ho preferito leggere "Samos" accanto a "Candia". Invece si tratta proprio di due vini italiani, chiamati greci in Italia. L'uno  il vino di Candia, cos detto probabilmente dall'isola greca, che pur si produce ed  anch'oggi famoso in Lunigiana; ricordato dal Tansillo nel Capitolo XXIV al Vicer di Napoli, come per inferiore al moscatello, insieme con quelli di Montefiascone, di Sicilia e di Trani. Dell'altro trovo una precisa indicazione in Prospero Rendella (Tractatus de vinea, vindemia, et vino. Venetiis, Apud Juntas, 1629, pag. 43) il quale ci fa sapere che "vinum graecum dat Mons Vesevus seu Summa" e a pag. 44 aggiunge che altri vini dei dintorni di Napoli erano detti greci. Lo stesso Rendella ricorda anche l'asprino bianco di Capua, Aversa, S. Antimo. Del vino di Somma inoltre, come vino greco, parlano inoltre Cesare Capaccio nel dialogo "Il Forastiero" (Napoli, 1624, t. II, pag. 1011), e Cristbal da Villaln nel Viaje de Turquia, pag. 92, ed. di M. Serrano y Sanz, Madrid, 1905 (in "Nuova Bibl. de A. E.", n. 2). - Il vino di Centola  mentovato anche da Mattia Francesi, con altri vini pregiati, nel Capitolo a Fabio Segni "In lode del Vin Greco" (in Rime burlesche del Berni ed altri. In Usecht (Firenze, 1726).
IL GELOSO DELL'ESTREMADURA. A pag. 160, linea 24 [pag. 207 in questa edizione elettronica] ho tradotto per "pezzi grossi" nel senso di persone autorevoli, il "veinticuatros" del testo, parola che indicava una particolare carica o magistratura municipale andalusa di governatore amministrativo. - A pag. 159 [pag. 206 in questa edizione elettronica] meglio forse che "alla burchia" (linea 29) il testo  la loquesca (= alla pazza) pu tradursi "a capriccio, a ghiribizzo, a vanvera".
LA CONVERSAZIONE DEI CANI.  da aggiungere, ad illustrazione della novella, che la satira lucianesca di cui  piena, ricorda anche il Crtalon (1556) attribuito a Cristbal de Villaln, contemporaneo del Cervantes, al quale, crede M. Serrano y Sanz (Autobiografias y Memorias, in "N. B. de A. E.", pag. CXIX) per spiegarsene le evidenti relazioni, il Villaln stesso pot leggere quel libro o darne l'idea. - A pag. 269, linea 2 [pag. 354 in questa edizione elettronica], ho tradotto con "Rappattumiamoci ecc... il testo "echemos pelillos  la mar ecc...", ossia, a lettera, "via, i capelli, a mare": modo di dire e formula con cui i ragazzi andalusi, ci fa sapere il Rodrguez-Marn (Don Quijote, Madrid, 1912, vol. 3, pagg. 128-29), che si son bisticciati, sogliono far pace strappandosi di testa un capello ciascuno e poi facendoselo volar via di tra le dita con un soffio.
Qualche altra svista di minor conto voglia correggere da s il lettore benevolo.(266)
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NOTE al testo..
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(1) V. per la questione della "Tia fingida": R. FOULCH-DELBOSC, tude sur la "Tia fingida", in "Revue hispanique", 1899, t. VI, pp. 256-306, come pure la conclusione a cui giunge il FITZMAURICE-KELLEY nella Introduzione premessa al 1 vol. delle Novelle del C. tradotte da N. Maccol: Glascow. Gowans and Gray, 1902.
(2) V. fra gli altri, J. FITZMAURICE-KELLEY, Littr. esp., Paris, Colin, 1904, p. 242; come pure, dello stesso, l'Introd. cit.
(3) V. Cultura literaria de M. Cervantes y elaboracion del Quijote, in "Revista de Arch. Bibl. y Museos". Numero extraordinario, marzo 1905.
(4) Letter. spagnuola, Milano, Hoepli, 1907, p. 92.
(5) Cfr. J. FITZMAURICE-KELLEY, La vida de Cervantes in "Lecciones de Liter. Espaola", Madrid, 1910, p. 148.
(6) Questo vanto il C. ama arrogarsi anche nel "Viaje del Parnaso" (cap. IV) dicendo:
 Jo he abierto en mis Novelas un camino,
Por do la lengua castellana puede
Mostrar con propriedad un desatino.
(7) Che i racconti immaginari di larga estensione non si chiamassero "novelle"  comprovato, fra le altre testimonianze, da un luogo di "El passajero" (1617) di Crestbal Surez de Figueroa. Domanda. il dottore: - Acaso gustis de novelas al uso? - A cui risponde D. Luigi: "Non intendo la parola". Per il che il dottore si vede obbligato a spiegargli che intende, per novelle dell'uso, certe fiabe o racconti solitamente narrati d'inverno, intorno al focolare, favole ben composte, artificiose menzogne.
(8) Cfr. lo studio critico di E. MELE, La novella "El celoso extremeo" del C. nella "Nuova Antologia" del 1 ottobre 1906. V. anche G. RUA, Novelle del "Mambriano" del Cieco da Ferrara: illustrazione alla 4 novella, Torino, 1888.
(9) Per la Storia d. Novella ital. nel sec. XVII, Roma, 1897, p. 10.
(10) Su G. Camerino e sulla fama che godette in Ispagna v. B. CROCE, La lingua spagnuola in Italia, Roma, 1895 e l'Appendice di A. Farinelli, pp. 80-81.
(11) V. FRANCISCO A. DE ICAZA, Las novelas ejemplares. Sus criticos ecc..., Madrid, 1901, pp. 234-250.
(12) V. Introduzione cit.
(13) Anche nel "Persiles y Sigismunda" il Cervantes ritrae la casa e il carattere del Monsignore romano collezionista di quadri (l. IV, 6).
(14) Secondo l'APRAIZ, op. cit., pp. 71-75, sarebbe ricavata, la trama, dall'Hecyra di Terenzio insieme con le figure dei personaggi principali. Il confronto, pur diligente, fra la novella e la commedia non risolve ogni dubbio.
(15) R. SALILLAS, El delincuente espaol. Hampa. Antropologia picaresca, II. Los gitanos en la novela picaresca, Madrid, 1898.
(16) M. MENNDEZ Y PELAYO, op. cit.
(17) L'ultimo romanzo del C. in "Studi di fil. mod." I, fasc. 1-2.
(18) G. FINZI, Novelle scelte del Decamerone di G. Boccaccio, Albrighi e Segati.
(19) M. de Cervantes, Paris, 1886, pp. 241-242.
(20)  la stessa ributtanza che la Sandra, meretrice, nella "Pinzochera" del Lasca racconta a Carletto, famiglio, di aver provato col vecchio Gerozzo col quale ha avuto commercio poco prima. "Non mi arebbe dato tanta noia quello (cio il volerle star sempre con la bocca sul viso) quanto che gli sente il fiato ch'io ne disgrazio un carnaio; e mi stomac di modo, ch'io fui sei volte per cacciarlo fuori" (atto V, sc. 2).
(21) Se altri occorre ricordarne, si veda quali servigi solesse rendere a maritate e a ragazze bacate la strega Camacha, e si ripensi il lurido spettacolo delle nudit della strega Caizares a cui per anni e anni aveva servito un sagrestano in forma d'asino, pure nel "Coloquio"; a certi tratti della scena in coi Rodolfo violenta Leocadia nella "Fuerza de la sangre".
(22) Revue des deux Mondes, 15 dc. 1877.
(23) Nuovi Profili letterari, vol. IV, Milano, 1876, p. 173.
(24) Circa la letteratura picaresca spagnuola mi sia lecito rimandare il lettore ad un mio scritto "Nel mondo dei Pcaros" pubbl. nelle Cronache letterarie, 1910, n. 7.
(25) Cfr. specialmente: atto III, sc. 1 e 9.
(26) Obras satricas y festivas (in Bibl. Clsica, t. XXXIII). Madrid, 1910, pagine 509-525.
(27) Per Iuan Villuga nel "Reportorio de todos los caminos de Espaa" (1546) ricorda una "venta" di questo nome sulle vie da Len a Siviglia e da Toledo a Cordoba.
(28)  parola a doppio senso. Picados ha il testo, cio "trapunte" e vorrebbe dire "lavorate di lusso"; qui per vuol dire scarpe tutte buchi. L'Esperanza della Tia Fingida calza scarpette di velluto nero con borchiette e nappine d'argento.
(29) Ci , sudicia.
(30) Nel "Coloquio de los perros" il cane Berganza dice che appunto i beccai usano questi coltellacci e che con la stessa facilit con cui uccidono una vacca "meten un cuchillo de cachas amarillas por la barriga de una persona, como si acocotasen un toro".
(31) L'elemosina, come si dice, delle messe, nel giorno dei morti, un tempo era di pane e di vino. Il numero di tali messe in tal giorno era ed  considerevole nelle chiese, considerevole quindi era la quantit del pane e del vino offerto in tal giorno alle chiese. Cos "offerta d'Ognissanti" parrebbe significare "larga, abbondante ricompensa". Ma osserva il Coster, la frase  ironica, perch il giorno dei morti , o pu essere, grande il numero delle messe o delle offerte, non il giorno d'Ognissanti. Come anche  da osservare che la gran ricerca dei fiori di carta sar il mercoled santo non il gioved che il sepolcro dev'essere pronto ed esposto.
(32)  il noto titolo spagnolo dato ai nobili di nascita.
(33) Borghetto a tre leghe da Segovia sulla via di Toledo, era luogo di necessario passaggio per i re e i principi che andavano alle reali tenute di Valsan e di S. Alfonso.
(34) Papa Innocenzo III aveva concesso agli Spagnoli, crociati contro gli infedeli, la bolla che permetteva loro di mangiar carne in quaresima. I proventi della bolla che continu ad essere promulgata per secoli, ordinariamente furono, almeno in parte, concessi dal Papa al re di Spagna; e coloro che distribuivano le bolle e raccoglievano le elemosine erano spesso anche laici. V. nel Lazarillo de Tormes (cap. VI) le birbonate che uno degli spacciatori di bolle commette.
(35) Allude a un costume nuziale spagnolo.
(36) Gli adulti, subta la condanna della fustigazione, prima erano condotti in giro per la citt; coi ragazzi invece si procedeva pi per le spicce: si legavano, in prigione, a un catenaccio, a un chiavistello, a un picchiotto, e li si fustigavano.
(37) Il gioco "andaboba"  menzionato in un testo ufficiale degli alcaldes di Madrid del 17 luglio 1597 (V. Rodrguez Marn, op. cit., p. 361).
(38) Un Vilhn nel sec. XVI fu creduto comunemente inventore delle carte. Era per alcuni arabo, per altri francese o fiammingo, per altri ancora madrileno. Intorno a questo personaggio c' tutta una leggenda. Sarebbe morto sul rogo a Siviglia per aver battuto moneta falsa. Era cos vario, multiforme, complesso, il gioco delle carte che era una vera scienza regolata da norme e leggi, con tutto un ricchissimo vocabolario furbesco. "Bienes de Vilhn" era il danaro che si giuocava, la posta.
(39) Sarebbe Mollorido, secondo il Rodrguez-Marn (Rinc. y Cort., p. 362) che legge Piadoso invece di Pedroso: localit caritatevole perch, chiamata recmara (cio, guardaroba) del vescovo di quella diocesi, nel brogliaccio di Porras de la Cmara. Vi  forse allusione alle elemosine che, al suo passare di l, il vescovo soleva fare.
(40)  uno di quelli, come  detto nella "Vida del pcaro" (Ed. critica por Ad. Bonilla y san Martn, Paris 1901. Extrait de la Revue hisp., IX) "que Sin pluma multiplican - Calando entre nobeles (tontos) larga erra" (mano).
(41) Come si sculacciano o si frustano i ragazzi.
(42) Con questa parola, in senso figurato, credo si possa render bene il "corchetes" del testo; parola furbesca che cos indica "uncino, gancio" come figuratamente "questurino, sbirro". Cos ho reso con "soffione" il "cauto" che segue, e che significa "spia" in senso figurato, e "cannello" in senso proprio.
(43) Il reale "de plata" (d'argento) valeva due reali "de velln" ossia 50 centesimi, e il reale de velln 34 "maraveds".
(44) Realmente  segnata nell'Itinerario da Len a Siviglia dal Villuga a mezza lega da quella del Mulinello.
(45) Detta cos dalla spiaggia che si dilungava fra le mura della citt e il Guadalquivir.
(46) Il "cuarto" era di circa tre centesimi.
(47) Si usava, nel conciare le pelli per oggetti fini, di lusso, profumarlo d'ambra. Ma questo era vecchio, e l'odore era quasi svanito. Profumati d'ambra sono i guanti di Esperanza nella Tia Fingida.
(48) Cio, effettivi. Nella "Pinzochera" del Lasca il vecchio Gerozzo vuole riparazione dal seduttore della figlia sua: "O che egli la sposer, o che le far la dote, e vorr ch'ei passi i tremila d'oro in oro" (atto V, sc. 8).
(49) Il cuarto valeva 4 maraveds, e l'ottavo 2. Lo scudo d'oro sotto Filippo II valeva dieci lire e mezzo.
(50) "Cartas de descomunin", ci fa sapere il Rodrguez-Marn, erano pubblicate dai vescovi e dai loro tribunali contro chi riteneva cose rubate o di male acquisto. Le "paoline", cos dette da Paolo III, eran provvedimento pi solenne e pi grave contro a ruberie e frodi specialmente pubbliche. Ma sia l'une che l'altra, per l'abuso, eran divenute inutili gride ecclesiastiche.
(51) Sono "Las Gradas" famosa passeggiata intorno alla Cattedrale di Siviglia frequentatissima, dove anche si teneva buon mercato di quanto non fosse da mangiare (V. Rodrguez-Marn, op. cit., p. 383). Sono le due strade dice l'Hazaas y la Rua (p. 234, op. cit.) che oggi si chiamano dal gran Capitano e da Alemanes. Luogo di ritrovo di malviventi. Andrea Navagero che fu nel 1524 ambasciatore di Venezia a Carlo V ne parla nella sua interessante relazione: Il Viaggio fatto in Spagna et in Francia, in Vinegia, appresso Domenico Farri, 1563. "Intorno tutta la fabbrica - scrive - et di questo claustro, et della chiesa, dalla facciata dinanzi, et da un lato di fuora vi  un salleggiato di marmori assai largo, tutto serrato con catene, dal quale nel fianco della strada si distende per alquanti gradi. Qui stanno tutto il giorno molti gentilhuomini, et mercatanti a passeggiare, et  il pi bel ridutto di Seviglia. Questo chiamano le Grade...".
(52) La derivazione di questo nome, secondo qualche autore spagnolo, sarebbe da un Bernardino pazzo, famoso per le cose sconclusionate che andava dicendo. Giova per noi ricordare che "bernardo" fu uno dei tanti nomi dell'asino; nome ancor vivo, credo, in qualche dialetto italiano.
(53) Il ragazzo parla il gergo della mala vita. Il testo ha: "Siete o no di mala entrata?" e significava, come  chiarito pi sotto, "esser ladro".
(54) Il testo ha "murcios" altra parola furbesca. Non dal nome della nota regione spagnola deriverebbe, ma, molto probabilmente, secondo l'Accademia e il Rodrguez-Marn,  abbreviazione di "murcilago" - pipistrello e verrebbe a dire "ladro" "porque el ladron sale, por lo comn, de noche como esta alimana". E di "murcilago"  forma volgare "murciglero" e "murcigullero" che significano "colui che ruba a chi dorme". Avrei potuto tradurre "nottoloni" ma non s'intendeva pi la risposta che segue di Scorciato.
(55)  paese in Andalusia, bella provincia di Malaga fra Ronda e Bobadilla.
(56) Ho tradotto con una analoga espressione figurata italiana l'espressione figurata del testo "yo se lo dar  entender y a beber con una cuchara de plata".
(57) Cio, coll'essere impiccati o frustati.
(58) Nel "Guzmn de Alfarache" Siviglia  detta "la mejor tierra de todo el mundo" (parte II, lib. III, cap. V). Il Navagero (l. c.) parla a lungo di Siviglia: dice che assomiglia molto alle citt d'Italia pi che altra citt di Spagna, che ha strade larghe e belle.
(59) Locuzione furbesca italiana del sec. XVI, per indicare la morte sulla forca. V. il Trattato dei Bianti ecc... Italia (Pisa) 1828.
(60) "Envesados" ha il testo, da "envs" - dorso: ci , messi in posizione da ricevere le staffilate sulle spalle.
(61) Cio, condannati ai remi sulle galere.
(62)  nota la curiosa mescolanza di superstizioni nella gente di mala vita.
(63) Cos storpia la parola dotta il ragazzo ignorante, come altre ne sentiremo storpiare da Monipodio.
(64) Margherita, carpione, mizzi, fiorito (= rubato) son parole della lingua furbesca italiana antica. Cfr. Trattato cit. che ha in fondo il "Modo novo da intendere la lingua zerga".
(65)  il "patio" sivigliano, caratteristico e delizioso.
(66) Nei "patios" anche delle case povere mancher, dice il Rodrguez-Marn, piuttosto una brocca di terracotta per tener fresca l'acqua nel luglio, che una mezza dozzina di vasi di basilico.
(67) Specie di saia o rascia di color nero.
(68) Son due santocchi felicemente rappresentati con le corone dalle avemmarie belle grosse e rumorose, per attirar l'attenzione. La "medio-beata" (bacchettona) della "Finta zia" ha al collo un lungo rosario dai chicchi sonanti che le giunge fino alla vita.
(69) "Espadas del perrillo" son ricordate dal Cervantes anche nel "Don Quijote" (p. II, cap. XVII) e il Clemencn nota che si chiamavano e si chiamano cos perch portavano inciso sulla lama un cagnolino. Eran di pregio, le portavano i giovani nobili e le fabbric a Toledo e a Saragozza Julin del Rey. Quella di Monipodio era di queste per la forma, ma non doveva essere di pregio.
(70)  l'espressione italiana meno lontana dalla intraducibile, tutta spagnola, " medio mogate" dall'arabo "mogat" = "coperchio" o anche "bagno che cuopre". L'espressione spagnola  tratta dall'arte dei vasai e stovigliai (V. RODRGUEZ-MARN, p. 401). Il mogate  1a vernice usata per stoviglie grossolane e spalmata solo da una parte: di qui a medio mogate volle significare "distrattamente, negligentemente".
(71) Il candidato a un ordine equestre era soggetto a una rigorosa inchiesta circa la sua genealogia.
(72) S'intende, in carcere.
(73) Cominciano di qui le papere che il Cervantes fa dire a Monipodio, dal momento che, tanto per il parlare quanto per la figura,  "il pi zotico e il pi brutto ceffo del mondo". Del resto osserva con fino senso artistico il RODRGUEZ-MARN (p. 402) "son las gracias de este linaje las mas fras y menos delicadas  que Cervantes poda echar mano para sazonar sus obras". E citando altri luoghi (Quijote, II, cap. XXXII). Coloquio de los Perros, Prsiles (libro III, cap. X) in cui l'a. fa uso di simili grossolanit "que parecerian improprios de ingenio tan peregrino como l de Cervantes" ben trova da scusarlo per il fatto che "escribiendo para toda clase de gentes, el portentoso novelista no poda dejar de verter algunas sales gordas, de esas que deleitan el basto paladar del vulgacho".
(74) Cio, si ruba.  della lingua furbesca come pevere (birro) cavagna (prigione) corsina (galera).
(75) Il testo ha "socorridas" per "socorridoras" uno dei tanti nomi che indicavano le donne pubbliche, quali "izas, marcas, coimas, gayas, germanas, marquidas, marquisas, seoras del trato, mozas del partielo, tributarias, mozas del comn oficio ecc... (Vedi Hazaas, op. cit., pp. 29-30).
(76) Come sopra Monipodio ha detto "naufragio" per suffragio, cos ora "anversario" per anniversario, e "poppa" per pompa, e "solent" per solennit.
(77) Le carte si dicevano "naipes del tercio" quando la giunteria o bareria era preparata per la terza parte del mazzo: cio quando un terzo delle carte (erano 48) era segnato per la truffa.
(78) Cos era chiamato un reggimento spagnolo di Napoli.
(79)  oscuro parlare in gergo tutto questo, che indica varie specie di trappolerie dei bari al giuoco delle carte. L'arte del Vilhn (floreo de Vilhn)  l'espressione generica che include poi le specie enumerate. M'intendo della riserva: i bari chiamavano el retn o Salvatierra il ritenere, nell'alzare il mazzo, una o pi carte segnate e metterla prestamente su quella di cima. Ho buona vista per il fumo: discernere, ci , piccoli segni neri fatti sul rovescio delle carte, in questo o in quel punto. Gioco bene ecc. riguardava il raggruppare prestamente le carte del medesimo seme e inserirle in posti determinati nel mazzo. Raspatura (el raspadillo) verruchetta (berrugueta) dente canino (colmillo) son tre "flores" che consistevano nel segnar le carte, in modo da distinguerle al tatto, o con una leggera scalfittura in determinati punti, o fatta dalla parte della figura si che si notasse sul rovescio come una verruchetta, o levigando le carte accuratamente qua o l; il che di solito si faceva con un dente di porco. Entro in bocca del lupo ecc. Consisteva nel dare una piegatura a tegola alla met inferiore del mazzo prima di alzare, s che chi poi alzava dovesse di necessit alzare come voleva il baro. Terzo da burla era detto il mal capitato che due bari avevano attirato a giuocare; come avevano fatto appunto all'osteria del Mulinello Cantuccio e Scorcino. Dar un colpo di picca (astillazo) consisteva nel destramente inserire una certa carta fra le ultime per interdire l'azione dell'avversario.
(80)  un gioco di parole sul significato di "flores" come i var e diversi modi di truffa con le carte erano chiamati.
(81) Son quelli che, avendo perduto al gioco nella notte, restano nelle bische, desiderosi di giocare magari col diavolo e che furfanti e compari sapranno ben pelare approfittando della loro spossatezza. (Cfr. RODRGUEZ-MARN, op. cit., pagine 405-409).
(82) Vuol dire che sa bene introdurre due dita in una tasca, carpire e tirar fuori la mano piena.
(83) Cio, essendo composti di un numero uguale di lettere il no e il s, tanto ci vuole a dir no che a dir s.
(84) Nel "borrador" non hanno cos subito dispense e privilegi i due ragazzi; occorre un'altra prova che  sostenuta valorosamente da Cantuccio e nella quale, a un cenno di Monipodio, fa da esaminatore Cichisnacche.  tutta una scena che  stata soppressa nel testo definitivo e che vale la pena di aggiungere qui, in nota, tradotta: "E ammiccando Monipodio a uno dei bravi, uno di essi si accost a Cantuccio e, cogliendolo inaspettatamente, gli dette un gran ceffone in mezzo alla faccia; ma non l'aveva finito di assestare che, mettendo mano Cantuccio al suo coltellaccio e Scorcino alla sua mezza spada o squarcina, assalirono il bravo con tale ardire che, se non si metteva di mezzo l'altro, l'ammazzavano. Il che fecero con tale prontezza e coraggio, mostrando tanta collera e orgoglio, che tutti rimasero ammirati. N in tutti riuscirono a tenerli e a calmarli; n sarebbero bastati altrettanti, se Monipodio non avesse detto loro: - Calmatevi, figlio mio Cantuccio; che con questo ceffone restate armato cavaliere e vi siete risparmiato sei mesi di noviziato: giacch col coraggio che avete mostrato vi eleggo, vi assegno e consacro perch possiate comunicare subito da ora con gli ammazzasette e gli assassini della nostra fratellanza, ed entrare nella casa sociale con ogni genere d'armi, e tener la vacca al pascolo (furbescamente: avere nella comunit una donna da lucrarci su) e fra tre mesi usare del lucro, e fra sei non pagare la met, ma solo la terza parte dei frutti, e sedervi a tavola rotonda, e da subito ora bere vin pretto: privilegi e grazie non concessi che ad uomini di fegato, valorosi e gi torturati, spediti e arditi per tutti gli spaventi e viavai del nostro mestiere: perch vediate, figli, quanto vi  valso il coraggio che avete mostrato in quest'occasione, assalendo il signor Cichisnacche che  dei pi valorosi e coraggiosi del nostro ordine.
 - Poich  cos, io mi calmo, rispose Cantuccio; ma se fosse altrimenti, sebbene ragazzo senza barba, allo stesso Satana la strapperei pelo per pelo a mia vendetta e soddisfazione.
 - Viva Dio! Sei meraviglioso, disse il bravo Cichisnacche: qua la mano, ragazzino, ed abbimi d'ora in poi per tuo protettore, che lo sar, per San Rocco, sul serio". E dandogli la mano lo abbracci, facendo lo stesso con i nuovi confratelli tutti quelli dell'adunanza.
(85) Ci , senza pattuglia. Altri nomi furbeschi erano: zaffi, spezie.
(86) All'assedio di Tarifa (1293) cadde nelle mani dell'Infante Giovanni, traditore, il figlio del governatore della citt Prez de Guzmn. Portatolo dinanzi alle mura, grid che l'avrebbe sgozzato se la citt non si fosse arresa. Per tutta risposta il Guzmn avrebbe dalle mura lanciato il suo pugnale, perch gli si sgozzasse pure il figlio. Il Rodrguez-Marn per afferma che qui si tratta di una svista del Cervantes. L'eroico difensore di Tarifa nel 1293 mor nel 1309 alla battaglia di Gaucn e gli successe il secondogenito D. Juan Alonso de Guzmn morto due anni dopo il padre, tragicamente, come il primogenito D. Pedro Alonzo de Guzmn a Jerez de la Frontera (op. cit., p. 415).
(87) Era un indumento di color nero che le ordinanze delle citt di Spagna prescrivevano alle prostitute, come in Italia dagli Statuti comunali era loro fatto obbligo di un distintivo giallo.
(88) Il doppio senso dell'espressione "por justicia"  chiaro. Cos il padre di Lazzarino di Tormes "padesci persecucin por justicia". Sicch dice: "Espero en Dios que est en la gloria, pues el Evangelio los llama bienaventurados" (Tratado Primero).
(89) Rendo cos, nel modo pi fedele, il nome "Gananciosa" (da "ganar" guadagnare, specie al gioco) del testo.
(90)  "Silbatillo" diminutivo di "silbato" = fischio.
(91) La parola furbesca del testo  "trainel" che, secondo il vocabolario furbesco di Iuan Hidalgo valeva "criado de rufin,  de mujer de la mancebia". Potrebbe tradursi anche "saccardo, bagagliere".
(92) Madonna miracolosa che ab antico si venera nella chiesa parrocchiale di S. Salvatore a Siviglia.
(93) Scultura romanica, del sec. XIV, era questo Crocifisso venerato in una cappella della chiesa di S. Agostino: oggi nella chiesa di S. Rocco. (V. Rodrguez-Marn, per altre notizie. op. cit., pp. 418-420).
(94) Escalanta ha il testo, da "escalar" - dar la scalata. La ragazza dovette meritarsi questo nomignolo per qualche rischiosa operazione ladresca.
(95) "Arroba"  misura di 11 kg. e mezzo circa; quindi questo botticino conteneva quasi 24 litri.
(96) Era nel sec. XVI, dei pi famosi vini d'Andalusia.
(97) Specialmente S. Biagio doveva essere caro a tali donne, come protettore contro il mal di gola; di quello per che faceva soffrire mastro Impicca.
(98) Annota il Rodrguez-Marn (op. cit., p. 427): che nel conservare i capperi sotto aceto si usava e si usa ancora ficcare in cima ad essi qualche chicco di pepe non solo perch ne prendano il sapore, ma, sopratutto per impedire che, assommando, si guastino al contatto coll'aria.
(99) Villaggio presso Siviglia, rinomato per il buon pane.
(100) Tagarete  il nome di un grosso ruscello presso Siviglia. Il testo di Lipsia ha "Tagarote = lo spilungone. E sarebbe un altro bel nomignolo.
(101) "Cariharta": come dire "faccia satolla, di luna piena.".
(102) "Repolido": che vale "tozzo, bassotto, fatto a palla". Nel "Rufin viudo"  la Repolida.
(103) "Cabrillas": nome ben adatto a servo volgare.
(104)  fuori di Siviglia e fu detta "Huerta del Rey" per essere stata donata da D. Alfonso il Savio ad Aben Aphot, re moro di Niebla, quando questi gli si fu arreso. Il Coster ricorda, rimandando al suo studio su Fernando de Herrera (p. 28), che era una magnifica propriet della famiglia de Ribera.
(105) Cio, altra volta frustato. (Cfr. nota 1, p. 19 [nota 16  in questa edizione elettronica]). In gergo, sarebbe "cerito".
(106) Monipodio indica e accenna se stesso.
(107) Il testo ha "se arremanga" = si rimbocca le maniche (cio, per scrivere).
(108) Meglio non so rendere "l'adunia" del testo, corruzione secondo il Coster dell'espressione liturgica "ad omnia".
(109) L'espressione del testo  "bibieron lo quiries" nella quale il Maccoll col Fitzmaurice-Kelley, vede un'allusione al kyrie eleison ripetuto nella messa, a lungo. Consente autorevolmente il Rodrguez-Marn (p. 442 e segg.) che cita altre espressioni analoghe spagnole, sempre in senso di "continuamente, replicatamente".
(110) "Abispones"  la parola furbesca nel testo. Il Rodrguez-Marn inclinerebbe a credere che il verbo "abispar" (da cui il sostantivo) sia lo stesso che "abispar" o "avivar" = "eccitare, animare" e come reciproco, lo stesso che "inquietarse o desasosegarse". Mi pare invece che si possa pensare al verbo, d'etimo greco, ?p?s??p?? = osservo, esploro, investigo. Cfr. obispo (= episcopus).
(111) Si tratta della "Casa de la Contratacin de las Indias" edificata in Siviglia nel 1503 e a cui affluivano immense ricchezze. Il Navagero (op. cit.) ci fa sapere che "nel tempo che arriveno le nave, si porta a ditta casa molto oro, del quale si battono molti doppioni ogn'anno, et il quinto  del Re, che suol essere quasi sempre intorno a centomila ducati".
(112) Traduco alla meglio la parola furbesca "guzpadaros" del testo: fori, pertugi, ci , specie quelli fatti, per evadere, nelle celle delle prigioni.
(113) Il primo verso di un antico "romance" popolare, che ricordava l'incendio di Roma sotto Nerone, diceva: "Mira Nero, de Tarpeya". Storpiate dal popolo le due prime parole suonavano, come nella bocca della Bofficiona, "Marinero" cio "marinaro".
(114) Altro sproposito naturale, in vece del classico "Hircania".
(115) Il testo ha "ese gesto de por dems". Gesto significa "faccia, aspetto", ma  di oscuro significato il "por dems". Il Rodrguez-Marn (p. 448) ricorda vagamente un nome proverbiale spagnolo di un certo Iuan Pordemas. Non bene, mi pare, il Maccoll traduce "uselees baboon". E. Muret, il recensore del Coster, tradurrebbe: "Ce visage qui est de trop ici".
(116) Il testo viene a dire "non diamo da desinare al diavolo". Al modo troppo spagnolo ne ho preferito uno pi italiano che suona sulle labbra fiorite di Madonna Porzia Chigi nella vita del Cellini (I, 20).
(117)  Trinquete = letto a cinghie; "allusion grossire au mtier de la Ioufflue" nota il Coster che traduce "Lit-de-sangle".
(118)  parlare quanto mai oscuro questo del Pallottola. Il Rodrguez-Marn, in una lunga nota, da numerosi esempi che raccoglie, cerca stabilirne il senso e pensa che tale parlare metaforico sia nato al mercato del pesce, da qualche pesciaiolo che, magari a rischio di una multa, mettesse tutta la sua pesca a un prezzo diverso dal convenuto.
(119) Viene a dire: "sar suo schiavo" ch sulla fronte degli schiavi si stampava appunto un chiodo.
(120) Una delle solite storpiature che la Bofficiona fa di certi nomi, per lei troppo difficili, come quello di Giuda Macabeo.
(121) Il concetto predominante dell'amicizia nello spirito dei malviventi  fatto grossolanamente risaltare con la ripetizione voluta della parola "amici".
(122) Nessuno Ettore classico fu gran musico. Per il Mac Coll il Maniferro volle forse dire "dottore"; come, spropositando, aveva detto Negrifeo per Orfeo, Arauce per Euridice, Marione per Arione. Aveva poi, cos a un dipresso, alluso ad Amfione e a Tebe.
(123) Mario Mdez-Bejarano (La Ciencia del verso, Madrid, 1908, p. 253) nega che siano "seguidillas" i versi cantati dalle due ragazze e da Monipodio. La "seguidilla", la pi viva e genuina manifestazione della metrica popolare spagnuola, afferma constare di una strofetta di quattro versi, ettasillabi i dispari e pentasillabi i pari, (mai esasillabi: ci contro l'opinione dell'autorevole ispanofilo Foulch Delbosc); pi, di una seconda parte (bordn o estribillo) di tre versi, pentasillabi il primo e il terzo, ettasillabo quello di mezzo. Infatti, Monipodio alla Guadagnina ha chiesto di cantare "seguidillas" e invece si leva a cantare per la prima la Scalamuro e canta "lo siguiente".
(124) Questi due personaggi (Tordillo e Cerncalo) traggono il nome l'uno dal colore del cavallo leardo pomato; l'altro, da una specie di falco.
(125) Espressioni curialesche ostentate grossolanamente dal rozzo Cichisnacche.
(126) Fr. A De Icaza (op. cit., pp. 137-138) prova con la testimonianza d'un cronista anonimo che nel 1637 era ancora esercitata in Madrid questa razza d'industria degli sfregi come lo dimostra il caso di Don Iuan Pecheco, figlio del marchese di Cerralvo, che fu portato in prigione al Convento di Calatrava per avere commissionato che si facesse uno sfregio in viso a Tommaso Fernndez, scrittore di commedie, perch non aveva voluto metter fuori una commedia nuova, a sua istanza il giorno di S. Biagio in cui era libera dalle febbri quartane una figlia del marchese di Cadreita che Don Iuan corteggiava.
(127) Cabrera di Crdova, riportato pure dall'Icaza, scrive nelle sue "Relaciones" che il duca di Alcal incombenz si dessero "certo legnate" a un di Siviglia per non essersi levato il cappello al suo passargli vicino, e che perci contro il duca si mand un Alcalde fino da Valladolid.
(128) "Silgero" dialettale per jilgero.
(129)  un altro del bel numero: "el Desmochado".
(130) Tutte queste specie di affronti, d'ingiurie spiega e commenta il Rodrguez-Marn (op. cit., pp. 470-473). La prima doveva consistere in scagliare contro muri e porte ampolle che, spezzandosi, spargessero attorno liquidi puzzolenti.
(131) Anche oggi i contadini d'Andalusia compiono loro vendette con l'acqua ragia gettandola nei pozzi per inutilizzarne le acque.  noto che la ragia  di odore sgradevole,  oleosa e lascia macchie difficili a togliersi.
(132) Inchiodare, cio, alle porte di questa o quella casa "sambenitos". Era uno scapolare il "sambenito" con una croce di S. Andrea che la santa Inquisizione costringeva gli Ebrei a portare come distintivo. Inchiodata sulla porta di casa di alcuno valeva a ricordarne l'origine ebrea; il che era infamante e pericoloso in Ispagna. Il Franciosini spiega nel suo vocabolario che " quell'abito che d l'offizio dell'Inquisizione a chi si  pentito del suo fallo, ed in Ispagna, od in altri regni ad essa soggetti,  degno di tanta infamia, come l'Habito di S. Giacomo  di grand'honore". Un sambenito doveva essere il segno rosso nel petto che Romanello giudeo, della Cortigiana dell'Aretino, porta e al quale accenna il Rosso, staffiere di Parabolano, avvertendolo che gli Spagnoli lo vorranno crocifiggere per cotal segno. "Fatti dunque Cristiano gli dice: E poi: non avendo tu il segnale di Giudeo, i putti non ti tempesteranno tutto d con melangola, con iscorze di melloni, e con cucuzze" (atto IV, sc. 15).
(133) Matracas: poesie rozze e satiriche cantate all'indirizzo di qualcuno sotto le finestre. Ne cita un esempio il Rodrguez-Marn dalla giornata I di "El rufian dichoso" dello stesso Cervantes, e ne riporta una dall'atto II di "El rufian Castrucho" di Lope de Vega. Dottamente illustra questa parola anche l'Hazaas y la Rua (op. cit., pp. 212-215). Di simili motteggi in rima se n'ha esempi anche nel folk-lore italiano. Se ne cantano comunemente, non so se altrove, certo in Sardegna col nome di "cobbule". Per il lettore erudito nella letteratura italiana avrei potuto tradurre "frottole" col nome cio di una forma didattica e satirica in uso in Italia dai sec. XIV al XVI. Matraca significa anche quello strumento che si suona nella settimana santa dagli scaccini e dai ragazzi nelle chiese e per le vie nei giorni che le campane sono legate, e che in Toscana si chiama "tabella".
(134)  El Narigueta, ha il testo.
(135) Inestimabile gioiello, sul Guadalquivir, di architettura araba mauritana, era rivestita di mattonelle di maiolica, colorate, splendenti al sole; donde il suo nome.
(136)  un altro, anche questo, dell'onorata societ: "el Ganchoso".
(137) Di questi due eremi oggi esiste solo il secondo, presso il Guadalquivir, fondato come collegio navale dal figlio di Colombo e demolito sul finire del secolo XVII.
(138) Monipodio qui parla da legale, e con termini giuridici ho cercato di rendere le espressioni tecniche giuridiche del testo "justicia mera mixta" e "pertinencia". Mi pare voglia dire: ancorch un dato rione, una data zona sia campo d'azione libera per tutti, come sulla torre dell'Oro all'Alczar, nessuno tuttavia s'intrometta in quello che  affare particolare dell'uno o dell'altro.
(139) Parola furbesca italiana antica per tagliaborse.
(140) Cio, non preparato per barare, non segnato (si diceva non hecho). Si potrebbe tradurre anche "netto".
(141)  Perulero si diceva lo spagnolo che, arricchito, tornava dalle Indie; come da noi si dicono "americani" gli italiani che tornano in patria dopo fatta pi o meno fortuna in America.
(142) Nel brogliaccio di Las Porras de la Cmara invece il vecchio ha da riferire d'un altro fatto, cio di uno sgombero importante, di quattro carri pieni di mobili e masserizie rimasti fermi in piazza del Marchese di Tarifa, non avendo avuto licenza di passar oltre, appunto perch, secondo le ordinanze della citt, troppo carichi da recar danno al lastricato delle vie. Il vecchio consiglia che qualcuno di loro si faccia vedere un po' da quelle parti prima che tutta quella roba sia messa a posto, e dice che, per la bisogna, ne ha gi fatto parola ai due palanchini Harpn e Repollo (Uncino e Cavolo cappuccio): del che  soddisfatto Monipodio; bastano quei due, a suo credere; se avranno bisogno d'aiuto ne daranno avviso. In fine non dispensa di sua volont i quaranta reali circa, ma si offre, se qualcuno ha bisogno d'un po' di denaro, a soccorrerlo con un acconto. E poich ne chiedono alcuni fra loro, dispensa un venti reali.
(143) La conclusione e il significato morale  pi accentuato nel "borrador" dove (si tratta forse di un'aggiunta di Bosarte, come crede l'Apraiz)  detto che i fatti che saranno narrati possono servir di esempio e di ammonimento a quelli che li leggeranno "per fuggire e abominare una vita cos detestabile, che tanto  praticata in una citt la quale dovrebbe essere specchio di verit e di giustizia, in tutto il mondo, come lo  di grandezza.
(144) V. GALATE, Introduction, Paris, 1783. Fra gli spagnoli la "Fuerza de la Sangre" dette origine a una commedia d'egual titolo di Guilln de Castro, e, tra i francesi, ad una di Hardy.
(145) Cfr. op. cit., pp. 242-243.
(146) G. ANDRES, Dell'origine, de' Progressi e dello Stato attuale d'ogni letteratura, tomo II, parte 1, p. 502, Parma 1785.
(147) Le norme stabilite nel Concilio di Trento (Sess. XXIV, an. 1563) furono adottate in Ispagna con la reale ordinanza del 12 luglio 1564.
(148) V. l'Avvertenza di Giulio Antimaco (E. C.) premessa alla versione di G. A. de' Novilieri Clavelli, ristampato dal Pagnoni, Milano, 1575 (in Nuovi Profili letterari di E. Camerini, vol. IV, Milano, Battezzati 1876, p. 173).
(149) Viaggio ideale del C. a Napoli nel 1612 (in Saggi sulla Lett. Ital. del Seicento, p. 145).
(150) Le Licenci Vidriera. Paris, 1892, pp. 34-36.
(151) L'Hospidale de' pazzi incurabili. In Venetia, MDCXVII, discorso III, p. 12.
(152) Il Theatro de' varij, et diversi Cervelli Mondani. In Venezia, MDCXVII, p. 89.
(153) V. Revue d. deux Mondes, 15 dc. 1877, p. 794.
(154) Era il colore solito dell'abito spagnolo delle classi medie, specie degli studenti.
(155) Secondo D. Jos Maria Asensio y Toledo (Nuevos Documentos para ilustrar la vita de M. de Cervantes Saavedra, Sevilla, 1864) il C. conobbe un "alcalde de la Real Audiencia de Sevilla" e dottore, di questo nome.
(156) A vivaci colori di pappagallo appunto vestivano allora certe compagnie di soldati.
(157) Il testo ha "pusose  lo de Dios es Christo".  presso a poco un rabbioso: "Dio Cristo!".
(158) Il testo ha "vademecum" cio "cartella da scolaro" propriamente.
(159) Cfr. Don Quijote, I, 22.
(160) Dal bisticcio spagnuolo tra beneficas e veneno meno son lontano usando la forma napoletana anzich l'italiana della parola "veleno".
(161) In opposizione agli ebrei ed ai mori fatti cristiani.
(162) Si confronti questo tratto del poetastro improvvisatore con la scena del Misantropo del Molire (I, 2).
(163) Ho reso alla meglio il bisticcio della parola trasero che vuol dire "ultimo" ma anche "deretano", con pulita circumlocuzione indicato qual fiador de los muchachos, cio pagatore o mallevadore dei ragazzi per le loro impertinenze.
(164) Alcahuete  semplicemente "ruffiana"; al maschile significa "ruffiano" e per traslato molto espressivo anche "cocchio" dal prestarsi cos bene il cocchio ai colloqu, ai convegni amorosi.
(165) Dove pestano l'aglio e preparano la loro preferita pietanza detta gazpacho: una specie, molto pi complicata per i molti ingredienti, di panzanella.
(166)  un bisticcio intraducibile e sporchetto fra la parola intera diluculo e la seconda met di essa.
(167) Altro bisticcio basato sul doppio significato di salir con, che tanto vale riuscire in una cosa, ottenerla, quanto uscire, partire con.
(168) Lo Stato devolveva al riscatto degli schiavi, per mezzo dell'Ordine della Redenzione, il ricavato dalla vendita dei beni senza proprietario, della res nullius.
(169) Il cognome Banco  cagione del bisticcio. Sulle spalle di colui ch'era stato impiccato sedeva poi il boia.
(170) Cuento significa anche milione quindi y cuentenos un cuento, vorrebbe anche dire: ci conti un milione. Del doppio senso della parola si vale il dottore per la sua arguzia maliziosa. Ricorre spesso nell'antica letteratura spagnola la figura del genovese usuraio, avido del guadagno. Per il teatro, v. A. RESTORI, Genova nel Teatro classico di Spagna, Genova, 1912, p. 6 e seg.
(171) Gioco proibito a carte in cui si raddoppiava sempre la posta perduta.
(172) Debbo di necessit far napoletano il portoghese del testo, e toscano il castigliano, per via di poter rendere con uno dei nostri dialetti e la variet di lingua dell'uno dei contendenti e il bisticcio linguistico.
(173)  immagine tolta dal giuoco alle carte.
(174) Anche contro le dueas si esercita la satira aspra nell'antica letteratura spagnola. Il Cervantes coglie volentieri l'occasione per dirne tutto il male che pu.
(175) Debbo anche qui ricorrere ad una forma dialettale della parola perch resti il bisticcio. Il testo ha "cortesanas".
(176) Amena Localit vicino a Madrid, era famosa per aristocratiche villeggiature. La descrive il Baretti nella lettera 51 del "Viaggio da Londra a Genova". Il disegno del bel villaggio, artificiale, fu dell'italiano Grimaldi. Lupercio Leonardo Argensola celebr l'amena villeggiatura in un'elegia in cui loda il libro di fray Juan de Tolosa intitolato Aranjuez del Alma.
(177) Erat autem Barabbas latro,  detto negli Evangeli.
(178) Consisteva nel far quattro carte del medesimo seme.
(179) Di questi e di altri due Intermezzi cervantini (La Guarda Cuidadosa, El Retablo de las meravillias) v. la mia traduzione nelle Cronache Letterarie, 1910, n. 28 e 1911 n.i 61, 1, 70, 82; d'un sesto, El Vizcaino fingido in Acropoli, fasc. VIII-IX, 1911.
(180) Quanto al carattere di Loaysa cfr. FR. RODRGUEZ-MARN, El Loaysa de "El Celoso Estremeo", Sevilla, 1911.
(181) El Celoso Estremeo di M. C. (in "Nuova Antologia 1 ott. 1906). Cfr. anche M. A. GARRONE, Il Geloso d'Estremadura di M. C. e una novella di S. F. Straparola (in "Rivista d'Italia", marzo, 1910).
(182) S'intendevano allora i possedimenti spagnoli in America.
(183) Estrados ha il testo, che erano propriamente predelle ricoperte di soffici tappeti e guanciali, dove sedevano le donne di casa a lavorare, a ricever visite.
(184) Virote. Cfr. nel Don Quijote il proverbio "Cada uno mira por el virote" (II, 14). Anche "colcione", ossia "dardo" potrebbe tradursi.
(185) Romance  una forma di poesia popolare tutta spagnola in versi di otto sillabe con assonanza fra i pari, e di carattere ora epico, ora lirico. La raccolta di tutti i "romances" conservati fino alla fine del '600 si dice "romancero".
(186) Nel "Romancero" del Duran le ballate 1148 e 1149 sono dedicate a "La casa del gran Sof".
(187) Nome di ben noto ballo spagnuolo.
(188) Il leggendario prete Gianni, imperatore d'Etiopia. Nel prologo della 1 parte del Quijote il C. lo ricorda con l'imperatore di Trebisonda "de quien - dice - yo s que hay noticia que fueron famosos poetas".
(189)  un proverbio che secondo il R. Marn sarebbe invalso con le nozze di Filippo II e Isabella di Valois. Il Maccoll, sull'affermazione del Fitzmaurice-Kelley, nota che anche oggi per il contadino spagnolo il re di Francia simboleggia tutto ci che  magnifico. Cfr. La Conversazione dei cani, p. 288 [nota 255 in questa edizione elettronica].
(190)  citt presso Crdoba. In una montagna circostante  un antro o caverna che nel "Viaje al Parnaso" e nel "Don Quijote" (II, cap. 14) il C. ricorda come luogo pauroso.
(191) Cerv. y su Epoca. Madrid, Peligros. 9, 1901-1903.
(192)  il personaggio del noto romanzo picaresco di Matteo Alemn.
(193) Cfr. Don Quijote, I, 3.
(194) Sulla costa andalusa.
(195) Il finibusterre ha il testo; cio, il non plus ultra (della marioleria).
(196) Seguidillas: componimento popolare di versi brevi e generalmente di tono umoristico.
(197)  il primo verso di un antico ritornello: "Tres nades, Madre - Pasan por aqui".
(198) Flamenco, nel testo. Gli scrittori di drammi nei secoli XVI e XVII, ad esempio Calderon, mettono in bella luce i capelli e il bell'aspetto degli alabardieri fiamminghi del re.
(199) Giovanni II l'aveva concessa ai Benedettini nel 1440, per vantaggio del loro convento.
(200) Fra Valladolid e Salamanca.
(201)  ricordata questa fontana anche in Don Quijote (II, 32).
(202) Doveva essere un povero, rozzo indumento il "capotillo de dos haldas" se l'Inquisizione lo prescriveva per i penitenti riconciliati.
(203)  il primo verso d'un romance popolare spagnolo.
(204) Sulla strada da Madrid a Toledo.
(205)  un gioco di parole, sul nome proprio di "Puonrostro" che ho dovuto tradurre, e che era realmente quello di un governatore di Siviglia della fine del sec. XVI, noto per la sua severit.
(206) Presso Zamora.
(207) Argello  il nome della serva nel testo, e significa "magrezza".
(208) Cio, la "Capilla del Sagrario" eretta nel 1610.
(209) Era una macchina idraulica moresca per pompare acqua dal Tago, che fu riparata da Giovannello Turriano di Cremona.
(210) Cio, la Huerta del Rey dove dinanzi a re Alfonso VI e alla sua corte il Cid aveva denunziato, per averne riparazione, la vilt e gli oltraggi degli Infanti di Carrion suoi generi; come  narrato nella terza parte del Poema del Cid.
(211) Gli amori della regina Ginevra e di Lancillotto del Lago sono il contenuto di un romanzo bretone, celebre nel medio evo.
(212) Il testo dice "come un Relatore": chi, cio, riferisce le cause in tribunale.
(213) Rione di gente di malavita in Siviglia (Cfr. Don Quijote, I, 3).
(214) Di necessit ho dovuto sostituire il nome di un ballo moderno al contrapas del testo, perch possa essere, in qualche modo, colto l'equivoco del mulattiere che fraintende con trapas e lo confonde con cenci, vestito strappato. Aggiungo che il contrapas era un ballo italiano, gi noto, come da molto tempo in uso in Ispagna, al Caroso nel 1581.
(215) Sono nomi di balli nazionali, accompagnati da suono rumoroso di vari strumenti; la Sarabanda, dalle nacchere, e lo Zambapalo d'origine portoghese era ballato da solo. La Chacona (pron. Ciacona) era di origine americana e perci il C. lo dice "indiana amulatada".  ricordata da Andrea Perrucci fra i balli usati in Italia nel seicento e la dice oscena come la Sarabanda. Lo Zambapalo (da "zambo" sciancato) era una danza grottesca venuta in Ispagna delle Indie occidentali. Tutti questi balli furono personificati anche sul teatro, nonch in strofette popolari o coplos.
(216) A lettera: "riempire la misura fino all'orlo".
(217) Sono i nomi di due altri balli spagnoli, cio: Pesame dello, d'uso raro, e Perra Mora. Cfr. E. COTARELO Y MORI, Danzas y bailes mencionados en los Entremeses in "Coleccin de Entremeses" Madrid, 1911, pp. CCLVI-VII: vi sono raccolte preziose notizie circa l'infinito numero dei balli antichi di Spagna.
(218)  una gustosa parodia di quella lirica di moda della scuola andalusa, iniziata da Ferdinando de Herrera e continuata dal Gngora, che va conosciuta col nome di cultismo o culteranismo, e di cui era caratteristico l'abuso delle metafore, dei tropi, delle antitesi, delle iperboli, della mitologia, dell'erudizione classica; l'artificio insomma. Fu quello che da noi la poesia cortegiana nel '400 e il secentismo.
(219) V. Il Geloso dell'Estremadura; nota p. 161 [nota 188 in questa edizione elettronica]. Aggiungo qui che fu dato questo nome, per errore, a molti personaggi, tra cui al gran Lama del Tibet e al Negus d'Abissinia. I Nestoriani cos chiamarono il capo della trib mongola dei Karaiti che fu sconfitto da Gengis-khan nel 1203 e ucciso nella fuga.
(220)  di Danimarca la bella e fedele Oriana dell'Amadis, il pi celebre dei romanzi cavallereschi spagnoli.
(221) Cio, quello stato del cuore che soffre e si consuma nelle pene d'amore senza disperare del tutto di essere corrisposto.
(222) V. ad esempio, in BANDELLO: Lettera premessa alla nov. 36 della parte II.
(223) "Dos y pasante" sorta di giuoco a carte.
(224) Il famoso e feroce conquistatore mongolo che di pastore divenne re: argomento di un dramma di Cristoforo Marlowe.
(225) Ho, naturalmente, dovuto cambiare, per la traduzione, le lettere che nel testo erano, secondo che richiedeva la dicitura: "Esta es la senl verdadera".
(226) MENNDEZ Y PELAYO, Heterodoxos espaoles, II, p. 665. RODRGUEZ-MARN, El Loaysa de El celoso extremeo, p. 225 (Sevilla, 1901).
(227) Estudio crtico acerca del Entrems EL VIZCAINO FINGIDO de M. de Cervantes Saavedra, Madrid, 1905.
(228) Nel licenziare le bozze per la stampa mi giunge notizia che del Casamiento e del Coloquio ha dato una nuova edizione con introduzione e note Agustn G. de Amezua y Mayo (Madrid, Bailly, 1912).
(229) La prima era detta cos per esservi il mercato della cacciagione; nella seconda localit (oggi Cuesta del Rosario) era quello del pesce: mercati l'uno e l'altro gravati d'un'imposta per il Re.
(230) Il modo dantesco pu aver qui certo fare scherzoso e umoristico corrispondente al testo "puse pis en polvorosa", letteralmente "misi i piedi nella polvere della via".
(231) Un sobborgo di Siviglia, pi su dell'ammazzatoio.
(232) Giovenale.
(233) Cfr. Virg., III, 2. (Pastor ab Amphryso): nome di Apollo che guardava le greggi di Admeto sui margini del fiume Amfrisio in Tessalia. C' un'allusione al pastore Amfrisio dell'Arcadia di Lope de Vega, innamorato della pastora Belisarda.
(234) Il pastore Elicio figura nella "Galatea" dello stesso Cervantes.
(235) Si tratta di El pastor de Filida di Luigi Galvez de Montalvo, romanzo pastorale che il curato censore e critico della biblioteca di Don Chisciotte chiama "prezioso gioiello". (D. Q., I, cap. VI).
(236) Allude satiricamente alla Diana di G. Montemayor, dove i protagonisti sono Sereno e Diana.
(237) Nella Casa de los Zelos y Selvas de Ardenia il pappagallo si burla della novella pastorale.
(238) L'aneddoto si legge anche nella 2 parte del Quijote cap. 71 in fine. Il Pellicer dice che fu realmente fondata a Madrid circa il 1586 un'Accad. degli Imitatori.
(239) Spero che non urti questa sostituzione con le due tanto note canzoncine italiane.
(240) Allude alla favola del pavone: Cfr. D. Quijote, II, cap. 42.
(241) Un ballo popolare Spagnuolo, di cui  detto nella "Illustre Sguattera".
(242) V. nella novella "Cantuccio e Scorcino" p. 38 [pag. 49 in questa edizione elettronica]
(243) Ossia la cartella dei quaderni e dei libri.
(244) O Borsa, fondata a Siviglia da Herrera fra il 1585 e il 1595.
(245) Il testo ha: "due Antoni" cos chiamandosi per eccellenza la grammatica o il vocabolario latino in generale, dalle "Introductiones latinae" (1481) e dal dizionario latino-spagnolo (1492) e spagnolo-latino (1495) del maggiore umanista spagnolo Antonio de Nebrija (1444-1522) maestro d'Isabella la Cattolica. A lettori italiani ho preferito ricordare il famoso vocabolario del patrizio e umanista bergamasco Ambrogio di Calepio (1440-1510).
(246) Il testo ha "gregescos rotos". La parola "gregescos" che allude al dir quei motti e parole greche per ostentazione e di cui parla Scipione, significa "brache o mutande" specie per i ragazzi. Per rendere nel miglior modo il doppio significato ho usato il nome che pur ha una veste, la sottana dei preti.
(247) Non di un Corondas tirio, ma di Charondas di Turi narrano l'aneddoto Diodoro e Valerio Massimo.
(248) Zarazas. "Panellino" cio una composizione di pasta velenosa, nella quale si metton vetri, punte d'ago, e simili cose e si danno comunemente a' cani per fargli morire (Franciosini).
(249) La metafora  tolta dal gioco delle carte.
(250) Non credo che si tratti di Bretoni, come intende il Maccoll, n di bertoni o donnaioli, secondo il traduttore secentista. La parola breton del testo indica una specie di cavolo; breton de berza  il broccolo di cavolo. Noi diciamo "torzolo di cavolo" di un uomo rozzo, sciocco, materiale.
(251) Lo fond nel 1505 Rodrigo Fernndez de Santaella.
(252) Sejanus equus si diceva proverbialmente a Roma d'ogni cosa che portasse sfortuna a quanti man mano la possedessero; e ci da un tale Sejano, un cavallo del quale si raccontava che fosse stato la sventura di coloro a cui fu via via venduto.
(253)  registrato dal Giusti e corrisponde a quello del testo "Quien necio es en su villa, necio es en Castilla", che il Belloni traduce allegramente: "chi  nescio nella sua villa  nescio in Castiglia!
(254) Il lettore italiano ripensi al quadro triste che fa il Manzoni del passaggio delle truppe spagnole e dei lanzichenecchi in Lombardia nel 1628.
(255) Viene a dire: "elegantemente, signorilmente, nel modo pi perfetto ed artistico da dilettare gran signori". Nel "Geloso dell'Estremadura" ricorre la stessa espressione proverbiale. Cfr. la nota a p. 170 [pag. 221, nota 189 in questa edizione elettronica] per la spiegazione storica.
(256) Quel movimento che fa il cavallo allorch, abbassando la groppa e reggendosi sui piedi di dietro, alza quelli d'avanti piegandoli verso il petto. Pare che fosse speciale bravura dei cavalli napoletani.
(257) A sei leghe da Crdova. Il marchese di Priego fu forse Pedro Fernndez de Crdoba y Figueroa.
(258) , presso a poco, l'argomento della novella "La Jitanilla" in cui la zingarella Preziosa mette alla prova l'amore di Don Giovanni Crcamo.
(259) Che, cio, sia un reale da due (oggi, 50 c.) da quattro (= 1 lira) da otto (= 2 lire).
(260) E ci nella settimana santa. Nota la bella satira letteraria che segue.
(261) O anche:
 - Meglio con un avaro che ne ha
Che con un prodigo dispera'.
(262)  il noto, sdegnoso detto evangelico: "nolite proicere margaritas ante porcos".
(263) Arbitristas si dicevano coloro che proponevano arbitrios, cio espedienti e ripieghi in materia di finanza pubblica. Vedi la satira dell'arbitrista anche in QUEVEDO, La Hora de todos, y la fortuna con seso (XVII); e dell'alchimista, ivi XXX.
(264)  forse superfluo ricordare al lettore che a Turpino, arcivescovo di Reims, contemporaneo di Carlomagno, fu falsamente attribuita una cronaca latina "De vita et gestis Caroli Magni" posteriore invece alla Chanson de Roland; che intorno al re Art d'Inghilterra (sec. VI) e ai suoi cavalieri sono i racconti bretoni della Tavola rotonda, e che della leggenda del San Graal o Santo Vaso (la sacra coppa che serv a Cristo e agli apostoli suoi nell'ultima cena) il "Percival" di Chrestien de Troyes  la pi antica e perfetta espressione letteraria.
(265) Cortes: la Giunta Generale degli antichi regni di Castiglia, Aragona, Valenza, Navarra e Catalogna.
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FINE.